E se abolissimo le rendite, e non il reddito, di cittadinanza?

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L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui i salari della stragrande maggioranza delle persone non solo non sono aumentati, come è accaduto praticamente in tutto il mondo civile, ma sono di fatto diminuiti, negli ultimi vent’anni. Allo stesso tempo, le rendite di posizione delle caste che dominano il paese, ovvero politici, grandi manager, magistrati, burocrati, prenditori assortiti, sono enormemente aumentate, nello stesso lasso di tempo.

Abbiamo così la coesistenza di vari fenomeni, che qualcuno si diverte a giudicare “nuovi”, ovvero: i lavoratori poveri, cioè persone che, pur lavorando, vivono una condizione di miseria e mera sussistenza; i “fortunati”, ovvero quelli che raggiungono posizioni in cui il denaro gli piove addosso, indipendentemente dal merito, se si esclude come merito proprio quello di essere arrivati dove conta stare. Questo stato di cose, la distanza enorme tra ricchi e poveri, la percezione diffusa che a determinare le sorti personali non sia il duro lavoro, ma il lavoro utile ad accaparrarsi i posti migliori, scava un solco morale sempre più ampio tra le varie classi sociali, sfilacciando il senso comune dello stare insieme, relegando a mito ammuffito ed ipocrita quello dell’Italia “Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Questa situazione sta portando infatti un numero sempre maggiore di cittadini, sia in Italia che nel mondo intero, a rinunciare a “lavori” sottopagati, non gratificanti e niente affatto sicuri, in prospettiva futura, per cercare di guadagnare posizioni. Lo status, la felicità, la gestione del proprio tempo, diventano di gran lunga più importanti di un lavoro che è solo fatica, stress, e che non rende nemmeno un reddito sufficiente a consentire al lavoratore, ed alla sua famiglia, un’esistenza libera e dignitosa, come pure garantirebbe… ovviamente sulla carta, la nostra Costituzione.

Questo “gran rifiuto” dei lavoratori sta naturalmente urtando la squisita sensibilità dei rentier italici, e dei loro aedi, nei posti di comando. La presa di coscienza che la vita non può essere assoggettata ai falsi totem ideati da chi sta sopra è sempre combattuta dai privilegiati, ed uno dei simboli più attuali di questa neonata lotta di classe contemporanea è la feroce battaglia dei padroni al reddito di cittadinanza. Già, si dice, le persone stanno a casa, preferiscono non lavorare… e prendere il reddito di cittadinanza. Questo assunto, che apparentemente può sembrare puerile, è in realtà parte di un disegno raffinatissimo: mira a non consentire al cittadino di valutare liberamente il trade off tra schiavitù legalizzata e libertà di vivere la propria esistenza in modo pieno. Il lavoro, nelle intenzioni di chi lo propone, nelle sue attuali manifestazioni concrete, deve non solo occupare il cittadino, ma deve anche impedirgli di rifiutare il mito.

Dall’altro lato della barricata, i lavoratori possono contare su pochi politici che li difendono, affermando la necessità di aumentare i salari, diminuendo il divario con le rendite di posizione dei potenti. In realtà le due cose starebbero assolutamente insieme. È falso che il benessere delle fasce più deboli della popolazione passi soltanto dall’aumento dei loro redditi. È invece vero il contrario: la diminuzione delle rendite di posizione dei potenti è parte del miglioramento delle condizioni degli umili. La liberazione delle risorse, la coesione del paese, nascono non solo dal miglioramento delle condizioni dei troppi “working poors”, ma anche dalla riduzione dei privilegi, che porta chi li detiene a stratificarli, a difenderli, sul piano politico e ideologico, favorendo una divisione della società in classi e caste intoccabili, estranee al merito, ostili ai valori di coesione e solidarietà che dovrebbero reggere un paese civile.