Non giovani alla siesta

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In principio fu il “nongiovane”, un personaggio creato da Francesco Mandelli, che descriveva lo stato di perenne minorità di un non giovane, trattato ancora da giovane.

Oggi sono i protestanti francesi, gente con le palle, a confronto con gli italici, invero assai pigri, che non devastano nemmeno una stradina secondaria, ma quando lo fanno sono terroristi e nemici della pace sociale.

Il fenomeno dei lavoratori poveri, dei giovani non giovani, che lavorano, ma non guadagnano, che non hanno tutele, che devono rivolgersi ai patrimoni familiari per pensare di mantenere intatto un tenore di vita autosufficiente, non può più essere incasellato nella comoda vulgata delle classi dominanti.

I vecchi e ricchi signori che hanno definito le nostre generazioni come un ammasso di “choosy”, “bamboccioni”, e che ci invitano a darci da fare, non hanno fatto niente più di noi e niente meglio di noi.

Siamo di fronte ad una verità che fa malissimo: gli ingranaggi economici che ormai permeano in modo totalizzante quella cosa chiamata “società”, non sono fatti a misura di futuro, ma costringono la massa delle nuove generazioni ad un ruolo necessariamente subalterno.

Persino gli elementi “realizzati” finiscono con il diventare armi utili alla propaganda, tese a dimostrare che il problema di una marginalità sociale ed economica non consista in meccanismi di allocazione della ricchezza che non hanno più nulla di razionale ed accettabile, ma dipendano dall’inadeguatezza del malcapitato di turno.

Un racconto affascinante, che difficilmente spiega i numeri di un’emarginazione giovanile che ormai attanaglia milioni di cittadini europei, mostrando le crepe e le rughe di un sistema che tenta ancora di mostrarsi nel fiore dell’età.

Se paragonassimo la quantità di sapere accumulata dalle nuove generazioni e la confrontassimo con quella sufficiente a garantire “un posto fisso” e un futuro sereno ai nostri genitori, il paragone sarebbe imbarazzante, in nostro favore.

Nonostante i trentenni e i quarantenni contemporanei siano molto più colti di chi li ha generati, abbiano studiato di più, abbiano sostenuto molte più prove, spesso stressanti ed aleatorie, rispetto ai loro padri, i risultati, in termini di certezza occupazionale ed inclusione sociale, sono largamente deficitari.

Basta dunque raccontare balle sui giovani, pigri e approfittatori.

La verità è che le generazioni che hanno violentato l’Italia, hanno depredato anche noi.

Ci hanno condannati a una minorità economica e politica, hanno costruito sistemi di garanzie che funzionano solo per i vecchi, hanno ottenuto per se stessi condizioni lavorative infinitamente migliori di quelle che hanno riservato a noi.

Il giochino ha persino funzionato, per qualche anno, ma oggi l’inoccupazione e l’impoverimento giovanile di massa gridano vendetta. Persino il fenomeno dei quarantenni, trattati ancora “da giovani”, grida vendetta.

Si è giovani a 20 anni. Dopo, semplicemente, si entra in quella fase della maturità, che dovrebbe comportare impegno, prospettiva, famiglia, benessere, inclusione sociale.

Il problema della povertà e della disperazione dei giovani italiani non sono i giovani, ma i vecchi, i cinquantenni, i sessantenni, i settantenni, che hanno distrutto, saccheggiato, lasciato macerie e che hanno anche la faccia tosta di dire che se stiamo peggio di loro è colpa nostra.