La famiglia: una, nessuna centomila.

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I dati parlano chiaro.

Il 2018 ha registrato un calo dei matrimoni e un aumento dei divorzi.

Non è certo una novità, semmai una tendenza più o meno stabile degli ultimi dieci anni.

Le famiglie cambiano: i nuclei familiari monoreddito sono oltre 1 milione e 34 mila, i nubendi sono sempre più anziani e il “fatidico sì” viene pronunciato sempre meno nella fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni.

Nel 2018, ci dice l’ISTAT, ci sono oltre 3 milioni di coniugati in meno.

Gli sposi, oltre a diminuire, invecchiano.

Crescono le convivenze, anche quelle non formalizzate all’interno della legge Cirinnà, complici sia la creazione di famiglie ricostituite, sia una maggiore sensibilità sociale nei confronti delle coabitazioni stabili di coppie omossessuali.

Sono in aumento le unioni civili.

Da luglio 2016 e fino a dicembre 2017, sul territorio nazionale, soprattutto nelle grandi città metropolitane, sono state costituite oltre 6.000,00 unioni civili.

Quasi una su quattro ha scelto di vivere a Milano, Torino o Roma.

La convivenza da scelta di “prova della coppia” diventa, sempre più spesso, un rapporto stabile e, in un generale clima di istituzionalizzazione della precarietà, anche la famiglia si adatta.

“Il finché morte non vi separi” suona come un monito antico cui sempre meno scelgono di attenersi, affiancando, tanto nella buona quanto nella cattiva sorte, al modello sociale della famiglia tradizionale, la famiglia monoparentale (un padre o una madre con uno o più figli) o la famiglia ricomposta (in cui almeno uno dei due è già passato per l’esperienza del divorzio, di una convivenza finita male o di una vedovanza).

A queste esperienze numericamente più rilevanti si affiancano poi altri modelli familiari, che vanno dalle famiglie poliamorose a quelle allargate con una crescita e una visibilità sempre più rilevanti ma, staticamente, non così influenti.

Questo variegato dipinto si inserisce in una cornice sempre più tarlata.

La nostra è una società che incanutisce: al calo delle nascite  si accompagna un rilevante aumento della prospettiva di vita. Oggi, la fascia degli 80enni riguarda ben oltre 4 milioni di abitanti.

Di contro si assottiglia sempre più la fascia dei giovani: i ragazzi con meno di 15 anni passano dal 15,9% a 13,4%.

In un panorama, dunque, in cui il matrimonio non è più una tappa obbligata nel percorso sociale e la natalità è in forte calo, alcune frange di cattolici ultraortodossi, di organizzazioni antiabortiste e contrarie all’eutanasia, (genericamente riconducibili sotto l’egida dei movimenti “pro life”), insieme ad alcuni esponenti della destra radicale e integralista, ove non dichiaratamente fascista, addebitano le colpe al movimento femminista ed alla liberazione sessuale; elementi che avrebbero messo in crisi il concetto di famiglia naturale, intesa, in ottica  pregiuridica, come una cellula sociale a stampo unicamente biologico.

Secondo questa interpretazione l’unica famiglia ammissibile sarebbe quella composta da un uomo e una donna uniti in un rapporto istituzionalizzato ed in cui, in un ritorno valoriale alla moralità in linea con un destino identificato con l’appartenenza sessuale stabilita per nascita, la donna dovrebbe essere primariamente dedicata alla procreazione ed alla cura dei figli.

I nemici ulteriori di un’unione concepita finché morte non la separi sarebbero pertanto sia le “nuove libertà”, come il divorzio o la convivenza precaria, sia l’omosessualità che degraderebbe l’essenza dell’umano poiché, non essendo finalizzabile ad una procreazione all’interno della coppia, sarebbe, perciò solo, una deviazione contro natura e quindi immorale.

L’unica famiglia ammissibile rimane quindi solo quella patriarcale ed eterosessuale, al cui saldo comando deve presiedere un pater familias non pensato come coadiutore complementare in un ruolo genitoriale al fianco della donna, ma come padre padrone.

A Verona, tra poco meno di una settimana, in quella che fu una delle capitali della repubblica di Salò, già scellerata protagonista di gravi atti intolleranti contro omosessuali e dove a Santa Toscana ancora si recitano le messe in latino cui partecipano noti esponenti della destra veronese, il prossimo fine settimana si terrà il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, WCF) che riunisce in sé “«il movimento globale» antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI ed è stato classificato come “gruppo d’odio” dal Southem Poverty Law Center”, organizzazione americana senza fini di lucro impegnata nella tutela dei diritti delle persone”.

Una puntuale descrizione di cosa sia questo congresso è possibile trovarla in un dettagliato articolo sull’ Huffington Post al link https://www.ilpost.it/2019/03/24/il-congresso-mondiale-delle-famiglie-verona/, ma una pari puntualità, nel dibattito pubblico, non è quasi mai spesa per definire cosa sia una famiglia e soprattutto quando essa possa definirsi in crisi.

Se infatti da più parti si sente dire che la “famiglia” è sotto scacco, questo elemento è sempre e solo correlato al fatto che il matrimonio eterosessuale lo sia: i dati sul punto sono rilevanti.

I divorzi dipingono un’immagine impietosa dell’istituto.

Ma matrimonio eterosessuale e famiglia non sono concetti identicamente sovrapponibili.

Se dunque l’istituto non funziona, automaticamente non  vuol dire che la “famiglia” non funzioni.

Peraltro anche qualora si identificasse la famiglia con il matrimonio, la risposta potrebbe non essere così semplicemente univoca.

Anche su questo punto occorre essere cauti: i divorzi consensuali rimangono la maggioranza e dall’approvazione della legge sul “divorzio breve” se, nel corso del 2015, si è registrato un picco (oltre 82.469 che certo innalza il numero complessivo di divorzi negli ultimi cinque anni) il dato va letto anche alla luce della minor tempo che trascorre dalla separazione (6 mesi in luogo degli originari tre anni).

Piuttosto che di esplosione dei divorzi, e dunque di sfaldamenti delle famiglie, forse dovremmo parlare anche degli effetti temporanei di una diversa normativa, sicché è plausibile pensare che anche il dato numerico andrà via via ad assestarsi.

Inoltre, se registriamo un costante aumento delle famiglie ricostituite e delle unioni civili, è ragionevole dedurre che il desiderio di “essere famiglia, anche al di fuori di una istituzionalizzazione tradizionale come quella del matrimonio, permanga forte.

Se è quindi corretto dire che il matrimonio è in crisi, non automaticamente lo possiamo dire per la famiglia, ma di certo, occorre prima intendersi rispetto a cosa intendiamo per  famiglia.

Già sul finire del ‘800 Durkheim descriveva una realtà moderna fondata sul rapporto coniugale che via via sarebbe stato destrutturato dalla possibilità del divorzio e dalla crescente acquisizione di diritti in un mutare storico evolutivo; del noto sociologo si è infatti soliti citare la frase  “Non esiste un modo di essere e di  vivere che sia il migliore di tutti […] La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse”.

Se dunque si considera che il modello di famiglia nella storia, dal 900 ad oggi, è mutato radicalmente con evoluzioni non sempre univoche e lineari, assurgere a famiglia a un solo modello fondante è irreale oltreché sbagliato.

Foss’anche perché la famiglia naturale (o tradizionale come i suoi difensori amano definirla per rendere il concetto più accettabile) non esiste.

Se c’è un’istituzione in cui le norme si sono sprecate e su cui si sono combattute le più interessanti battaglie giuridiche, è proprio quella della famiglia.

La naturalità peraltro non è un concetto che di per sé definisce un requisito automaticamente migliore.

Basti pensare che un tempo il figlio naturale contava meno del figlio legittimo, che il madamato poggiava su solide basi “naturali”, che la pulsione al tradimento per le donne era considerata diversamente rispetto a quella degli uomini per motivi propriamente “naturali” (leggasi tanto la giurisprudenza degli anni 55/70, De Liége, Pocar, Ronfani, Lévi Strauss).

La parentela è una tipica costruzione sociale e normativa e non certo una costruzione biologica di discendenza esclusivamente assicurata alla procreazione della specie, sicché il “naturale” nel contesto familiare centra molto poco.

In una lettura più consona alla realtà non sfuggirà poi che la famiglia costituisce un sistema di relazioni in cui i suoi componenti ne costituiscono l’essenza e, attraverso i propri desideri e progetti di vita, anche la sua primaria fonte di  trasformazione: a volte in una prospettiva di ampliamento altre volte in una prospettiva di scioglimento.

La famiglia è dunque e soprattutto una costruzione di relazioni che mutano nel tempo all’interno di una strettissima connessione biunivoca con le costruzioni sociale, culturali e normative della comunità di cui da parte.

All’interno di una famiglia ciascun membro volontariamente annesso o in essa generato, dovrebbe sentirsi protetto nella rappresentazione e sperimentazione  della propria individualità, provando così il suo primo agire con l’altro, benché familiare e intimamente vicino, all’interno di un contesto di accudimento.

In concetto di “famiglia naturale” quindi, altro non è che un artificio a mascherare un rigurgito di predominio a contenimento del cambiamento della figura della donna nella società moderna, un tentativo di reprimere gli individui che non naturalmente possono coltivare un sistema riproduttivo autonomo, un feticcio da scagliare contro le persone transgender o cisgender, un vessillo di un concetto di famiglia “tradizionale” che, molto più semplicemente, dal 900 ad oggi si è progressivamente indebolita per adattarsi ad una nuova realtà sociale.

Identificare chi ha paura del cambiamento delle strutture relazionali primarie, questo sì fisiologico e naturale (in termini storici e statistici ovviamente) ben rappresentato da chi il prossimo fine settimana si riunirà a Verona sotto il patrocinio del WFC, non può far dimenticare che un concetto unico ed universale di famiglia, tantomeno naturale, possa davvero esistere.

Che questo modello debba poi essere imposto come modello dominante è antistorico e irrealistico.

Non solo. Mentre chi propone altre forme di famiglia non mira a dichiarare innaturale la famiglia tradizionale, ma semplicemente domanda il riconoscimento di relazioni pacificamente esistenti e la loro difesa da un modello unico, chi si schiera a favore della famiglia naturale punta a rendere non solo illegittime, ma addirittura immorali tutte le altre formazioni sociali.

Possiamo far finta di niente?

Io credo di no, perché se alcune delle previsioni orwelliane del 1950 hanno trovato attuazione meno di quarant’anni dopo, il “Racconto dell’Ancella” della Atwood del 1985, potrebbe far prima.

 “Abbiamo le statistiche di quell’epoca. Sai di che cosa si lamentavano di più? Dell’incapacità di provare dei sentimenti. Avevano perso ogni interesse per il sesso e per il matrimonio. […] Noi abbiamo pensato di poter fare meglio”.

“Meglio?”, ho mormorato con un filo di voce. Come poteva crederlo?

“Meglio non significa mai il meglio per tutti”, ha detto.

“Ma sempre, per alcuni, significa il peggio”.

Buona Verona quindi.

In marcia, per evitare il peggio.