A volte il titolo basta

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Il reddito di cittadinanza è poco più di un titolo con una posta nella Legge di Bilancio pari a 9 miliardi di euro.

Ascolteremo il dibattito parlamentare, aspetteremo l’approvazione della versione definitiva per capire davvero cosa ci aspetti nei prossimo anni.Ci saranno chiari, lo speriamo, tutti i dettagli implementativi della misura che sono ancora fumosi ed allo stesso tempo determinanti per definirne portata ed efficacia.

Certamente, non è neutro stabilire il tempo di validità, l’incidenza della numerosità delle famiglie, tipologia e modalità delle fantomatiche proposte di lavoro, insomma i tanti dettagli che fanno di un titolo un provvedimento concreto di un Governo.

Poco importa, adesso, se il reddito di cittadinanza sia stato concepito come un aiuto alla povertà o un sostegno alla disoccupazione, ammesso che qualcuno abbia avuto nella mente i confini delle due tipologie di intervento e la scivolosità dei loro bordi.

Poco importa se la ristrutturazione dei Centri per l’impiego sia davvero una Chimera informe che provoca in giro un ampio ventaglio di reazioni: spavento, sorriso, curiosità, scetticismo. E forse ancora tanto altro.

Abbiamo imparato in questi tempi recenti del nostro Governo social che un titolo richiede tempo e pazienza per diventare un atto.

Il titolo è certo, la sostanza è … “pressappoco così”.

L’inviato di turno, che sia Ministro, Vice-Ministro, Sottosegretario, Parlamentare semplice, ne parla con la leggerezza e la superficialità di una lezione sui Promessi Sposi in una classe delle Scuole elementari.

Il titolo è quello, la trama più o meno è quella, ma i dettagli, le pieghe, le coloriture dei personaggi sono da riprendere, studiare ed approfondire più avanti. Quando i bambini, divenuti ragazzi, avranno gli strumenti adatti per seguire ed elaborare ragionamenti e giudizi più evoluti.

E noi, su questo, possiamo pure concedere il tempo necessario per arrivare in Liceo. Ossia, quando i dettagli saranno decisi e diffusi, entreremo nel merito.

Importa, invece, un aspetto che viene toccato sempre, con la stessa superficialità e la medesima leggerezza: il controllo della spesa del reddito che sarà concesso. Ci importa, eccome. Non sono più determinanti i dettagli, le modalità, le rifiniture di una simile nefandezza. Basta il titolo.

Controllare il carrello degli acquisti che farà il destinatario del reddito è davvero inaccettabile. Non c’è criterio né autorità né modalità che tenga.

Ragioniamo con estrema semplicità sul contesto: in una famiglia, che verosimilmente stenta a sbarcare il lunario, entra un reddito mensile di circa 800 euro. Magari vivono insieme un paio di figli, una nonna, uno zio, insomma ci sono più persone in quella famiglia che possono usare un po’ di moneta per vivere.

Ed il punto è: come usano questi soldi? Non si azzarderanno mica a comprare una televisione in un centro commerciale? Non è che osino andare al cinema? O, nonsiamai, qualcuno va al pub o al ristorante? Orrore! Troveremo un modo per controllarli!

E qui l’orrore siete voi. E siete tanto più insopportabili perché lo dite con la stessa leggerezza, la stessa superficialità dei vostri titoli da post. Dimostrate, senza pudore, la totale mancanza di consapevolezza difronte alla portata disumana della vostra posizione.

Ma quale organismo, quale criterio, quale regola può definire la felicità di un Uomo? Chi può stabilire cosa sia accettabile comprare per una famiglia, per la gioia di un figlio o il sorriso di un marito?

Non c’è nulla di romantico in questo, assolutamente nulla di romantico. Nessun cedimento al sentimentalismo.

E’ il grido deciso a che si rispetti l’Uomo e la sua Libertà. L’Uomo nasce libero e cammina nel mondo inseguendo la felicità. Sbaglia, carambola mille volte, è un santo o è un criminale, ma sia sempre lasciato libero di scegliere ciò che lo rende felice. Fosse pure un cellulare al giorno.

I crimini di cui si potrà macchiare saranno perseguiti come quelli di un qualsiasi altro cittadino, con o senza reddito. Ma introdurre il controllo sulla spesa richiama nefandezze da Stato censore, uno Stato che definisce la morale dei comportamenti dei cittadini che aiuta.

E’ un padrone di casa che invita finalmente a pranzo gli ospiti più bisognosi, li fa sedere a tavola, gli presenta tutto il bendidio di un banchetto con i fiocchi. Aspetta che lo sguardo dei commensali scorra sulle leccornie, ma appena le mani degli ospiti si allungano per raggiungere la torta Saint Honorè, ZAC! Fermi tutti.

Non si può mangiare la torta! Gli ospiti bisognosi possono solo mangiare la pasta, la carne, tutt’al più i contorni. Ma la torta proprio no! Non è previsto “approfittare” dell’invito a pranzo per godere del piacere di un magnifico dolce, bisogna adeguarsi alle regole di casa: solo pietanze di base.

E così non ci dovremo meravigliare dei mille stratagemmi che gli ospiti sapranno inventarsi per una fetta di Saint Honorè. Chi non ha mai avvolto in un tovagliolo un pezzetto di paradiso da portare a casa?

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Insegno Sistemi elettrici per l’energia da decenni all’Università di Cassino, dal 2001 come prof ordinario, prima in altri ruoli, ma sempre con lavagna e gesso, anche colorato. Sono orgogliosamente Beneventana e adottata, appunto da decenni, dalla Città di Cassino. A Cassino ho avuto l’onore di fare l’esperienza di Assessore per 13 mesi, in quell’occasione ho coniato un mio motto: “amministrare non è come pensare di amministrare”. Sono da sempre curiosa degli scenari della politica, locale e nazionale, che cerco di guardare con attenzione. Qualche volta mi distraggo, attratta dalla bellezza del mondo e delle persone che vorrei fotografare. Perché la fotografia è la mia passione, ereditata da papà mio, che mi accompagna da sempre. Lotto ogni giorno fedelmente con la palestra, senza risultati obiettivi, ma non me ne dispiaccio più di tanto.