Il Coronavirus, lo sciacallo verde e la biopolitica del contagio

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Non importa se i morti che farà la nuova influenza da Coronavirus, saranno inferiori a quelli dell’influenza stagionale.

E poco conta se la comunità scientifica internazionale cerchi disperatamente di razionalizzare la follia ed il panico che si è diffuso.

Per rimanere al nostro paese è di ieri lo sfogo della dott.ssa Maria Rita Gismondo, direttrice responsabile di Microbiologia Clinica, Virologia e Diagnostica delle Bioemergenze dell’Ospedale Sacco di Milano che dice: “A me sembra una follia. Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza, per una pandemia letale. Non è così. Guardate i numeri”.

Tutto questo, nel mentre vengono svuotati i supermercati dai beni di prima necessita, come pasta, riso e scatolame, da una umanità oramai in preda ad una sorta di delirio millenarista.

La Scienza, i numeri e le statistiche, infatti, nulla possono di fronte al potere imponente e pervasivo della paura.

E questo per un motivo molto semplice: la paura è un’emozione che nulla ha a che vedere con il “pericolo”, né tantomeno col “rischio”, che si muove secondo dinamiche emotive autonome, indipendenti e soprattutto profondamente irrazionali.

Io non credo, infatti, nelle grandi regie occulte, negli scenari orwelliani, né in precise strategie di governo mondiale di comunicazione del rischio.

In queste dinamiche gli scienziati, i detentori del sapere ed i politici svolgono un ruolo marginale.

In questo bailamme sono, infatti, i Media a fare la parte del leone: la carta stampata dedica quotidianamente le prime 3 o 4 pagine al “Coronavirus”, mentre i maggiori giornali online, hanno predisposto sui loro siti addirittura aggiornamenti “on time” dei contagi e dei morti.

Per non parlare dei giornalacci come Libero, che risulta in verità anche improprio definire “stampa”, che diffondono notizie che integrano compiutamente la consumazione del reato di procurato allarme, di cui all’art. 658 del codice penale.

Solo per citare l’apertura di ieri 23 Febbraio, Libero a nove colonne, così sentenziava: “Il Governo agevola la diffusione del virus. Prove tecniche di strage”.

I telegiornali, dal canto loro, contribuiscono al panico, veicolando immagini apocalittiche da film dell’orrore: paesi deserti, mascherine, barelle, tute anticontaminazione, flebo, morti….

Chiudono questo scenario terrificante i social media, con i soliti idioti, che poi sono gli stessi imbecilli di ieri, quelli dei complotti, del Bilderberg, di Soros, degli Illuminati, delle scie chimiche, dei vaccini, che oggi si sono riciclati come epidemiologi e virologi.

Insomma, per loro vale un po’ quello che vale per i diamanti: un cretino è per sempre.

Cosa fare allora per arrestare l’epidemia dilagante?

Basterebbe spegnere tv, computer e smartphone…

I numeri del panico, più che la psicologia, la sociologia e la psichiatria, ce li fornisce l’economia: una bottiglietta da 80 ml di Amuchina “Xgerm” per le mani, è arrivata a costare su Amazon quasi 30 euro, aumentando in una settimana di quasi 10 volte.

Sono numeri da mercato nero delle economie di guerra: mi hanno ricordato “Napoli milionaria” di Eduardo De Filippo, dove si narra di una bimba ammalata che morirà, se non si troverà una medicina che sembra essere, però, introvabile in tutta Napoli, a causa del mercato nero.

La medicina la porterà “il ragioniere Spasiano”, ormai ridotto sul lastrico proprio dal mercato nero, che la fornirà gratuitamente proprio a chi lo aveva strozzato, sottolineando: «Chi prima, chi dopo, ognuno deve bussare alla porta dell’altro».

Il Governo è in grande affanno, altro che regia occulta… naviga a vista, nel tentativo di mettere in campo misure per contenere non tanto il contagio, quanto piuttosto atte a rassicurare il paese.

L’epidemia, infatti, a leggere tra le righe le dichiarazioni degli scienziati, sembrerebbe di fatto inarrestabile e, allora, l’obiettivo delle Istituzioni appare essere soprattutto quello di mostrare i muscoli, di ostentare efficienza, determinazione: di rassicurare i cittadini.

L’aspetto politicamente più rilevante appare, invece, il vergognoso sciacallaggio delle opposizioni fascio-sovraniste che, nel caso del “coronavirus”, hanno raggiunto il loro punto più basso di sempre.

E non era cosa facile.

In cima alla classifica c’è certamente lui: Matteo Salvini.

Ebbene, lo sciacallo verde, dopo l’invasione degli immigrati, gli stupri ad opera dei “negri”, dopo Desiré e Bibiano è subito saltato sul carro, o meglio sulla barella del Coronavirus.

E così il “capitone”, da vero virus infestante, ha cominciato a diffondere, illazioni, sospetto, paura, discriminazione, odio, pur di guadagnare una manciata di voti.

Le sue vittime sono sempre le stesse: l’altro da sé, il diverso, l’extraneus… e poco conta se gli africani sui i barconi e gli immigrati cinesi in Italia non abbiano avuto alcun ruolo nella diffusione del contagio, mentre con ogni probabilità l’untore sembrerebbe essere stato un nostro connazionale in doppio petto, che viaggiava in business.

Il dato socio-politico e culturale più interessante è, in realtà, un altro.

A leggere i blog dei vari fascio-sovranisti, questa epidemia avrebbe fornito la prova definitiva della necessità di chiudere le frontiere e di erigere muri, di fronte al pericolo proveniente dall’esterno, da fuori.

Tali deliranti considerazioni si sostanziano attraverso posizioni razziste, secondo le quali il virus sarebbe il prodotto di popolazioni sottosviluppate, che mangiano animali strani e dove le misure igieniche sono carenti.

Insomma, al razzismo “genetico” e alla superiorità della “razza”, oramai, scientificamente insostenibili, si è sostituito un razzismo culturale, secondo il quale popoli culturalmente inferiori sarebbero portatori di malattie, a causa di oscene e raccapriccianti pratiche alimentari e sociali, arcaiche e tribali.

La difesa della salute si offre, così, come collaudato strumento neorazzista, in grado di fare nuovi proseliti, non solo tra ipocondriaci e disturbati mentali, ultima frontiera “biopolitica” che, attraverso lo spauracchio di malattie e pestilenze varie, si (ri)afferma come strumento ideologico di esclusione, di separazione geoculturale e di lotta politica.

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Sono nato nel 1970 in un paesone della Provincia di Napoli della Terra dei Fuochi e per 10 anni ho fatto l’avvocato penalista prima ed il giudice onorario poi. Dal 2008 sono ricercatore di sociologia del diritto, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove insegno “Comunicazione interculturale”. Il mio ambito di ricerca riguarda la dimensione del conflitto, soprattutto in una prospettiva culturale e l’analisi dei processi migratori e d’integrazione. Sono giornalista pubblicista e nel 2007 ho fondato la Rivista Italiana di Conflittologia (www.conflittologia.it), mentre nel 2011 ho costituito il Consorzio Universitario per l’Africa ed il Mediterraneo (www.cuam.eu) con l’intento di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata nell’area afro-mediterranea. Sono sempre compulsivamente portato a dire quello che penso, anche se mi sforzo strenuamente per cercare di contenermi. Questo aspetto del mio carattere non credo abbia giovato alla mia vita; ma sono sicuro ne abbia beneficiato il mio fegato. E va bene così. Mi piace il jogging, il krav maga, il vino e il mare del Salento dove mi rifugio, appena possibile, nella mia casa di San Foca. Vivo nel Sannio con Giovanna, Annachiara, Alfonso e Chaplin, il nostro Golden Retriver, che adoro come tutti gli altri animali che evito di mangiare.