L’evasione e l’evaso: se 19 milioni vi sembran pochi

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Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha da poco dichiarato che in Italia ci sono circa 19 milioni di evasori. Tanti infatti, secondo il direttore del nostro Fisco, sono i cittadini che si trovano alle prese con almeno una cartella esattoriale. Siamo insomma di fronte ad un’ammissione che incide profondissimamente su uno dei pilastri che dovrebbe reggere uno Stato di diritto, intaccando drammaticamente il principio di effettività. Se infatti ha senso contrastare comportamenti illeciti isolati, minoritari, percepiti come immorali dalla gran parte della popolazione, ne ha molto meno, perlomeno sotto il profilo strettamente giuridico, la lotta ad un malcostume generalizzato, ad una sorta di compensazione de facto ad un atteggiamento statuale punitivo e manzoniano: aliquote insostenibili per molti onesti, in cambio di un lassismo generalizzato contro le pratiche evasive.

In Italia il dibattito su come uscire da questa divisione in blocchi, tra rigoristi e lassisti, è probabilmente finito da tempo su un binario morto, anche a causa dell’assenza di una sintesi politica complessiva, capace di non farsi schiacciare dalle due opposte fazioni, e soprattutto, in grado di lasciare da parte moralismo, retorica e pulsioni individualiste, al fine di porsi l’obiettivo di una composizione equa degli interessi contrapposti. Se infatti è assurdo propugnare la retorica del “quanto è bello pagare le tasse”, in un contesto in cui il comportamento individuale che si conforma pienamente e volontariamente al contenuto letterale delle norme risulta per l’individuo che lo pratica quasi una forma di suicidio economico e psicologico, nemmeno si può continuare a fingere di non vedere, a giustificare massicce evasioni con il trito ritornello sulle risorse che generano lavoro e sviluppo, sottraendosi, quasi con una funzione risarcitoria ed ultraterrena, all’inefficienza di uno Stato predone.

Sono stati in pochissimi in questi ultimi decenni ad avere il coraggio di offrire al paese una nuova sintesi del conflitto tra cittadino e fisco, basata sul riconoscimento di una sfera di reddito individuale intangibile, ed allo stesso tempo, sul doveroso rigore nei confronti di profitti che non possono andare a rimpinguare patrimoni già sterminati, sottraendosi ai doveri di solidarietà e coesione sociale che il fisco dovrebbe avere, come sua primaria funzione.

Il risultato di opposti eccessi, privi di verità e lungimiranza, ha prodotto sostanzialmente uno stallo, che fotografa un paese lacerato, tra coloro che di tasse ne pagano decisamente troppe, per ritrovarsi in tasca troppo poco per una vita libera, piena e dignitosa, e molti che riescono costantemente a farla franca, versando decisamente troppo poco, in rapporto alle proprie possibilità, nonostante il bisogno di risorse da destinare ai bisogni della collettività. A questo scenario, francamente desolante, si è sempre aggiunto uno Stato sprecone, troppo spesso inflessibile con i più poveri, anche per violazioni modeste delle norme tributarie, ed incapace di perseguire con efficacia coloro che hanno fatto fortuna a discapito della cittadinanza, e che magari pagano modesti conti con la legge, per poi ritrovarsi, dopo peripezie processuali incomprensibili e farraginose, con un consistente patrimonio illecito nella propria effettiva disponibilità.

Se dunque le parole di Ruffini possono suonare come una doverosa operazione verità, anche laddove suggeriscono di mitigare la risposta repressiva e carceraria nei confronti dell’evasore, privilegiando l’aspetto risarcitorio verso la collettività, occorre registrare per l’ennesima volta il vuoto della politica, incapace di produrre un nuovo patto generazionale che tenga unito il paese, affermando il diritto del cittadino a godere dei giusti frutti del proprio impegno lavorativo, ma allo stesso tempo, rendendo accettabile e generalmente accettato il prelievo fiscale, attraverso l’uso rigoroso delle risorse e la capacità di impedire ai più forti di farla sempre franca.