La sposa “cristiana”

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Parlare di famiglia, da quando il tema è così scottante, non è facile. E lo è ancora di meno se sei donna, sei del sud, sei sposata (in chiesa, certo, perché io e mio marito siamo convintamente cattolici), hai 38 anni e 3 figli (si, la televisione c’è l’abbiamo, ma il terzo figlio è sempre quello che capita per distrazione).

È difficile perché quando la famiglia, che é patrimonio di tutti, viene usata come arma in una lotta tra bande perde il suo connotato fondamentale: l’essere culla dell’accoglienza per eccellenza.

E così, a forza di proclamarci “sentinelle” della famiglia, stiamo finendo per distruggerne la bellezza. Mi domandavo in questi giorni, mentre a Verona si fronteggiavano i Montecchi e i Capuleti 2.0, brandendo statuette della Madonna, bandiere arcobaleno, bambini sulle spalle e feti di gomma in bustine di cellophane: ma cosa è davvero la “famiglia”? Mi spiego: B. (donna), lasciata dal suo ex marito, che vive da sola con i suoi figli rientra nella voce famiglia? A. (uomo) e A. (donna), non sposati per convinzione, che convivono da 15 anni, hanno una figlia e un cane, lo sono o non lo sono ? A. (donna) e B. (donna), sposate negli States e mamme di C., “prodotto” di una fivet, portata in grembo da una delle due dopo il loro matrimonio, sono una famiglia? Alba, bimba con la sindrome di down di cui tutti i giornali hanno scritto, e il suo papà adottivo Luca, omosessuale e single, che però non vedeva l’ora di accoglierla in casa, mentre diverse famiglie tradizionali l’avevano rifiutata, sono una famiglia o cosa? È difficile attualmente spiegare che se sei cattolico non sei necessariamente integralista. Perché non annoveri tra le malattie e i peccati tutto quello che non è canonico.

Ed è altrettanto complesso spiegare che espressioni come famiglia di fatto e famiglia arcobaleno non necessariamente prevedono fenomeni da baraccone con parrucconi in stile Luigi XIV e zoccoli da olandesina. Il senso della misura. Ecco cosa ci vorrebbe. Senza estremizzare. Eppure, a rifletterci, è stato un autogol aver sprecato quest’occasione. A marzo 2019 abbiamo perso tutti.

Avremmo potuto viverli i tre giorni di congresso per le famiglie, lavorare tutti insieme a disegni di legge che facilitassero la vita a chi cresce dei figli, a chi chiede asili e scuole che funzionino davvero, a chi chiede di poter andare a lavoro senza lo stress e la stanchezza che lo portino a dimenticare un figlio legato al seggiolino dell’auto. Sarebbe stato bello ascoltare la voce di donne e di uomini che si dividono tra casa, figli, lavoro, viaggi, turni, influenze e vaccini.

Mentre il presidente (uomo e russo) della “Commissione patriarcale per la famiglia e la maternità” ce lo potevamo proprio risparmiare! Ma giusto perché i problemi dei genitori italiani li conoscono i genitori italiani. Che siano padri o madri, poco importa. Il concetto di “patriarcale” poi… diciamo che non regge più granché. E invece siamo caduti nella trappola dei tifosi. Ci siamo affrontati con toni paternalistici, esacerbati, violenti. Il Vaticano e Papa Francesco venivano agitati come vessilli e la CEI è arrivata a prendere le distanze dalla manifestazione (dai metodi, è chiaro, non dal tema, assolutamente sacrosanto). A Verona è andata in scena l’eterna contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti. Ma che c’entravano le famiglie in tutto questo? Anzi, a dirla tutta, noi famiglie (che stiamo in campo e quotidianamente combattiamo) abbiamo avuto il sentore di una precisa volontà politica: disperdere le energie favorendo posizioni oltranziste. Forse perché tutti uniti saremmo stati molto più forti. Invece ci hanno schierato in squadre avversarie: noi contro voi, buoni contro cattivi, normali contro strani.

Sembrava di assistere a una puntata di “Ciao Darwin” altro che il congresso delle famiglie! Questa cosa mi ha messo in crisi e allora, come faccio spesso quando non trovo il bandolo della matassa, ho cercato in giro per casa un libro che potesse aiutarmi. E alla fine ne ho trovati due. Il Grande dizionario Hoepli di Italiano alla voce FAMIGLIA così recita: “[fa-mì-glia] ant. Familia s.f. (pl. -glie) Complesso di persone congiunte da vincoli di parentela o affinità e insieme conviventi”. Facile, no? E poi “La sposa cristiana” della contessa di Barezia (imprimatur 5 maji 1946) che, nel 2003, mi regalò mia nonna Delia.

Nonna era una modernissima signora nata nel 1916, che aveva cresciuto 6 figli, una l’aveva vista morire a pochi mesi di vita e ne aveva persi un altro paio ancora in grembo. Il che succedeva spesso a quei tempi e, a suo dire, lasciava un dolore incomprensibile a chiunque non l’avesse provato. Ebbene, cresciuta anche l’ultima dei suoi sei figli, lei, diplomata in pianoforte, si era messa a fare l’insegnante. A 50 anni, per essere più autonoma, si prese pure la patente, con buona pace di quelli che avevano la sventura di incontrarla alla guida… (C’è da dire che nonno guidava pure peggio!). Nel 2003 io avevo un fidanzato già da tre anni e lei, che ci vedeva lungo, aveva capito che quello sarebbe stato il compagno della mia vita, ma sapeva anche che non avrebbe fatto in tempo a vedermi sposa. Così anticipò quel pensierino per me.

Ricordo perfettamente il momento in cui me lo diede. Mi disse: “Leggilo con attenzione fino all’ultima pagina”. Iniziai e, con mio stupore, mi trovai di fronte a capitoli di questo tenore “Doveri della donna verso suo marito gravemente disgustato verso di lei”, “Pericoli del mondo per una donna cristiana”, “Perdita del tempo impiegato per adornarsi”. E così via, avanti per 412 pagine, tra pericoli, doveri e preghiere. Alla fine, proprio in ultima pagina, ecco la sua dedica per me: “Fiorellino, a noi si chiedeva di rispettare tutti questi precetti.

Oggi è diverso. Per essere una famiglia felice dovete solo rispettarvi e tenervi per mano ogni giorno, soprattutto in quelli più difficili. Se litigate, non addormentatevi la sera senza prima aver fatto la pace. E vogliatevi sempre bene. Come fratello e sorella”.