Un paese senza storia

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Ogni giorno, leggendo i giornali, assistiamo a una lezione di storia. I giornali ci insegnano con ciò che dicono e con ciò che non dicono. La storia è un paradosso errante. È la contraddizione a farla muovere. Forse per questo i suoi silenzi dicono più delle sue parole e spesso le sue parole rivelano, mentendo, la verità” (Eduardo Galeano).

Se vi venisse rivolta la domanda su quale sia la scelta politica che non è mancata mai, tra le decisioni dei governi che si sono succeduti, nel nostro paese, negli ultimi decenni, potreste con sicurezza consigliare, al candido postulante, di rovistare tra le direttive riguardanti l’esame di stato.

L’ultima in ordine di tempo è quella che prevede, tra altri interventi annunciati ma non ancora, ad anno scolastico in corso, con chiarezza definiti, la scomparsa, tra le tracce della prima prova scritta, della storia. Con quale motivazione? A causa della percentuale, assolutamente irrisoria, dei candidati che  scelgono di svolgerla.

Dagli illustri consulenti ministeriali ci si sarebbe aspettati una risposta meno debole.

Applicando simile paradigma, se, per assurdo, tutte le studentesse e tutti gli studenti italiani del liceo classico presentassero un foglio in bianco, il giorno della versione dal greco, i candidati dell’anno successivo si vedrebbero esonerati dal tradurre un brano di Aristotele o di Tucidide.

Intendiamoci: le tracce di solito proposte – posso affermarlo con cognizione di causa, avendo ininterrottamente fatto parte, dal 1990 ad oggi, di commissioni esaminatrici – richiedono conoscenze, apparati e strumenti critico-metodologici di livello quasi specialistico. Ma tale annotazione rinvia allo scollamento, reale, tra la carne viva della scuola e l’immagine che ne hanno i supereroi che la guidano dall’alto dei cieli ministeriali.

In realtà, l’assoluta negatività della scelta di sopprimere la traccia di storia, a mio giudizio, va letta  esclusivamente sul piano della comunicazione simbolica.

Si afferma, solitamente, che il nostro sia un paese senza memoria.

Non pochi sembrano vivere il presente nella prospettiva della damnatio memoriae.

Soprattutto, per ciò che riguarda la storia del Novecento.

In questi ultimi decenni, abbiamo assistito a un vero e proprio tentativo di trasformare il senso, per esempio, del 25 aprile, che è uno dei giorni nei quali la religione civile del paese  dovrebbe ritrovare la sua ragion d’essere, il momento del riconoscimento collettivo delle radici comuni, e che viene invece artatamente trasformato in un giorno di divisione, di separazione.

Come abbiamo, anche in queste ore, appreso da una sventata dichiarazione di una sedicente leader postfascista. La cosa è parecchio curiosa, se si pensa che, in Italia, per più di un secolo, le categorie interpretative  più utilizzate sono state quelle storicistiche, sia d’impianto crociano che marxista.

Eppure si continua a rimuovere, si continua a dimenticare. E l’otto settembre diventa, per il nostro primo ministro, una sorta di venticinque aprile. Ora, se c’è una disciplina che ha a che fare con la memoria, questa è la storia.

Il significato della parola storia, che s’incontra per la prima volta in Erodoto,  rimanda al verbo greco istorèo, ovvero, alle azioni dell’indagare, del ricercare, dell’interrogare i testimoni. Ci si dovrebbe fare subito un’idea sul fatto che la conoscenza e l’organizzazione del sapere derivino da un lungo lavoro di esplorazione e di accumulazione che intende ricostruire gli eventi di un passato vicino o remoto.

E tale lavoro si identifica  con la parola scritta che riproduce e conserva le vicende umane. Il risultato è, quindi,  un repertorio di fatti, di eventi, di persone  che, colpendo  la coscienza di chi va a scavare nei documenti, negli archivi, nelle relazioni, nelle imprese, ma anche nelle leggende o nelle canzoni, diventano oggetto  di  interpretazione e di racconto.

Una narrazione affascinante e carica di suggestione. Ma trovare i fatti è difficile e complesso, perché i testimoni – le fonti – potrebbero  rivelarsi di parte, non sempre attendibili, magari finendo per essere travolti da violente passioni politiche, sicché o nascondono o  amplificano.

E il vagliare con rigore e precisione spesso produce racconti che non sono né fascinosi, né piacevoli. Eppure lo storico sa che l’opera sua  sarà utile e renderà un servizio certo a chi  vorrà conoscere con esattezza il passato, magari con la giusta ragionevolezza di potersi orientare, con indipendenza e sicurezza,  nel presente e proiettarsi nella speranza del futuro.

Ed è qui che, come si dice, casca l’asino.

Perché, nella prospettiva della scuola-azienda – la scuola dei debiti e dei crediti, dei prodotti e dei clienti, della pubblicità tipo: in questa scuola non entrano portatori di handicap e extracomunitari -,   il passato è passato, lo si copra con una bella pietra tombale e ci si batta, tutti uniti, come una testuggine, per dirla con Luigino Di Maio, per le famigerate competenze le quali, gratta gratta, altro e non sono che le fatidiche tre “i” (inglese, impresa, informatica),  di berlusconiana memoria. Che si trascurino pure le discipline che spingono alla riflessione critica e profonda, all’analisi del mondo, al superamento del veloce “presentismo”.

La questione, come si sarà capito, è culturale ma, soprattutto,  politica. Sicché dire ai giovani: “non volete svolgere il tema di storia? Ok, ve lo togliamo noi”,  equivale a far passare il messaggio che, in fondo, questa disciplina, in fondo, non sarà mica così necessaria.

Riusciremo, in futuro,  a unire in un solo progetto   la necessaria comprensione dell’utilità del lavoro dello storico, il dovere della memoria e l’educazione dei giovani ai valori della democrazia, dell’inclusione  e della pace? Un progetto simile, con i tempi che corrono, è, certo, poco aziendale ma, a mio giudizio, è l’unico a conservare ancora  un respiro altamente educativo e politico.

Il filosofo platonico Bernardo di Chartres, nel XII secolo, ben comprese come andassero le cose in questo mondo: in fondo non siamo altro che dei nani, arrampicati sulle spalle dei giganti. I problemi iniziano quando qualche nano ritiene più utile scendere o, peggio, quando qualche nano comincia a sentirsi un gigante. Buona memoria a tutte e a tutti.

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Amerigo Ciervo (Moiano, BN, 1952) insegna, dal 1990, filosofia e storia al liceo classico “Giannone” di Benevento. Fondatore e animatore, dal 1980, con il fratello Marcello, de iMusicalia, un’ipotesi di ricerca e di riproposta della tradizione musicale e della cultura popolare della Campania interna. Il progetto si è concretizzato nella pubblicazione di una decina di dischi e di due raccolte dedicate agli informatori popolari provenienti da tutta l’area del Sannio beneventano, in un migliaio di concerti tra Italia, Europa e USA, in numerosi allestimenti teatrali, in partecipazioni televisive e cinematografiche, in libri (Sancta Maria de Mojano, 1984, Quaraesima è fernuta, 1988. Miti, riti e credenze del Sannio beneventano, 1991, La memoria del viaggio, 1995, Io lavoro nella musica, 2007, Moiano, la memoria del villaggio, 2011) e in innumerevoli articoli dedicati al mondo popolare. Dal 2016 è presidente del comitato provinciale dell’ANPI di Benevento.