La virilità? E’ ora che faccia cilecca

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Qualche giorno addietro, in una classe universitaria in cui sono stata invitata a parlare di stereotipi di genere, ho proposto un piccolo gioco. Ho diviso i ragazzi in due gruppi: maschi da un lato, femmine dall’altro.

Ho chiesto a ciascun gruppo di discutere al proprio interno il significato del termine “virile”, eleggendo un portavoce che lo spiegasse all’altro.

Ogni rappresentante avrebbe poi dovuto indicare un personaggio pubblico che, meglio di altri, rappresentasse la caratteristica che evocava loro l’aggettivo.

Avevano cinque minuti di tempo.

Dopo discussioni animate e qualche neppur troppo sommesso, risolino, due studenti si sono è presentati alla cattedra forti delle loro convinzioni.

Il rappresentante del gruppo dei ragazzi, con una certa sicumera, ha interpretato il termine riconducendo l’aggettivazione ad un “uomo” che “se la sa cavare in ogni situazione, uno abile nel risolvere i problemi”. I sinonimi che ha utilizzato per riempire di contenuto l’attributo declinavano dal “macho” al “vero uomo”, passando per il “maschio alfa”.

Perfetta personificazione di tutto ciò era, a detta sua, Rocco Siffredi.

Un più pudico richiamo al rappresentante maschile da parte del suo (divertito) manipolo di giovani prodi, ha poi unanimemente eletto (in seconda battuta però) Chuck Norris.

Ho sorriso con lui chiedendogli di non spiegarmi (era pur sempre un’aula universitaria), chissà quali problemi potesse mai risolvere Rocco Siffredi.

A mia memoria non l’avevo mai visto protagonista di situazioni che richiedessero particolare capacità di problem solving, ma preso atto della loro scelta, lasciavo la parola alla portavoce delle ragazze.

La studentessa, niente affatto timidamente, attribuiva al termine “virile” un significato che ben si attribuiva ad un uomo la cui caratteristica di spicco era riferita ad una “eloquente capacità oratoria”, ad una propensione all’accudimento ed alla protezione della donna, (della “sua donna”) e rivolto al “successo” in ogni ambito in cui “il maschio” si applicasse.

Sorridevo largamente con la studente nel momento in cui non riusciva, con le sue compagne, ad identificare un idealtipo calzante per tale descrizione.

In particolare quando condividevo con loro che, per quanto dispiacesse, un uomo colto, eloquente, intelligente, protettivo senza essere soffocante e con le fattezze di Zac Efron, fosse raro quanto gli unicorni.

Alla fine, dopo una brevissima ulteriore consultazione, le ragazze trovavano un audace (e alquanto improbabile) mix di rappresentazione del loro significato di virile in un uomo che fosse bello come Brad Pitt e autorevole come Justin Trudeau.

A quel punto mi rendevo conto che, tra Rocco Siffredi ed un “bello impossibile”, la situazione meritasse qualche approfondimento.

Se è infatti pur vero che il termine virile ha una sua precisa connotazione terminologica nel dizionario, identificando “quell’età biologica dell’uomo il cui sviluppo fisico e psichico è completo”, e il Torquato Tasso, di “queste sue (ndr) spalle larghe” ne fornisce un ottimo indizio, quello di cui volevo discorrere con i ragazzi riguardava la definizione la cui accezione è molto più comune e cioè quella riferita alla qualità propria dell’uomo.

Volevo capire con loro come si potessero intendere oggi forza, volontà,  risolutezza e coraggio.

In un tempo in cui pare disperatamente che anche nel politico si cerchi il leader virile a cui, in maniera spesso deresponsabilizzante, delegare la risoluzione di ogni sorta di problemi, interrogarsi sulla volitività del maschile ha le sue ovvie motivazioni.

Sgomberato il campo dal fatto che schiacciare gli insetti che infestano casa, aprire i barattoli delle olive che paiono saldati al vasetto, smontare il cassonetto della finestra dove si è nascosta una vespa solitaria che ronza nervosa, non siano di per sé prove di virilità maschia che debbano trovare accondiscendenza, (così come l’uso di un avvitatore che una qualsiasi donna di buona volontà può utilizzare senza problemi), provavo a proporre modelli di virilità non convenzionali e, senza dubbio lontani, dagli stereotipi cui ancora oggi siamo abituati.

E se cominciassimo a considerare Gandhi uno degli esempi cui correlare la nostra idea di virilità?

Nelson Mandela?

Alan Turing?

Perché, mi domandavo e continuo a farlo anche oggi, continuiamo a identificare il virile con colui che rappresenta la supremazia del maschio bianco, occidentale, e talvolta, quando si tratta di gestire virilità che hanno a che fare con la grettezza, con qualcheduno che ha tratti di parentela strettissima con l’uomo di Neanderthal?

Se la risposta è semplice in un sistema ancora strettamente binario che trova rinforzi culturali stereotipati che rendono l’individuo che li subisce più accettabile dal gruppo, non parimenti semplice è superare il rischio della disapprovazione dagli altri, mettendo in atto un comportamento che la società si attende dal genere opposto così offrendo, senza esserne esclusi, una nuova sfaccettatura del maschile.

Se l’uomo, rectius, un certo tipo di uomo, rimane come unico modello di riferimento, la suddivisione sociale rimarrà cristallizzata a immagine e somiglianza di quella rappresentazione. Le ricerche nel settore attestano che pur essendosi riattivato un motore sociale di cambiamento, gli stereotipi di genere continuano a persistere e ad essere talmente invasivi che lo stesso genere femminile, per scalare la scala sociale del potere, li confermano perpetrandoli a supporto (esasperando la propria femminilizzazione al servizio o incarnandone i caratteri per assumere ruoli di potere) assumendone così fattezze e giustificandone il privilegio. I ruoli sociali non sono limitanti soltanto per le donne, ma anche e soprattutto, io sostengo, per gli uomini.

Costoro, costretti a confrontarsi con un solo maschile e non con una pluralità possibile, ne subiscono la “mascolinità” imposta così incarnando un ruolo che ne tarpa altre possibili sfaccettature.

“Ciò che più è bello in molti uomini virili è qualcosa di femminile; ciò che più è bello nelle donne con femminilità è qualcosa di mascolino” diceva la Sontag nel pieno della sua eclettica radicalità. «Ciò che pensiamo si possa fare da giovani o da vecchi è altrettanto arbitrario e infondato di quanto si crede di poter fare se si è un uomo o una donna», asseriva con l’anticonformismo che ha caratterizzato tutta la sua vita.

E’ certo ancora lontano il superamento del binarismi di genere e la possibilità di non considerare solo duplice la rappresentazione sociale del genere, ma finché non ci imponiamo di mettere a nudo questo sistema culturale i ruoli saranno molto più faticosi da sopportare.

La libertà sociale passa dalla libertà di ciascun individuo di conoscere e violare gli stereotipi essendo ciò che vuole indipendentemente da essi gestendo la propria vita secondo un “virile“ inteso al plurale, che gli permetta cioè, anche a maturazione fisica avvenuta, di manifestare primariamente il coraggio tra i suoi pari violandone le aspettative di virilità imposte e costruendo forme di coraggio tenaci ma gentili.

E’ cio’ che fanno spesso molte donne, sulla cui “virilità”, così intesa, nessuno si permetterebbe mai di avanzare dubbi.