C’è ancora un giudice a Berlino…?

0
441

“Ci sarà pure un giudice a Berlino…”, si chiedeva il mugnaio di Potsdam narrato da Bertold Brecht, mentre lottava tenacemente contro l’imperatore Federico II di Prussia, che voleva espropriare il suo mulino per abbatterlo.

Si trattava chiaramente di un abuso di potere dell’imperatore: quel mulino rovinava il panorama del suo nuovo castello che aveva fatto costruire a Sans Souci.

Pur di averla vinta, l’imperatore non esitò a corrompere tutti i giudici a cui il mugnaio, di volta in volta, si rivolgeva.

Con grande tenacia, però, il mugnaio riuscì finalmente a trovare a Berlino un giudice libero, onesto e indipendente, che sentenziò la sua giusta causa.

La metafora dello straordinario drammaturgo tedesco ci disvela, così, quale sia la funzione più nobile e profonda della magistratura: il suo essere argine all’arbìtrio del potere e, pertanto, baluardo dei diritti del cittadino.

Non a caso, la democrazia liberale ha come priorità quella di dotarsi di un corpus di magistrati che possano operare in piena libertà, autonomia e indipendenza.

L’architettura costituzionale del moderno stato di diritto, funzionale a tale obiettivo, è così strutturata in modo che i magistrati appartengano ad un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.

Ma ciò non basta.

Un aspetto centrale, a tutela dell’indipendenza dei giudici è quello che riguarda la loro retribuzione che, non a caso, è mediamente più elevata di quella degli altri funzionari pubblici.

Tale previsione, evidentemente, non vuole costituire un privilegio, ma ha la funzione di contribuire a garantirne libertà e indipendenza.

E, così, in Italia un magistrato “ordinario”, di prima nomina, guadagna poco più di 2.200 euro netti mensili, che diventano circa 3600 euro dopo 4 anni, per arrivare a 6000 euro al raggiungimento dei 20 anni di servizio.

Non tutti i giudici, però, sono uguali!

Mi riferisco, evidentemente, alla cd. Magistratura Onoraria, ai circa 5200 giudici che, da oltre vent’anni, decidono la stragrande maggioranza delle cause civili e penali.

Questo esercito di precari, per la gran parte ultracinquantenni, che ha dedicato la vita alla giustizia, sebbene eserciti le stesse ed identiche funzioni dei magistrati ordinari, è sottopagato e privo di tutele.

Eppure questi giudici di “onorario” hanno solo il titolo, poiché la maggior parte di essi è rinnovata nelle funzioni da decenni e vive esclusivamente del compenso riconosciuto per svolgere tale compito. Specularmente, i tribunali possono sopravvivere solo grazie al loro lavoro.

L’etichetta “onorario” è diventata, così, la foglia di fico che serve a nascondere la mancanza di ogni tutela di tali lavoratori, la maggior parte dei quali svolge le funzioni giudicanti a tempo pieno.

E, pertanto, ancora una volta le “toghe precarie” saranno costrette ad incrociare le braccia dall’8 all’11 Luglio, per protestare contro l’ennesima riforma che li umilia e li annichilisce come operatori del diritto, come giudici, come lavoratori, come uomini.

L’astensione dalle udienze di questi “cottimisti della giustizia” è diretta contro l’annunciata controriforma del cosiddetto “Governo del cambiamento” che li mortifica, nonostante gli entusiastici proclami che il Vicepremier Salvini e il Ministro Bonafede, in piena campagna elettorale, avevano diffuso con spregiudicatezza e cinismo: “Il Governo manterrà gli impegni assunti con i magistrati onorari formalizzati nel cd. “Contratto di Governo”, riconoscerà il ruolo dei magistrati onorari, attraverso una completa modifica della recente “Riforma Orlando” e affronterà le questioni attinenti al trattamento ad essi spettante ed alle coperture previdenziali ed assistenziali”.

I magistrati onorari, però, non potevano immaginare che a tali miserabili fandonie, si sarebbe aggiunta la beffa!

Ma facciamo un passo indietro.

Circa un anno fa il neonato “Governo del cambiamento” istituì un “Tavolo tecnico”, con la finalità di concordare con le maggiori organizzazioni dei giudici onorari, le modifiche urgenti da apportare alla mortificante “Riforma Orlando”.

Ebbene, nonostante la sottoscrizione, da parte della quasi totalità delle sigle sindacali, dopo un anno di estenuanti trattative, di un documento condiviso, il Governo ha fatto marcia indietro rimangiandosi gli accordi presi.

E’, infatti, dei giorni scorsi, la presentazione di un disegno di legge che prevede condizioni per i G.O.T. addirittura peggiorative, se possibile, di quelle attuali, che già sono miserabili.

I “giudici onorari”, così, continueranno ad essere pagati “a cottimo”, con una retribuzione media che per i G.O.T. si aggira intorno agli 8.000 euro all’anno (LORDI !).

Nonostante la retribuzione a “cottimo” rappresenti un sistema censurato da tutte le istituzioni Europee (Parlamento, Commissione, CEDS), perché ritenuta lesiva della dignità di qualsiasi lavoratore e, in special modo, per chi eserciti funzioni giurisdizionali.

Tra le misure del pessimo DDL che il Governo si accinge a varare, spiccano la possibilità per il giudice onorario di presentare domanda di trasferimento solo nel caso in cui vi sia la necessità di assistere un congiunto disabile e l’assenza di una gradazione delle sanzioni disciplinari, per cui anche nel caso di violazioni di poco conto, potrà disporsi la revoca dall’incarico del G.O.T.

Per non parlare del diritto alla maternità, alle ferie, alla malattia, alla disabilità, all’integrità e alla serenità familiare, per cui i congiunti di coloro che, dopo aver dedicato la loro vita alla Giustizia, dovessero essere vittime di incidenti o gravi malattie, continueranno ad essere abbandonati e privati di qualsiasi sostegno.

Ebbene, per tornare alla metafora di Brecht, vi fidereste dell’equilibrio, della serenità, dell’autonomia e dell’indipendenza del vostro “giudice di Berlino”, se venisse pagato quanto la vostra colf, 9 euro l’ora (sic!) e se, a differenza di quest’ultima, non avesse diritto al trattamento previdenziale e assistenziale?

Il suo equilibrio, la sua serenità, l’indipendenza e l’autonomia non passano forse, come per i giudici togati, attraverso il riconoscimento giuridico, sociale ed economico?

Non tremate a sapere che state chiedendo giustizia a un lavoratore precario, sottopagato, umiliato e frustrato…?

Articolo precedenteLa lezione del Prof. Fritjof Capra che tutti dovremmo comprendere.
Sono nato nel 1970 in un paesone della Provincia di Napoli della Terra dei Fuochi e per 10 anni ho fatto l’avvocato penalista prima ed il giudice onorario poi. Dal 2008 sono ricercatore di sociologia del diritto, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove insegno “Comunicazione interculturale”. Il mio ambito di ricerca riguarda la dimensione del conflitto, soprattutto in una prospettiva culturale e l’analisi dei processi migratori e d’integrazione. Sono giornalista pubblicista e nel 2007 ho fondato la Rivista Italiana di Conflittologia (www.conflittologia.it), mentre nel 2011 ho costituito il Consorzio Universitario per l’Africa ed il Mediterraneo (www.cuam.eu) con l’intento di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata nell’area afro-mediterranea. Sono sempre compulsivamente portato a dire quello che penso, anche se mi sforzo strenuamente per cercare di contenermi. Questo aspetto del mio carattere non credo abbia giovato alla mia vita; ma sono sicuro ne abbia beneficiato il mio fegato. E va bene così. Mi piace il jogging, il krav maga, il vino e il mare del Salento dove mi rifugio, appena possibile, nella mia casa di San Foca. Vivo nel Sannio con Giovanna, Annachiara, Alfonso e Chaplin, il nostro Golden Retriver, che adoro come tutti gli altri animali che evito di mangiare.