La democrazia ha rotto o si è rotta?

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Chi aveva teorizzato che con la fine del comunismo fossimo giunti al capolinea della storia politica ha evidentemente sbagliato analisi. In questo scorcio di secolo la guerra in Ucraina getta in pasto all’opinione pubblica mondiale il possibile attacco all’occidente, alla sua idea liberale di coesistenza tra gli individui, mostrando un disegno chiaro, per nulla celato o dissimulato: quello delle autocrazie a calata verticale del potere, come strutture radicalmente opposte alla democrazia.
Putin potrà apparire cinico o pazzo, ma questo importa pochissimo, nello scenario che ci troviamo ad indagare. Quello che conta è che esiste una parte di mondo che non è più disposta a credere che il libero mercato e la democrazia liberale siano l’optimum incontestabile, predicando al contrario la dittatura morbida, se così si può definire la dittatura putiniana, come modello alternativo, di sviluppo, pienamente riconosciuto. Questo è il vero tema sotteso alla guerra contro Kiev: non certo le presunte minacce della Nato all’esistenza della Russia, né i fantomatici massacri operati dagli ucraini a danno dei russofoni presenti nelle regioni dell’est del paese.
Un pezzo di mondo, molto più ampio di quanto forse gli occidentali, perlomeno in un primo momento, siano stati disposti ad ammettere, è infatti schierato non contro Mosca, se non proprio al suo fianco. Ciò avviene non solo perché altri Stati autoritari o dittatoriali vedono di buon occhio la rivalsa del gigante russo, come grimaldello da usare avverso l’ordine mondiale voluto dagli USA, ma anche perché la democrazia, per moltissimi cittadini del mondo, ha definitivamente dimostrato il proprio fallimento.
Esistono peraltro due aspetti, drammaticamente connessi tra di loro, che si sviluppano a partire da questa contrapposizione: il primo riguarda l’atteggiamento dell’Asia, del Sud America e dell’Africa, rispetto allo scontro di civiltà in atto; il secondo attiene alle opinioni che si esprimono all’interno delle democrazie occidentali, che devono fronteggiare un dissenso non solo esterno, ma anche interno. Questo secondo aspetto, se per certi versi è normale in una democrazia, ed anzi, ne costituisce l’essenza stessa, dall’altro non può più essere considerato fisiologico, o peggio, irrilevante, per le sorti della democrazia stessa, dovendo trovare una risposta adeguata da parte dei governi che si oppongono alla visione putiniana. Occorre dunque salvaguardare le libertà del cittadino, anche quelle che minano la forza della democrazia nello scontro con i suoi avversari, ma occorre anche dare risposte al dissenso, alla rabbia, a chi, dall’interno, analizza le degenerazioni del sistema democratico, non nascondendo di mettere in dubbio la sua superiorità morale e sociale rispetto alle dittature contemporanee.
La democrazia non può più ritenersi immune dalla crisi, ed i paesi che fanno di questo approccio alla convivenza civile il pilastro della propria società, non possono più restare inerti rispetto a tutti i paradossi dell’uguaglianza democratica, che da decenni vengono segnalati dagli osservatori della nostra civiltà, senza che le classi dirigenti facciano molto per offrire risposte all’altezza delle future sfide che ci attendono.
Il mio sommesso pensiero è che il nostro pianeta stia andando a grandi passi verso un’evoluzione di Homo Sapiens, che considero idoneo definire Homo Nudus.  Parlerei di uno scenario che può essere riassunto con una frase: “Homo Nudus nella civiltà del post-lavoro”. La democrazia deve finalmente risolvere le disuguaglianze e le ingiustizie che danno adito ai suoi detrattori, interni ed esterni, e non deve farlo solo per pacificare le comunità occidentali, ma deve comprendere che se ciò non sarà fatto, non si potrà in alcun modo fronteggiare il blocco autoritario che si va contrapponendo ai nostri paesi, all’Europa, alla Nato. Le conseguenze di una polarizzazione fondata sul contrasto tra democrazia e autoritarismo sono potenzialmente devastanti, e possono portare dritte al terzo conflitto mondiale, a dispetto di chi immagina che un’altra guerra, probabilmente l’ultima, capace di coinvolgere le maggiori potenze militari del mondo, sia un tema da trattare con sufficienza o ironia.
Dobbiamo dunque essere onesti, noi democratici, nel dire che i critici del nostro sistema di governo della società non hanno tutti i torti, ma allo stesso tempo dobbiamo essere netti, pur ripudiando ogni censura di opinioni diverse, nel rigettare al mittente le accuse che ci provengono da chi condivide una visione autoritaria della vita e dello Stato. Nessun cittadino che vive in una democrazia occidentale può accusare i nostri paesi di essere meno liberi della Russia di Putin, o della Cina postcomunista. I crimini compiuti in questi paesi, contro chiunque osi dissentire dalla visione dominante nei quadri altissimi del potere, sono ormai incontestabili, e di pubblico dominio. L’assenza di stampa libera, la limitazione ed il controllo delle opinioni, sono fatti che nessuno può negare, laddove pretenda di essere preso in considerazione. Allo stesso tempo noi democratici dobbiamo dire la verità sul Dio mercato, sul fallimento del suffragio universale, sul peso ignobile che le sclerotizzazioni di potere, le lobby, i familismi e le mafie istituzionalizzate hanno avuto ed hanno nella formazione delle élite che comandano in occidente.
E’ anche vero che le nostre guerre negli ultimi decenni non sono state sempre e tutte immuni da brutalità e torti, ma anche questo, se pure deve diventare doverosamente un tema di ripensamento ed autocritica della democrazia, non può trasformarsi in alibi per i sostenitori delle autocrazie. Non si può parlare del Vietnam per contestare l’aiuto degli Usa all’Ucraina contro l’aggressione russa. Non si può giustificare la morte di cittadini ucraini, del tutto estranei alle politiche della Nato negli ultimi 70 anni, come la comprensibile, e per certi versi aspettata, risposta russa all’allargamento dell’alleanza atlantica verso est. Nessuno che sia onesto, o solo sano di mente, può negare che tali correlazioni non stanno in piedi, e sono dei puerili pretesti per sostenere modelli sociali dittatoriali, trovando come scusante i limiti democratici delle nostre imperfette democrazie.
Neppure questo però può consolarci, o farci credere di non dover elevare il nostro impegno. La partita contro l’autoritarismo non si gioca affatto solo all’esterno, o peggio, rimuovendo le nostre colpe. Al contrario, questa occasione di scontro deve essere il volano per un profondo esame di coscienza, che sappia rivendicare i principi liberali, opponendoli ai nuovi fascismi che governano una buona parte di mondo, andando però ad incidere, in modo profondo, sui nostri autoritarismi, sulle nostre mediocrazie, sulle mafie e sulle cricche che hanno svuotato di molto del proprio significato originario le democrazie uscite vincitrici dal secondo conflitto mondiale.
La democrazia non è un mito che può essere difeso ricordando il passato, tra fiumi di vacua retorica. Al contrario, essa vive solo se sa adattarsi, senza rinunciare a quanto di buono e valido è contenuto nei suoi principi, alle sfide del nostro tempo. I due aspetti: difesa dai nemici esterni ed onesto riconoscimento dei propri limiti verso i critici interni, devono stare insieme, e trovare una risposta proprio nei principi che ispirano la nostra convivenza. Non abbiamo scorciatoie, non ci sono vie facili per la difesa della nostra libertà. Il richiamo ai totem della resistenza al nazifascismo non possono più oscurare le brutture di un lavoro che è diventata schiavitù, di una ricchezza che si è fatta strapotere, arroganza e sostituzione della giustizia, di una giurisdizione che ignora i potenti e gli intoccabili, per essere spesso ottusa e spietata contro i deboli e i bisognosi.
Questa è la natura della sfida culturale che stiamo vivendo: ricostruire un umanesimo da proiettare nel futuro del pianeta, ripudiando le degenerazioni della democrazia, lo strapotere del mercato, la mercificazione della vita, la sua riduzione al mito del benessere materiale. Dobbiamo combattere contro ogni forma di dittatura, ma per farlo, dobbiamo sempre assicurarci che la nostra democrazia goda di ottima salute. Se ciò non avviene, saremo più deboli, e di certo meno credibili, anche nel contrastare l’ingiusta e brutale violenza delle dittature, sia quella di un certo Putin, sia tutte le altre, presenti e future, che ci troveremo a fronteggiare nei prossimi decenni.