Downshifting is the way?

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Downshifting, ovvero, letteralmente: scalare marcia, rallentare. Detto in inglese fa più notizia, e dunque, che moltissimi lavoratori stiano dando le dimissioni, per ricercare un miglior equilibrio nella propria vita, attira molto, a patto che si parli di downshifting. È il lascito della pandemia, ma per noi downshitfters ante litteram era un must già vent’anni fa, in pieno globalismo rampante, tra nuovi ricchi (pochi), e troppi nuovi poveri. Il lavoro non basta più a definire l’identità della persona, che pretende di usare i beni disponibili attorno a lui, senza dannarsi per produrli. Per molti è un nuovo umanesimo, un ritorno ad un’idea classica dell’esistenza; quasi una rivisitazione dell’otium latino dei patres. C’è però anche molto altro: una riflessione, implicita se si vuole, sul rapporto tra ricchezza materiale e morale, e perché no, un ripensamento dello scopo dell’Homo Nudus, giunto ormai alla saturazione del Pianeta Terra, privo di nuove colonne d’Ercole da valicare, e spinto pertanto a ricercare diversi orizzonti dentro sé stesso, più che fuori.

Ci sono poi tanti altri e appassionanti temi che ballano attorno a massicci fenomeni di rifiuto del minuslavoro: c’è una rivendicazione del reddito, come elemento necessario, non negoziabile, rispetto alle spinte capitaliste verso la mercificazione della prestazione lavorativa. Ci sono confuse filosofie  che si vanno affermando, e che timidamente provano a superare il consumismo, vero Dio della società occidentale industrializzata, per elevare comunità rette da una rinnovata spiritualità.

Sia come sia, che la si voglia considerare o meno una moda, ovvero pigrizia, che si guardi al downshifting come pensiero debole, o debolissimo, noi downshifters attempati possiamo dire di aver creduto, con largo anticipo, nelle basi della futura società del post lavoro. Il nostro nobile club vanta del resto antenati assai illustri: opulenti intellettuali della civiltà latina, chierici vaganti, giullari, pittori impressionisti e scrittori maledetti, esploratori ed asceti, pazzi e reietti. Abbiamo le nostre cornerstones, come il mitico J., che trascorreva vacanze in barca sul Tamigi, con l’inseparabile Montmorency, narrando di come un malanno immaginario al fegato fosse la vera causa della sua irrefrenabile tendenza ad evitare ogni sorta di lavoro.

Cavalieri o furfanti, profondi o libertini, i downshifters di ogni epoca guardano al nostro tempo, ringalluzziti dal riaffermarsi di certi valori. Il futuro, tra l’essere e l’avere, vira decisamente verso l’essere, e l’epicureismo si appresta a divenire l’educazione sentimentale dei prossimi secoli.

È un mondo nuovo che si affaccia sulla storia, più umano per qualcuno, seduto e stanco per molti altri. Solo il tempo ci dirà se abbiamo visto giusto, ma non intendiamo litigare adesso con i posteri. Del resto, se lo facessimo, che razza si downshifting vivremmo mai?

Penitenziagite. Downshifting is the way