La politica del nemico

0
155

Già Carl Schmitt, in uno scritto del 1927 intitolato “Il concetto politico”, scorgeva nella dicotomia “amico-nemico” uno dei meccanismi essenziali della dimensione politica.

Per il sociologo tedesco, il nemico politico non era considerato banalmente colui con il quale si è in concorrenza sul piano economico, sociale e culturale: nemico politico era più semplicemente l’altro da se. Pertanto, una realtà che fosse orfana della distinzione “amico-nemico”, sarebbe privata della dimensione “politica”.

Questo perché ogni campo dell’agire umano, come aveva già intuito Hegel, per esistere ha bisogno di contrapposizioni: si fonda su delle distinzioni dicotomiche. E, così, sul piano morale esisteranno buoni e cattivi, su quello economico produttivi e improduttivi, su quello estetico belli e brutti.

Per tale ragione, da sempre, i politici prima di confezionare la loro offerta politica, si sono pre-occupati di trovarsi dei “buoni” nemici. E poco importa se questi nemici fossero solo immaginari. L’importante era che il popolo/suddito/elettore, a seconda delle epoche storiche, li ritenesse verosimili, realistici, credibili.

Quello che però impressiona della storia politica recente è la sempre maggiore evanescenza di questi nemici, sempre più estranei alle reali dinamiche sociali ed economiche.

E, così, mentre il “nemico capitalista” del passato affondava le proprie radici in una dinamica socio-economica concreta e reale, strutturale, che è quella tra capitale e lavoro e, sul versante opposto, il “nemico comunista” si attualizzava per l’imponente tracotanza liberticida del blocco sovietico, i nemici dei nostri giorni, sono totalmente ectoplasmatici, finti, immaginari, quando non addirittura con le sembianze dei poveracci, dei disperati, dei morti di fame.

Sarà quel geniaccio mediatico di Silvio Berlusconi a reinventare il genere negli anni ’90 con un remake, tra il comico, il patetico ed il paranoico, del “nemico comunista”.

All’epoca avevo vent’anni e pensai, toppando clamorosamente, che non avrebbe funzionato. Ma come è possibile, mi dicevo, appena Ieri l’altro è caduto il muro di Belino, il Comunismo è morto e sepolto. Chi crederà mai a questa panzana?  E, invece, il cavaliere è riuscito mirabilmente nella sua impresa: ha spaccato il paese in due, ha creato un noi ed un loro, un dentro ed un fuori ed ha governato per un (altro) Ventennio.

Silvio Berlusconi, applicando alla lettera la sociologia del conflitto di Lewis Coser, pur non avendola mai letta, con un intuito formidabile aveva colto la straordinaria capacità di coesione interna che un nemico esterno, per quanto inverosimile e ridicolo, potesse produrre.

Quello che, forse, il cavaliere non aveva preventivato è che il Berluscnismo avrebbe evocato il suo opposto speculare.

E, così, l’antiberlusconismo, che certo aveva ragioni più robuste e concrete, data la spaventosa concentrazione di potere economico e politico del cavaliere, dopo un po’ assunse toni grotteschi che divennero funzionali ed utili alla Sinistra, che ci campò  (anch’essa) di rendita per un ventennio.

Poi arrivò Renzi con un altro colpo di genio, l’invenzione di un nemico double face, sia interno alla propria parte politica che esterno: i vecchi, la gerontocrazia sia di sinistra che di destra, fatta di orticelli di potere e di rendite di posizione, che avrebbero impedito al paese di evolvere e di progredire e che andava “rottamata”.

E, così, Matteo Renzi ha preso il potere con le sue truppe di “splendidi quarantenni” che hanno soppiantato i “vecchi parrucconi rosiconi”.

A questo punto, però, Matteo ha dimenticato di cercarsi un (altro) “bravo” nemico, o forse ha pensato che potesse farne a meno. Tragico errore: la sua cometa si è spenta miseramente in un battibaleno.

Ed oggi siamo arrivati alla nuova politica, quella del “cambiamento”, del nuovo che avanza, di Giggino Di Maio e di Matteo Salvini con i loro nuovi nemici: la casta, gli esperti, i professoroni, gli scienziati, gli immigrati, i Rom, gli intellettuali, i radical chic.

Questi si che sono dei “buoni” nemici, perché affondano le loro radici, in parte nell’odio per la Cultura, per il Sapere, per le Regole, per le Norme, in un paese che è sempre stato profondamente anarcoide e libertario; in parte perché questi nuovi nemici, in particolare immigrati e Rom sono capaci di evocare una valenza spiccatamente antropologica che si annida nella paura e, nello stesso tempo, nella repulsione e nello schifo per tutto quello che è diverso e che si nutre del potere fantasmatico della razza, della carne e del sangue.

Articolo successivoIl linguaggio della violenza
Sono nato nel 1970 in un paesone della Provincia di Napoli della Terra dei Fuochi e per 10 anni ho fatto l’avvocato penalista prima ed il giudice onorario poi. Dal 2008 sono ricercatore di sociologia del diritto, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove insegno “Comunicazione interculturale”. Il mio ambito di ricerca riguarda la dimensione del conflitto, soprattutto in una prospettiva culturale e l’analisi dei processi migratori e d’integrazione. Sono giornalista pubblicista e nel 2007 ho fondato la Rivista Italiana di Conflittologia (www.conflittologia.it), mentre nel 2011 ho costituito il Consorzio Universitario per l’Africa ed il Mediterraneo (www.cuam.eu) con l’intento di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata nell’area afro-mediterranea. Sono sempre compulsivamente portato a dire quello che penso, anche se mi sforzo strenuamente per cercare di contenermi. Questo aspetto del mio carattere non credo abbia giovato alla mia vita; ma sono sicuro ne abbia beneficiato il mio fegato. E va bene così. Mi piace il jogging, il krav maga, il vino e il mare del Salento dove mi rifugio, appena possibile, nella mia casa di San Foca. Vivo nel Sannio con Giovanna, Annachiara, Alfonso e Chaplin, il nostro Golden Retriver, che adoro come tutti gli altri animali che evito di mangiare.