Il popolo ha scelto: che sia l’immigrato

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“Mercoledì battaglia in commissione al Senato, però il decreto sicurezza-immigrazione è chiuso. Arriva in aula lunedì e il Senato, toccando ferro, se non ci sono sorprese, dovrebbe approvare”, così si è pronunciato il ministro dell’interno Matteo Salvini.

Eppure, da diversi fronti sono arrivate le critiche a questo provvedimento che in modo deterministico associa le disposizioni relative all’immigrazione a quelle in materia di lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo.

Dopo oltre un secolo dalle teorie criminologiche che tentavano di definire una correlazione inevitabile tra immigrazione e criminalità, il nostro Ministro dell’Interno ha presentato un testo in cui i primi 14 articoli prevedono misure in materia di immigrazione per poi occuparsi di mafie e di criminalità, problematiche evidentemente… secondarie.

Salvini fa leva su una delle convinzioni più radicate nell’opinione pubblica, una correlazione, se non una equazione, tra immigrazione e incremento della criminalità.

Ripropone un convincimento del XX secolo che, partendo dal pregiudizio che l’incremento della criminalità sia direttamente proporzionale al tasso di immigrazione, produce forme di xenofobia preventiva verso l’extraneus.

Così l’immigrato, vittima di un bias cognitivo, di una distorsione della valutazione, appare, ancora una volta, come naturalmente orientato al delitto, non per una condizione di disagio economico o di  disadattamento socio-culturale, ma per le sue stesse caratteristiche bioantropologiche.

Non dimentichiamo che gli antenati di Salvini identificavano, poco più di settanta anni fa, l’extraneus, potenzialmente deviante e delinquente, con l’emigrante meridionale.

E, così, oggi il Ministro degli Interni, nel tentativo di rinsaldare la coesione sociale di una collettività sempre più disorientata, individua nell’immigrato una sorta di “portatore sano di criminalità”.

E la moltitudine, quella folla credulona di Honorè Daumie grida ancora una volta: crocifiggetelo. Percorrendo questa strada ha così dato vita ad un decreto legge che vorrebbe fa passare ancora una volta un messaggio discriminatorio, infamante e destabilizzate sull’immigrazione.

Diverse voci si sono alzate contro questo provvedimento: da Torino prima, con i voti del Movimento 5 stelle e del Pd, a Bologna poi, dove però il movimento pentastellato si è astenuto, diverse amministrazioni cittadine si sono “ribellate”.

Il capoluogo emiliano, dopo quello piemontese, ha approvato un ordine del giorno per chiedere la sospensione del decreto, per bloccarlo, almeno fino a quando non sarà concluso l’iter parlamentare, aprendo un tavolo di confronto con il governo ed analizzando le ricadute economiche.

I presupposti dei provvedimenti di sospensione delle amministrazioni “ribelli” riguardano direttamente il contenuto delle norme del decreto legge che favoriscono “le strutture di accoglienza straordinaria, delle quali sono state registrate criticità in questi anni, puntando a smantellare invece proprio quella parte finalizzata a dare risposte ordinarie, strutturate, controllate e non emergenziali, come i centri di accoglienza del sistema SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), gestiti dai Comuni, … con percorsi di integrazione reale ed efficace in piccole accoglienze, rifugio diffuso in alloggi e anche in famiglia”.

E, così, “il provvedimento favorirà quindi le grandi concentrazioni di persone nei grandi CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), di difficile gestione con poche possibilità di percorsi di integrazione e con impatti fortemente negativi per i cittadini”.

E così “i mancati percorsi di integrazione … porteranno ad aumentare ulteriormente in città presenze di persone in condizione di estremo disagio, potenzialmente coinvolgibili in attività illecite”.

La fine del modello Sprar, che rappresenta per diverse realtà locali un esempio di accoglienza e di integrazione, vanifica gli sforzi ed i risultati degli ultimi anni e, favorendo la concentrazione delle persone in grandi centri di accoglienza straordinaria, ripropone modelli da aree di isolamento.

E questa forma di disobbedienza civile per non abdicare al modello dell’integrazione diffusa dello SPRAR, come ha scritto Marco Lombardo, assessore al Lavoro e Attività Produttive del Comune di Bologna, attende che “altre amministrazioni prendano posizione”.

Attende una posizione forte da parte di chi crede ancora che sia una nostra priorità garantire i diritti umani.

Attende un pugno fermo contro la negazione della protezione umanitaria, contro il ritiro della cittadinanza, contro i centri per il rimpatrio, dove il migrante potrà essere rinchiuso fino a 180 giorni. Attende un rigurgito di orgoglio e di rispetto di sé e degli altri da parte, almeno, di quei “pentastellati” che hanno già manifestato il loro dissenso.

Attende il risveglio di un popolo pensante che non può accettare, ancora una volta, la logica del voto di fiducia, soprattutto da parte di chi aveva promesso “un governo del cambiamento”.