Perché difendo il reddito di cittadinanza

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Nella stagnante politica del volemose bene che accompagna questa fase di unità nazionale nel segno di San Draghi, la campagna referendaria annunciata da Matteo Renzi contro il reddito di cittadinanza ha il merito oggettivo di riaccendere la dialettica politica.

Nella sua ultima e-news il senatore semplice di Rignano si scaglia nuovamente contro la misura, scrivendo tra l’altro che essa non può essere difesa, “… a meno di non voler dire che con 500€ al mese si può campare bene”.

Ecco, io direi che questa frase basta e avanza per una riflessione sul tema. Mi pongo infatti una domanda: ma se con 500€ al mese non si campa affatto bene, senza quelle come si campa? Renzi obietta che vuole togliere il reddito di cittadinanza a quelli che lo percepiscono, per dargli in cambio “lavoro”. Ma quale lavoro? Il suo? Conferenziere a gettone per dittatori stranieri? Lobbista internazionale? Senatore della Repubblica italiana, il tutto… si intende… all inclusive? Perché se così fosse, se quello fosse il lavoro che si vuole offrire a chi oggi campa (male, e su questo siamo tutti d’accordo), con il reddito di cittadinanza, io sarei d’accordo con Renzi.

Purtroppo Renzi non considera che oggi, qui ed ora, nell’Italia del 2022, la maggior parte delle famiglie monoreddito, in cui lavora una persona sola, si trovano in uno stato di povertà. Ciò vuol dire che la favola del lavoro che rende liberi è una favola, appunto. I salari che percepisce buona parte degli italiani sono assolutamente inidonei a consentire “ai lavoratori ed alla propria famiglia… un’esistenza libera e dignitosa”, come recita, tra il serio ed il grottesco, la nostra inattuata Costituzione.

I salari di chi fatica, di chi non ha aderenze con le persone ricche e potenti, sono assolutamente inidonei a togliere il lavoratore da uno stato di bisogno.

Una famiglia media, di quattro persone, che viva in un’area depressa del paese, quindi anche con costi della vita non ai massimi livelli interni, se paga un mutuo per la propria abitazione, ha bisogno di almeno 2000 mensili euro per sopravvivere, e non certo in condizioni dignitose, ma rasentando la sussistenza. Se infatti consideriamo di 500 euro mensili l’importo di un mutuo, ci aggiungiamo 300 euro medie per le utenze ed il condominio, 500 euro per il cibo, 300 per il carburante ed i costi fissi di gestione di una sola automobile, il vestiario, qualche imprevisto, qualche piccola manutenzione, almeno 200 euro per spese destinate ai figli, posto che la nostra famigliola tipo sia composta da mamma, papà e due figli, ecco che i 2000 euro mensili sono presto raggiunti.

La domanda che io vorrei fare al senatore Renzi è dunque questa: quali sono in Italia i salari che consentono al lavoratore ed alla sua famiglia di condurre un’esistenza libera e dignitosa, in linea con quella promessa e garantita dalla Costituzione italiana? Quanti lavoratori guadagnano abbastanza? Quante famiglie italiane possono permettersi di sopravvivere senza che siano costretti a lavorare entrambi i genitori?

In uno scenario in cui lavoro non fa dunque rima con reddito, ma spesso con povertà, umiliazione e schiavitù, è davvero il reddito di cittadinanza il nemico della prosperità dei cittadini italiani?

La mia risposta è un “no” categorico. Il problema dei nostri cittadini non sono i miseri sussidi ai più poveri, per alleviare situazioni di drammatico bisogno materiale, ma i miseri salari dei lavoratori, comunque poveri, nonostante i politici più ricchi tentino di spiegargli che la povertà che vivono gli altri, non sia in realtà tale, ma sia una splendida ricchezza.

Siamo insomma al referendum psicologico: convincere il povero che in realtà è ricco.

Spero quindi che il senatore di Rignano raccolga le firme necessarie e che i cittadini possano pronunciarsi su questo tema: il rapporto tra cittadinanza e reddito è infatti uno dei temi destinati a monopolizzare il prossimo futuro della nostra democrazia, ed io penso che sia giusto che il popolo possa dire la propria su una questione che tra dieci anni sarà ancora più centrale nel dibattito politico della nostra società.