Le vittime del ghepardo. Il passo felpato dell’Alzheimer

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E quello cos’è? E’ un asciugamano, mamma. Ah ecco.

Mi fai vedere… cosa c’è lì? E’ il minestrone, mamma.

E le domande non si fermano. Si ripetono uguali per le cose che sono uguali solo per noi. Ogni oggetto è sempre nuovo, ma non è stato appena comprato. Semplicemente non ha più un nome.

C’è un po’ di pace solo difronte alle foto, quelle di una volta, stampate, di una vita indietro.

Una vita che riemerge a chiazze, slegate come sono le macchie del manto di un ghepardo.

Feroce, invincibile, elegante, il ghepardo.

Ed è così anche la demenza senile, l’Alzheimer.

E’ feroce, non si ferma, ed è a suo modo elegante.

Perché scruta la vittima con un passo felpato, si abbassa per non farsi subito scoprire, si confonde nella quotidianità, come un ghepardo tra la vegetazione della savana.

Osservi la vita intorno, tutto sembra uguale. Non cogli alcuni dettagli, pochi movimenti tra le foglie che trascuri. Ed invece è il ghepardo che arriva, sta puntando. Prenderà la sua vittima, inesorabile. Al cospetto dell’assalto, non potrai fare nulla che ne eviti l’esito finale. Ma tantissimo per alleviare le ferite dei primi graffi nella carne, affinché non trasfigurino troppo velocemente la vittima.

Perché quella vittima è sempre Lei, mamma tua. E’ ferita, ma è Lei.

Che dolore accettare le ferite senza guarigione. Che fatica capire che sotto quella pelle lacerata per sempre Lei non è annullata.

Rifiorisce, a tratti, con un sorriso.

Una carezza basta per ritrovarsi e tutto diventa più lieve, teneramente più leggero. Perché la tentazione è nascondere i volti graffiati, scansare gli sguardi, eludere le domande.

Tutto sembra maledettamente morboso.

La fuga seduce anche te.

Non capisci che è terapeutico non andare lontano su un’altra sponda, ma restare fermi di fronte a quello che è, diverso dall’idea che hai in testa di come dovrebbe essere.

Si parla di una malattia familiare. Ed è così.

Colpisce tutti, la vittima dell’assalto e gli spettatori nell’arena domestica.

A leggere le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, si accappona a pelle. Quasi 36 milioni di casi nel mondo nel 2010 che raddoppieranno nel 2020 e triplicheranno nel 2030. In Italia, oltre un milione di persone soffrono direttamente e, con loro, tre milioni di familiari sono nell’orbita del dolore faticoso. Atterreranno a brandelli solo alla fine. Game over.

Non ho memoria di nessun episodio nelle mie storie di bambina in una famiglia aperta, piena di volti di ogni età, che anche velatamente sia collegabile alle situazioni che vedo e che ascolto sempre più frequentemente. Io credo ci siano diversi fattori concorrenti.

Sicuramente la vita si è allungata e le nascite sono praticamente a zero. Questo significa che l’incidenza, la percentuale degli over 60, i più vulnerabili, è salita maledettamente.

Un tempo si moriva prima e si nasceva di più. Ma non basta.

Le nostre famiglie di allora, una generazione fa, erano famiglie allargate, ma allargate non solo in numero, ma anche in profondità di legami. Zii, nonni, nonne, compari, cugini, dirimpettai, vicini di casa si accompagnavano continuamente nel sentiero di ogni giorno.

Erano tanti e c’erano.

Ammortizzatori sociali gratuiti, intrisi del profumo delle tradizioni sane del pranzo della domenica, della sera dai nonni, del pomeriggio con i cugini, dello schiamazzo sui pianerottoli.

Gli over vivevano integrati, con la loro scansonata “aterosclerosi”, l’unica parola che ricordo a commento di qualche acciacco guardato con benevolenza da tutti.

Non c’era nessuna esclusione, la fatica di un nonno era diluita nelle atmosfere gioiose piene di bambini e ragazzi e distribuita su tante braccia operose.

Adesso, mediamente, siamo soli.

Arranchiamo su una salita che ci toglie il fiato e cerchiamo soluzioni “artigianali” che si nutrono del passaparola, dell’amico che sa qualcosa, della notizia furtiva che passa il velo dell’omertà del pudore familiare.

Un continuo rincorrere la forma più efficace dell’aiuto. Immersi nella spirale, non c’è nemmeno la lucidità per cercare con razionalità e reclamare una risposta tanto civile quanto evoluta si dichiara la società che viviamo. Un supporto concreto per soddisfare un diritto, non una pretesa.

Le soluzioni “artigianali” più ricorrenti sono loro: le badanti.

Donne di un’Europa a velocità ridotta o di un Mondo lontano che arrivano da noi attrezzate solo di presenza. Disponibili ad esserci, a restare nelle nostre case, a mangiare con noi, dormire con noi e stare vicino alla vittima del ghepardo.

Immigrate? Si, certo! Immigrate che rispondono alla nostra spaventata necessità.

Non sono ovviamente sante. Sono persone di ogni umanità: ruvide, sensibili, scostumate, educate. Proprio come noi. Un esercito al lavoro nelle nostre famiglie atomizzate.

Ne abbiamo bisogno e le accogliamo con la speranza che resistano.

E’ incredibile, ma è così. Sono immigrati che non vogliamo vadano via presto.

Questa inclusione sociale, direi, egoista, la realizziamo noi dal basso e vogliamo che sopporti il peso quotidiano della lotta contro il ghepardo.

Loro hanno lo stesso nome di quelle persone che sono additate come la fonte di ogni male moderno di mancata convivenza civile.

Un nefasto strabismo sociale condito di moralismo borghese.

Bisogna nascondere velocemente le vicende domestiche che devono essere perfette per raccontarle senza disagio e, intanto, additare senza freni gli unici colpevoli delle storture fastidiose per il benessere sociale. Tutti colpevoli, tranne noi che sappiamo puntare il dito.

E, intanto, le domande continue non si fermano. Quando finalmente ti mancheranno sarà troppo tardi.

Il ghepardo ha affondato i denti acuminati alla gola.

Resta solo il ricordo della tenerezza perduta. Fin quando il ricordo potrà farsi spazio, prima che un altro ramoscello si muova inavvertito nella savana della vita. Misteriosa e affascinante.

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Insegno Sistemi elettrici per l’energia da decenni all’Università di Cassino, dal 2001 come prof ordinario, prima in altri ruoli, ma sempre con lavagna e gesso, anche colorato. Sono orgogliosamente Beneventana e adottata, appunto da decenni, dalla Città di Cassino. A Cassino ho avuto l’onore di fare l’esperienza di Assessore per 13 mesi, in quell’occasione ho coniato un mio motto: “amministrare non è come pensare di amministrare”. Sono da sempre curiosa degli scenari della politica, locale e nazionale, che cerco di guardare con attenzione. Qualche volta mi distraggo, attratta dalla bellezza del mondo e delle persone che vorrei fotografare. Perché la fotografia è la mia passione, ereditata da papà mio, che mi accompagna da sempre. Lotto ogni giorno fedelmente con la palestra, senza risultati obiettivi, ma non me ne dispiaccio più di tanto.