E se il mito di Falcone diventa un alibi?

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Ci ha pensato in primo luogo Sebastiano Ardita, poche ore fa, a non consentire che questo 23 maggio del 2022 si trasformasse nel solito happening commemorativo, cosparso di fiori in memoria del vincitore, da tutti amato, da nessuno contrastato, da ciascuno emulato, Giovanni Falcone.

Ardita scrive, a mio parere con grande acume, che di Falcone vanno ricordate le sconfitte, l’isolamento, i mille ostacoli che lo Stato, non altri, né una connivente e pavida definizione di comodo, ma lo Stato, frappose alla sua attività d’integerrimo magistrato.

A queste riflessioni mi sono permesso di aggiungere le mie, per certi versi persino intime, perché da trent’anni vivo questa ricorrenza con la certezza che si tratti di un evento di fronte al quale occorre ancora interrogarsi. Istintivamente provo diffidenza quando leggo le commemorazioni estasiate del martire Falcone. Spesso, e lo penso con un sincero fastidio, tali esaltazioni mi appaiono profuse da individui che non hanno mai seguito nemmeno una minuscola parte del suo lascito.

Celebrare un mito morto, come se fosse ancora vivo, mi appare dunque un modo piuttosto sbrigativo di liquidare quella tragica esperienza.

Perché per me, fermo restando il rispetto per il sentire di un uomo che da solo, e nel suo intimo, poteva davvero sapere quanta infelicità gli causasse l’essere un condannato a morte vivente, e quanta felicità gli regalasse il suo immenso amore per il proprio dovere, la vicenda umana e professionale di Falcone non può in alcun modo ridursi ad una cavalcata trionfale.

Giovanni Falcone fu assai osteggiato da vivo, venne spesso isolato, e gli stessi magistrati, suoi colleghi, gli furono spesso ed in gran parte ostili. Poi, da morto, è divenuto l’eroe ideale per tutti, perché non più scomodo per l’ignavia o le collusioni di certi vivi.

Per questo credo che festeggiare questo mito con troppa enfasi, dimenticando le sue sconfitte, i fallimenti, le amarezze e le battute d’arresto che dovette subire durante la sua battaglia, non sia né giusto né dignitoso. Il solo modo di ricordare Falcone, senza svilirne il lascito ideale, consiste nel tenere bene a mente che egli in vita non fu affatto un vincente, e non lo fu non perché non fosse uno dei migliori magistrati che l’Italia probabilmente abbia mai avuto, ma perché l’Italia, e segnatamente, lo Stato italiano, fecero di tutto per avvicinarne il decesso.

I miti di comodo sono troppo spesso l’ombrello sotto al quale si riparano le eminenze nere, o grigie, della nostra storia repubblicana. Falcone è da tempo un prodotto mainstream per rinnovate, auliche invettive contro la mafia, ma quella mafia, e questa mafia, quella che ancora abbiamo sotto i nostri occhi in questo malandato paese, è decisamente tutta qui, ora come allora, o forse, come dovrebbe correttamente ammettersi, oggi persino più di allora.

Certo, le strade di Palermo non sono più teatro di attentati dinamitardi, ma la mafia ha sapientemente trasferito i propri affari in ambiti operativi meno appariscenti, ma non per questo meno devastanti per la tenuta sociale e lo sviluppo economico del nostro paese.

Attenti dunque a festeggiare il martirio.

Attenzione a non rimpiangere che quel martirio sia stato necessario, a non chiedersi se davvero fosse indispensabile. Attenzione a non sentirsi bene, liberi da pesi, solo perché convinti che idolatrare il mito basti a non seguirne l’esempio.