Legittima Difesa

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La citazione più dissacrante del generale e scrittore Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz non è stata quella che lo ha reso celebre: «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi».
Il teorico militare prussiano, infatti, ha messo in luce un ulteriore aspetto del conflitto assai più acuto, indigesto, sottaciuto e rimosso: «ad iniziare una guerra, non è l’azione di chi offende, ma la reazione di chi si difende. Se non ci fosse reazione, infatti, l’attacco si risolverebbe in una occupazione, ma senza conflitto armato e, quindi, non ci sarebbe la guerra».
Molti anni dopo, nel 1965, il sociologo Julien Freund, replicando alla tagliente ironia di uno dei commissari, durante la discussione della tesi di dottorato, con fulmineo e dissacrante sarcasmo, sottolineava come a poco valga la nostra posizione arrendevole e pacifica in quanto «è il nemico a designarci come suoi nemici mortali».
Insomma, queste due osservazioni, da prospettive diverse, ci disvelano una verità di solare evidenza: la guerra, a ben vedere, è il prodotto dell’attività “difensiva” posta in essere da chi è aggredito da un attacco violento altrui.
Per tale ragione, non ha senso essere “contro la guerra”, perché significherebbe mettersi contro il diritto di difendersi di chi viene aggredito: quello che dobbiamo, invece, combattere strenuamente e senza cedimenti, sono gli atti di aggressione che rappresentano la causa prima delle guerre.
In definitiva, dobbiamo centrare correttamente l’oggetto e, soprattutto, la temporalizzazione della nostra analisi, in quanto il problema non è rappresentato dalla guerra in sé, che come abbiamo detto è conseguenza, per quanto paradossale, della difesa della vittima, ma dal suo antecedente: la violenza e la furia dell’aggressore.
Ed è, esattamente, quello che è accaduto in Ucraina: la guerra in corso è il prodotto di un atto di feroce e spietata aggressione militare perpetrato dalla Russia, contro uno stato libero e sovrano.
Per tale ragione appare surreale, per non dire grottesca, la posizione di chi ritiene che il popolo ucraino non debba essere sostenuto militarmente perché, altrimenti, “così si alimenta la guerra”.
Sarebbe come chiedere alla donna violentata di non reagire all’aggressione, di non provare a resistere, di consegnarsi allo stupratore e, magari, di “agevolarlo”, per rendere meno traumatica e dolorosa la violenza stessa.
E, così, fuor di metafora, attraverso il sibilo dei proiettili, il fragore delle bombe, il sangue delle vittime e l’orrore di questi giorni, veniamo alla tesi di fondo di questa breve riflessione: le aggressioni alla democrazia, alla libertà e allo stato di diritto si difendono, armi in pugno, anche con la “guerra”, se necessario.
Del resto, il fiero popolo ucraino, da quasi un mese sotto le bombe russe, tra atroci sofferenze, case crollate, scuole abbattute e morti per strada, si è incaricato di ricordarci, che non ha avuto scelta, perché «il nemico lo ha designato come suo nemico mortale» e, così, per proteggere la propria libertà è dovuto scendere in strada, armato di kalashnikov a fare le barricate, a “fare la guerra”.
In realtà, che la libertà si difendesse con le armi lo sapevamo già.
É solo che ce ne eravamo dimenticati.
Ce lo aveva insegnato, durante la Seconda Guerra mondiale, la nostra cara vecchia Europa, che sotto le bombe naziste aveva difeso, con i denti, con le unghie e con il sangue dei suoi figli, lo stato di diritto e i suoi valori fondanti.
Ma la vecchia Europa aveva fatto anche molto di più: era riuscita col suo sacrificio a difendere e a preservare quel “pensiero critico”, che aveva faticosamente costruito nei secoli, dall’aggressione subdola e perniciosa che il furore ideologico della dittatura nazi-fascista esercitava sulle coscienze, oramai sempre più intorpidite e indifese.
Quella stessa Europa che oggi, di fronte all’aggressione allo stato sovrano dell’Ucraina, è stata inaspettatamente capace, in sole 24 ore, di ritrovare se stessa e, così, l’unità politica ed il comune sentire che, solo fino a ieri, sembrava un sogno impossibile.
È difficile spiegare come questo “miracolo” politico europeo, che rappresenta l’unica nota positiva e inaspettata tra il fragore delle bombe di questi tristi giorni, sia stato possibile.
È pur vero che lo shock di una guerra atroce, nel cuore dell’Europa, è stato enorme, stordente: basti pensare che la stessa pandemia, che pure ci aveva annichiliti fino a ieri, è diventata un ricordo sbiadito e lontano, trasformando in meno di una settimana gli invadenti e onnipresenti “virologi” in dei figuranti, anonime comparse, personaggi in cerca d’autore.
Il dittatore Putin, infatti, è stato capace di spostare all’indietro, di oltre mezzo secolo, i calendari, facendoci ripiombare in un tragico déjà vu, che credevamo oramai confinato nei libri di storia, fatto di bombardamenti, sirene antiaeree, rifugi, devastazione, morte.
Non possiamo, però, neanche sottrarci a qualche scomoda considerazione, perché la responsabilità della barbarie che si sta consumando in questi giorni è anche nostra.
Consapevoli che il soddisfacimento dei nostri comodi ed ingordi bisogni, dipendeva dal gigante energetico russo, ci siamo voltati dall’altra parte: siamo stati vigliaccamente ciechi e sordi al grido di dolore di Anna Politkovskaja e delle altre centinaia di giornalisti uccisi a colpi di revolver, in perfetto stile mafioso, come pure alla richiesta d’aiuto dei coraggiosi oppositori politici, come Aleksej Naval’nyj, incarcerati per le opinioni espresse e alle sofferenze dei dissidenti del regime, come Alexander Litvinenko, inseguiti in capo al mondo dai servizi segreti russi ed avvelenati come topi.
Certo, oggi è tardi per recriminare, ma la vita c’insegna che …non è mai troppo tardi.
E, così, dobbiamo difendere e sostenere, armi in pugno, la democrazia e la libertà del popolo ucraino, perché così facendo difendiamo noi stessi, la nostra storia, la nostra identità, i nostri valori.
Consapevoli del fatto che di fronte all’aggressione di uno stato sovrano e alla violenza di un’invasione, fatta di carrarmati, missili, ospedali bombardati e bambini morti, la difesa armata è sempre legittima.

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Sono nato nel 1970 in un paesone della Provincia di Napoli della Terra dei Fuochi e per 10 anni ho fatto l’avvocato penalista prima ed il giudice onorario poi. Dal 2008 sono ricercatore di sociologia del diritto, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove insegno “Comunicazione interculturale”. Il mio ambito di ricerca riguarda la dimensione del conflitto, soprattutto in una prospettiva culturale e l’analisi dei processi migratori e d’integrazione. Sono giornalista pubblicista e nel 2007 ho fondato la Rivista Italiana di Conflittologia (www.conflittologia.it), mentre nel 2011 ho costituito il Consorzio Universitario per l’Africa ed il Mediterraneo (www.cuam.eu) con l’intento di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata nell’area afro-mediterranea. Sono sempre compulsivamente portato a dire quello che penso, anche se mi sforzo strenuamente per cercare di contenermi. Questo aspetto del mio carattere non credo abbia giovato alla mia vita; ma sono sicuro ne abbia beneficiato il mio fegato. E va bene così. Mi piace il jogging, il krav maga, il vino e il mare del Salento dove mi rifugio, appena possibile, nella mia casa di San Foca. Vivo nel Sannio con Giovanna, Annachiara, Alfonso e Chaplin, il nostro Golden Retriver, che adoro come tutti gli altri animali che evito di mangiare.