Indro e l’animaletto docile

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Uno degli spettacoli più penosi, a cui abbiamo dovuto assistere nei giorni scorsi, è stato la patetica e stomachevole difesa d’ufficio del “grande giornalista” da parte di politici, intellettuali, scrittori, giornalisti e gente comune.

Le argomentazioni sono state le più varie, da destra a sinistra, passando per il centro: “erano altri tempi, in Africa così si faceva, era lecito perché c’era il “madamato”, non possiamo giudicare un uomo da un solo articolo, né l’Inverno da una sola goccia di pioggia…etc….etc…”.

Orbene, sgombriamo subito il campo da equivoci: qui non c’entrano le statue, che vanno evidentemente, ripulite e lasciate al loro posto.

La questione è un’altra: perché siamo disposti ad accettare che la cultura ed in genere i sapèri, possano auto-collocarsi in una condizione di a-moralità, in una sorta di limbo etico, al di là del bene e del male?

Perché le azioni degli uomini di cultura, spesso turpi, deplorevoli, vili e meschine, scoloriscono e quasi scompaiono, dissolvendosi nelle pieghe della grandezza della loro arte?

Fuor di metafora, è possibile essere dei grandi intellettuali, scrittori, giornalisti, filosofi e scienziati, avere giustamente delle statue, nei parchi, nelle piazze, al Pantheon e al museo delle cere ed essere, allo stesso tempo, umanamente delle merde?

Si, delle fetide merde.

Alcuni aspetti della nota vicenda dello scrittore e la bambina “africana”, che nelle ultime settimane ha animato il dibattito pubblico, possiamo solo immaginarli, mentre altri sono chiari ed evidenti, perché ce li ha spiegati lui stesso, il grande giornalista.

E, sia chiaro anche questo: quando scrivo il “grande giornalista”, non c’è ironia nelle mie parole, ma solo sconfinata ammirazione. Insomma, lo dico sul serio.

Quanto alla penosa vicenda, ci sono aspetti che non conosciamo del matrimonio tra l’Indro e la sua “consorte” Destà, una bambina eritrea di 12 anni.

E, così, possiamo solo immaginare, come avvenissero i rapporti “more uxorio” tra i due, tra la bambina ed il soldato scrittore: la bambina era felice di congiungersi col soldato, si sentiva lusingata dalle attenzioni carnali del letterato? O, forse, non voleva che lui si avvicinasse, che le salisse addosso, perché il suo corpo era troppo pesante?

Chissà se sentiva dolore, se un pomeriggio ha pianto.

Quello che invece sappiamo per certo, ce l’ha spiegato nel dettaglio, con impareggiabile maestria, l’eccelso giornalista che nel 1982 ad Enzo Biagi, così raccontava: “aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme ad un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire.

Era un animaletto docile, io gli misi su un tucul (semplice edificio a pianta circolare con tetto conico solitamente di argilla e paglia) con dei polli. E poi, ogni quindici giorni, mi raggiungeva dovunque fossi, assieme alle mogli degli altri ascari…arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”.

E, qualche anno prima, nel 1969, durante il programma “L’ora della verità”, senza nascondere un certo orgoglio di maschio, l’amabile scrittore affermava: “pare che avessi scelto bene, era una bellissima ragazza di dodici anni”.

Poiché, però, la bambina era “infibulata”, aggiungeva l’Indro, dovette “intervenire” la madre.

Ora, cosa potesse significare “intervenire”, avremmo preferito che il grande giornalista non ce lo avesse spiegato nel dettaglio.

E di questa sua omissione, ovviamente, gli saremmo stati grati. Davvero tanto.

E, invece no, anche in questo caso ha prevalso il sublime narratore che, con l’amabile penna di cui era capace, ebbe modo di circostanziare: «faticai molto a superare il suo odore dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile».

Ora, io non voglio entrare nel merito della vicenda, né parlare della pratica del “madamato”, di quella specie di matrimonio tra oppressore ed oppresso dell’italietta fascista coloniale, perché già se ne occupò Ferdinando Martini, primo governatore dell’Eritrea che, negli anni Trenta, ebbe a definirla “un inganno e un sopruso nei confronti delle donne locali”.

Io voglio parlare, invece, di me, di noi, di voi, del popolo, della nostra imbarazzante sudditanza di fronte all’intellettuale di turno, a cui tutto era ed è concesso, come se la cultura, l’intelligenza, il sapere potessero ogni cosa, avessero ogni diritto.

E così, il brillante critico letterario può andare in televisione a sputare bile sul malcapitato di turno, con urla, strepiti ed offese d’ogni tipo.

E così, nel 1975, Pier Paolo Pasolini, l’inarrivabile poeta, poteva andare con la sua Alfa 2000 GTV  “veloce”, a comprarsi il corpo e la fame dei ragazzini poveri delle borgate.

E così, nel 1977, Roman Polanski, lo straordinario regista, poteva sodomizzare, Samantha Geimer, una ragazzina di tredici anni, dopo averla drogata.

E quando la Procura svizzera, nel 2009, si permise di dare seguito ad un ordine di cattura internazionale ed arrestare, l’insuperabile regista, si mobilitarono, intellettuali, registi, artisti, attori, diplomatici e capi di stato.

Insomma, perché se il mostro, invece di abitare nel Parco Verde di Caivano, è un artista, uno scrittore, un filosofo, un intellettuale, siamo tutti, quasi tutti, subito pronti ai distinguo, alle spiegazioni, alle contestualizzazioni, all’inquadramento storico, alle patetiche difese d’ufficio?

E così torno alla mia domanda iniziale: è possibile essere dei grandi intellettuali, scrittori, giornalisti, filosofi e scienziati ed essere, allo stesso tempo, umanamente delle merde?

Delle fetide merde.

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Sono nato nel 1970 in un paesone della Provincia di Napoli della Terra dei Fuochi e per 10 anni ho fatto l’avvocato penalista prima ed il giudice onorario poi. Dal 2008 sono ricercatore di sociologia del diritto, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove insegno “Comunicazione interculturale”. Il mio ambito di ricerca riguarda la dimensione del conflitto, soprattutto in una prospettiva culturale e l’analisi dei processi migratori e d’integrazione. Sono giornalista pubblicista e nel 2007 ho fondato la Rivista Italiana di Conflittologia (www.conflittologia.it), mentre nel 2011 ho costituito il Consorzio Universitario per l’Africa ed il Mediterraneo (www.cuam.eu) con l’intento di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata nell’area afro-mediterranea. Sono sempre compulsivamente portato a dire quello che penso, anche se mi sforzo strenuamente per cercare di contenermi. Questo aspetto del mio carattere non credo abbia giovato alla mia vita; ma sono sicuro ne abbia beneficiato il mio fegato. E va bene così. Mi piace il jogging, il krav maga, il vino e il mare del Salento dove mi rifugio, appena possibile, nella mia casa di San Foca. Vivo nel Sannio con Giovanna, Annachiara, Alfonso e Chaplin, il nostro Golden Retriver, che adoro come tutti gli altri animali che evito di mangiare.