La storia triste di Caio Giulio Cesare Serbelloni Mazzanti Viendalmare

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L’operazione politica di Giorgia Meloni e dei suoi fascisti “alla vaccinara” di Fratelli d’Italia è un pezzo di straordinaria comicità amarcord, degna della peggiore commedia all’italiana degli anni Settanta, da collocare immediatamente dopo pietre miliari del “genere”, come “Giovannona coscia lunga”, “L’Esorciccio” e “La Polizia s’incazza”.

Cosa si è inventata Giorgina per ritagliarsi un po’ di visibilità, dopo le strampalate, imbarazzanti ed inconsistenti proposte politiche di questi mesi? Fagocitata dal fascista Salvini, il quale senza mai dichiararsi tale, è capace con qualche selfie e un po’ di Nutella, di serrare i ranghi e chiamare alle armi i fascisti, con la bava alla bocca, del terzo millennio?

E’ andata a scavare in “culonia” dove si era rifugiato, un pronipote del duce, con la speranza che il cognome “Mussolini” potesse resuscitare, in qualche sperduta e sopravvissuta sezione del MSI, l’ultimo nostalgico fascista andato in letargo, con ancora la sigaretta accesa tra i denti ed il braccio destro alzato.

Caio Giulio Cesare, pronipote del dittatore Benito Mussolini, è cugino della sobria ed elegante Alessandra e nipote di nonno Vittorio, che ebbe un ruolo importante nella creazione della Repubblica di Salò, lo stato fantoccio nazista costruito dopo la caduta del regime, il quale dopo la “Liberazione” dai nazi-fascisti (quella che si festeggia il 25 Aprile, per chi non lo sapesse), scappò in Sud America con documenti falsi.

E, così, in Argentina è nato suo nipote Caio Giulio Cesare, vissuto poi a lungo in Venezuela.

In Italia è stato ufficiale di marina, poi ha lasciato lo Stato ed è andato a lavorare, come manager privato, per la “Oto Melara”, per trasferirsi negli Emirati Arabi Uniti, per conto di un’azienda livornese che produce piccoli sottomarini e camere iperbariche.

Cosa è rimasto al “comandante”, come lo chiamano nostalgicamente i “fascisti amarcord”, del suo passato di “servitore della Patria”, lui che da anni lavora per un’azienda privata, che fa affari con le dittature arabe del Medio Oriente?

Lo zainetto verde della Marina Militare, con tanto di tricolore ben in vista, del quale fa sfoggio a “Destra” e a manca.

L’immagine che evoca Caio Mussolini, però, non è propriamente quella del “comandante”, del fiero condottiero senza macchia e senza paura, quanto piuttosto quella del grigio e anonimo funzionario di banca, l’ambizioso vice-direttore, sbarbato e profumato di “Pino Silvestre after shave”, di una piccola Cassa di risparmio locale, sperduta nella profonda provincia del Belpaese.

Bisogna riconoscere, però, che Caio ad occhio e croce sembra una persona perbene, uno che suscita anche una certa vicinanza umana, una certa compassione, pietà umana: te lo immagini durante l’appello al liceo, con quel nome del cazzo, mentre lo prendono per il culo le prime quattro file di banchi e pure i bidelli.

Ebbene Giorgia, dopo essere stata la prima ad aver strumentalizzato il povero Caio, che è stato selezionato, per evidenti ragioni, solo per l’imbarazzante cognome che porta, ha avuto il coraggio, sprezzante del ridicolo, di sostenere che Caio sarebbe vittima, a causa del cognome Mussolini, di strumentali attacchi degli avversari politici.

E così “Caio”, come se non bastasse, viene portato in giro, oramai da diversi mesi, come una specie di animale esotico sfuggito all’estinzione, di mostro deforme del Circo Barnum, dai suoi cinici e senza scrupoli “Fratellastri d’Italia”, che lo fanno fotografare dinanzi ad architetture del Ventennio, a lapidi dei reduci della campagna d’Etiopia, col suo zainetto “militare”, sempre ben in vista.

E tutto questo, senza che i radical chic e i buonisti, sempre pronti a commuoversi, ad intenerirsi e a scendere in campo quando c’è da difendere “zingari, froci, negri e mignotte”, muovano un dito per porre fine a questa indegna spettacolarizzazione del povero Caio, fragile e indifeso, sottratto ai suoi affetti familiari, sradicato dagli Emirati Arabi dove vive, violentato, abusato, costretto ad essere ciò che non è, a recitare un ruolo che non è il suo, come se fosse “Lui”, come se fosse “Tizio”.

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Sono nato nel 1970 in un paesone della Provincia di Napoli della Terra dei Fuochi e per 10 anni ho fatto l’avvocato penalista prima ed il giudice onorario poi. Dal 2008 sono ricercatore di sociologia del diritto, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove insegno “Comunicazione interculturale”. Il mio ambito di ricerca riguarda la dimensione del conflitto, soprattutto in una prospettiva culturale e l’analisi dei processi migratori e d’integrazione. Sono giornalista pubblicista e nel 2007 ho fondato la Rivista Italiana di Conflittologia (www.conflittologia.it), mentre nel 2011 ho costituito il Consorzio Universitario per l’Africa ed il Mediterraneo (www.cuam.eu) con l’intento di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata nell’area afro-mediterranea. Sono sempre compulsivamente portato a dire quello che penso, anche se mi sforzo strenuamente per cercare di contenermi. Questo aspetto del mio carattere non credo abbia giovato alla mia vita; ma sono sicuro ne abbia beneficiato il mio fegato. E va bene così. Mi piace il jogging, il krav maga, il vino e il mare del Salento dove mi rifugio, appena possibile, nella mia casa di San Foca. Vivo nel Sannio con Giovanna, Annachiara, Alfonso e Chaplin, il nostro Golden Retriver, che adoro come tutti gli altri animali che evito di mangiare.