Revenge porn e contromosse

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Il ricatto è fondato sulla possibilità di ricattare. Qualcuno mi dirà: capperi, che inizio pirotecnico, all’insegna della banalità.

Cerco dunque di argomentare: un famoso personaggio di Gomorra disse: “l’uomo che può fare a meno di tutto, non ha paura di niente”. L’idea che ci si possa privare di tutto, che non si addivenga alla possibilità di essere ricattabili, presuppone un’alta etica del coraggio. Posso anche morire, sono disposto a morire per l’obiettivo, per l’ideale, non temo nulla, non ho affetti, legami, vincoli terreni che mi impongano di resistere o restare attaccato al possibile ricatto. Come i cavalieri medievali, come i samurai giapponesi, per cui una buona morte era altamente preferibile ad una buona vita.

Se avessi dinanzi agli occhi le più belle scene di “Sonatine”, un altro dei poemi in immagini del grande Kitano, potrei raccontare con dovizia di particolari il colpo in testa che si spara l’uomo sulla spiaggia.

Roulette russa, nello stile del “Cacciatore” di Cimino, o bersaglio disegnato sul ventre, come fa il grande Onizuka, insegnante molto particolare. Vado però a memoria, affidandomi più al vuoto che al pieno e ricordo il diavolo in persona, interpretato dal grande Kevin, che preferisce privarsi di tutto, piuttosto che rendersi ricattabile dalla banda nemica.

Insomma, un uomo non ricattabile è, persino nella letteratura popolare dei nostri tempi, un criminale, o un martire, o un altro tipo di soggetto, assai distante dalla normale contemporaneità. E il cittadino? Il mite impiegato, filmato a sua insaputa nell’hotel coreano, mentre geme, perso in evoluzioni sessuali con l’amante di turno? Che ne sarà di lui quando la moglie scoprirà tutto?

Ebbene, se sarà ricattabile, allora il revenge porn avrà ragione di essere, ma se non sarà ricattabile, non ci saranno ricatti che tengano.

Si giunge così all’essenza del downshifting, ovvero alla capacità di fare della privazione, della sottrazione e della sconfitta, un momento di esaltazione della più pura umanità. Insegnando a noi stessi e ai nostri figli a non aver paura nemmeno di un’intimità messa  in piazza, abbiamo l’opportunità di costruire individui più forti, che lottano contro l’invasione della tecnologia, che viene a spiare i nostri orgasmi, legittimi o clandestini che siano.

La contromossa è dunque uno stato mentale, dato da una meditazione profonda, quasi trascendentale. Non dobbiamo vergognarci di ciò che siamo, non dobbiamo lasciarci infangare, ricattare, non dobbiamo permettere che ci si faccia del male, se un pezzo di quel che volevamo tenere segreto diventa invece di pubblico dominio. Dobbiamo riderci sopra, fregarcene, dobbiamo credere in noi stessi e nei nostri valori, anche quando appare di noi un’immagine che ci ritrae in istanti particolarmente sconvenienti.