Nella galassia del cigno

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Ha una massa di 6,5 miliardi di volte più grande di quella del nostro sole e dista dalla Terra 55 milioni di chilometri. Stiamo parlando del buco nero, il primo mai “radiografato”, al centro della galassia M qualcosa.

Si, insomma, nel cigno, in una nebulosa, in una qualche regione remota di quell’altra cosa chiamata spazio – tempo. E’ tutto così vago, buio, distante, a detta di qualche provocatore di successo, persino insignificante. Capire ciò che la scienza prova a dirci sulla natura dell’universo in cui viviamo può generare un sano senso di appagamento, molto simile alla quieta rassegnazione.

Siamo così piccini, labili, vulnerabili, rispetto alle immani forze in cui siamo immersi, da poter rivalutare i nostri piani di immortalità e di buona salute, affidandoci da un gigantesco fattore C, che si espanda, nell’ordine di diversi miliardi di chilometri di grandezza, e ci protegga dai lampi gamma e dalle distruzioni dei campi magnetici e gravitazionali.

In fondo, che ci importa? Perché dovremmo affannarci poi così tanto, se un qualsiasi evento cosmico può eliminarci in qualsiasi momento? Uno può tranquillamente lasciar andare tutto, rifiutarsi persino di sapere, lasciar correre ed essere. E’ una risposta e potrebbe anche funzionare. Oppure? Beh, oppure possiamo continuare a cercare, provare a capire, guardare meglio, indagare i recessi del cosmo, provando a catturare i segni che ci portino sempre più vicini alla divinità, all’ubiquità, all’oltre uomo.

Questo gigantesco buco nero non è dunque un oggetto stellare, ma è più ancora un fatto filosofico: è la rappresentazione, finalmente non solo teorica, di quell’annullamento delle possibilità chiamato singolarità, un punto dell’universo in cui tutto è vano, oltre il quale non vi è ritorno, né anima, né Dio, perché nemmeno la luce può sfuggirvi, una volta superato quel limite di attrazione denominato “orizzonte degli eventi”. Il buco nero che abbiamo visto non può ridursi ad una somma di particelle, enormemente compresse e distruttive. Esso è qualcosa di più profondo, che ci spinge non solo a guardare lontano, ma deve interrogarci seriamente su ciò che ci è più vicino: il nostro vivere quotidiano, l’affannarci per determinati obiettivi, il trascurare alcuni aspetti che ci possono apparire inutili, o poco proficui, ma che magari possono incarnare un senso più alto della nostra permanenza in questo spettacolo di supernove e stelle brillanti.

Le nuove colonne d’Ercole sono nascoste in quel confine, che continuerà ad attirare gli sguardi curiosi di questo piccolo esserino, capace di indagare l’eterno, l’infinito, e per questo dissimile da ogni altra forma di vita a noi nota. L’utilità di questa scoperta consiste nei nuovi dubbi e nelle nuove domande che possiamo porci, ed ha poco a che vedere con le profondità dell’universo. Quel buco ci parla di noi, dei nostri confini, di come muoverci al loro interno.