Nella strage di Uvalde sono morto anche io

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Ho atteso molte ore prima di provare a leggere i profili dei bambini assassinati nell’ennesima sparatoria immotivata che ha funestato in queste ore la comunità di Uvalde, in Texas. Ogni nome una foto, ogni nuova foto uno strazio. Leggere di diciannove bambini uccisi, senza una ragione, senza nessuna spiegazione, è un orrore che mi ha messo di fronte all’abisso. Così ho scelto di darmi tempo, ho osservato le mie reazioni con una calma forzata, utilizzando la stanchezza come un’armatura. Ho sperato che guardare quei volti al minimo delle mie emozioni fosse l’unico espediente per non soccombere, ma all’ubriachezza della debolezza si è sommata quella dello schianto.

Un nome, un volto, una descrizione dei parenti. Un meccanismo di analisi insopportabile, ma allo stesso tempo indispensabile, quasi nevrotico, affamato di ossigeno, contatto, consapevolezza.

Cosa posso dire in questi momenti, mentre penso ai colpi, ai corpi, ai dettagli di coraggio e angoscia, all’inferno generato da chi ha scelto di distruggere un pezzo di mondo, innocente, privo di colpe, per ragioni che sfuggono a qualsiasi mia volontà di comprensione?

La risposta dell’opinione pubblica mondiale è stata di sdegno verso la facilità con cui negli Usa la lobby delle armi può prosperare liberamente, consentendo a milioni di cittadini, molti potenzialmente violenti o instabili, di padroneggiare strumenti di morte micidiali, assolutamente inutili ad una vita normale, in una società civile.

Ha destato scalpore, e penso lo abbia fatto giustamente, l’accorato intervento di Steve Kerr, allenatore dei Golden State Warriors, fortissima squadra dell’NBA, la massima espressione del Basketball mondiale. Kerr, in poco più di due minuti, ha condensato commozione e sdegno, puntando il dito contro le istituzioni statunitensi colpevoli, a suo dire, di non approvare leggi capaci di impedire la vendita delle armi a chiunque, per mere ragioni di potere.

La società statunitense è da anni funestata da eventi di questo genere e Kerr ha offerto una lezione di altissima moralità politica, anche se da alcuni osservatori giungono note assai scettiche sulla volontà del paese di agire finalmente con una stretta sul far west generato dalla circolazione di armi di ogni genere, in ogni angolo del paese.

Per guardare tutti quei volti serve una dose di anestetico decisamente troppo forte per le mie possibilità. Un nome, un volto, una storia, un sorriso, un sogno di vita infranto, una famiglia spezzata per sempre. Diciannove volti, oltre a una maestra, che hanno pagato con la vita la vicinanza a quell’inferno innocente.

Le armi non possono essere normalità, in una società che ambisca alla civiltà. Nei fumi del dolore, c’è solo da provare un immenso, per certi versi indegno, sforzo di cinismo, augurandosi che questa ennesima tragedia possa finalmente spingere le autorità degli USA ad intervenire per eliminare dal paese i milioni di pezzi di morte che incombono sulla vita dei cittadini americani e continuano a funestare la vita di troppe vittime innocenti.