Il Fronte dell’Uomo Qualunque

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Nella trasmissione televisiva “Porta a Porta” del 25 Settembre, abbiamo appreso dal vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio che, a breve, sarebbe stata «abolita la povertà».

Ma facciamo un passo indietro.

Il 27 Dicembre del 1944 usciva nelle edicole “L’Uomo Qualunque“, un settimanale fondato a Roma da Guglielmo Giannini che arrivò, in tre soli giorni, ad una tiratura di ottantamila copie.

Inserito nella “U” maiuscola della testata c’era un torchio che schiacciava l’immagine di un uomo: il simbolo della classe politica che opprimeva il travet, l’uomo qualunque.

Il sentimento antipolitico, espresso da Giannini in un articolo di fondo, trovava ampi consensi: “da quasi mezzo secolo si vive nel nostro Paese una vita d’inferno, a causa della gelosia di mestiere tra i politici di professione.

Rivolte, attentati, scioperi, agitazioni, inflazione, crisi industriale, caro-vita…sono, per tutti gli italiani, conseguenze del rabbioso litigio fra i 10.000 pettegoli (i politici di professione, n.d.a.). Siamo finalmente rovinati: cos’altro vogliono da noi gli autori di tutti i nostri mali?…Noi non abbiamo bisogno che di essere amministrati e, quindi, ci occorrono degli amministratori, non dei politici… (ci serve) un buon ragioniere: non occorrono né Bonomi, né Croce, né Selvaggi, né Nenni, né il pio Togliatti, né l’accorto De Gasperi… (ci occorre) un buon ragioniere che entri in carica il primo Gennaio e se ne vada al 31 Dicembre e che non sia rieleggibile per nessuna ragione…”.

E, così, il giornalista e commediografo, novello Masaniello napoletano, si mise a capo di un movimento chiamato “Fronte dell’Uomo Qualunque”, il cui motto era “non ci rompete più le scatole” che, poco dopo, sarebbe diventato un partito politico, capace di conquistare, nelle elezioni dell’Assemblea Costituente del 1946, ben 30 deputati.

L’unico punto programmatico di quella serie di negazioni che esprimeva il “Qualunquismo” era la durata in carica dell’amministratore e la sua non rieleggibilità.

Ma l’esperienza di Guglielmo Giannini e del suo “Uomo Qualunque” non rappresenta né il primo, né purtroppo l’ultimo esempio di “populismo qualunquista” né nel nostro paese, né altrove.

E, allora, invece di limitarci a demonizzare il fenomeno, dovremmo chiederci perché periodicamente si presentino dei “cicli antipolitici”.

Probabilmente, le cause sono strutturali.

In un sistema politico complesso non tutte le molteplici, variegate e diffuse istanze sociali ed economiche (spesso contraddittorie) che provengono dal basso possono ottenere risposte politiche dirette e immediate.

Se ciò fosse: sarebbe il caos.

E, così, le “poliarchie”, i moderni sistemi di democrazia avanzata e pluralista come il nostro, possiedono dei “riduttori di complessità”: i partiti politici, che filtrano solo alcuni dei molteplici bisogni provenienti dal corpo sociale.

Quelli che ritengono più importanti e meritevoli di essere accolti.

Quando, però, come in questo drammatico momento storico, i partiti politici vivono una crisi profonda, tali meccanismi selettivi del sistema politico non funzionano correttamente.

E, così, le istanze politiche provenienti dal basso, non sono filtrate e selezionate e si esprimono tutte insieme in maniera indistinta, caotica e disorganizzata.

Le istanze insoddisfatte si (ri)presentano, così, in maniera invadente sotto le mentite spoglie dell’uomo della provvidenza, del salvatore, dell’uomo della strada, del nano, del guitto, del giullare di turno…del bullo.

Dal punto di vista dei contenuti, poi, non sono in grado di andare oltre la feroce e disorganica protesta: esprimono solo rabbia, avversione, disprezzo. Sono assolutamente incapaci di proposta politica, prive di prospettive serie e realistiche sul futuro, di capacità trasformativa.

Pertanto, tutte le volte in cui si verifica uno scollamento tra la “classe politica” e le “istanze politiche” insoddisfatte che provengono dal basso, dal corpo sociale, si attiva un “ciclo antipolitico”.

Il nostro Paese di “cicli antipolitici” né ha attraversati molteplici: quello già citato di Giannini e del suo “Qualunquismo”, quello di Tangentopoli e, quello ben più drammatico rappresentato dai prodromi della dittatura fascista.

Il Fascismo, infatti, si affermò in un momento storico di assoluta paralisi socio-politica in cui il popolo chiedeva ad una inerme classe politica di risolvere gli enormi problemi che la fine della guerra aveva lasciato.

Il nuovo movimento, inizialmente noto come “Sansepolcristi” non a caso si fece carico del disagio diffuso soprattutto tra i ceti medi, i militari e gli ex combattenti, ottenendo un consenso sempre crescente.

Dall’analisi del “Programma di San Sepolcro” emergono una serie di provvedimenti volti a cercare di risolvere la difficile situazione sociale del Paese, attraverso riforme oggettivamente ispirate, illuminate e di pregio, tra le quali una legge che sancisse la giornata lavorativa di otto ore, il voto alle donne, una modifica della legge sull’assicurazione e sulla vecchiaia con abbassamento del limite di età da 65 a 55 anni (sic…).

I modelli ideologici del Fascismo, del resto, affondavano le radici nell’insurrezionalismo di Auguste Blanqui, nell’antiparlamentarismo, nel Socialismo anarchico e nel Sindacalismo rivoluzionario di Georges Eugène Sorel.

Ma tali elementi di forza, ed è questo l’altro tragico risvolto del qualunquismo antipolitico, diventavano elementi di debolezza a mano a mano che il Fascismo, approfittando dell’anemia della classe politica e della fragilità del sistema politico, si tramutava con la marcia su Roma, da movimento d’idee in partito politico esclusivo di governo.

Da questo momento, cominciava l’escalation del regime che avrebbe fatto largo uso della violenza squadrista.

Velio Spano, senatore antifascista della Costituente, sulle pagine de L’Unità del 16 Febbraio del 1946, ebbe a scrivere a proposito del nuovo partito dell’uomo qualunque, parole che suonano oggi di stringente attualità: “L’Uomo qualunque è un movimento che costituisce al tempo stesso una sopravvivenza e un’anticipazione del Fascismo […] i suoi dirigenti […] sono tristi speculatori delle sventure d’Italia, torbidi giocolieri che tentano di riesumare il fascismo vestendolo da pagliaccio”.

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Sono nato nel 1970 in un paesone della Provincia di Napoli della Terra dei Fuochi e per 10 anni ho fatto l’avvocato penalista prima ed il giudice onorario poi. Dal 2008 sono ricercatore di sociologia del diritto, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove insegno “Comunicazione interculturale”. Il mio ambito di ricerca riguarda la dimensione del conflitto, soprattutto in una prospettiva culturale e l’analisi dei processi migratori e d’integrazione. Sono giornalista pubblicista e nel 2007 ho fondato la Rivista Italiana di Conflittologia (www.conflittologia.it), mentre nel 2011 ho costituito il Consorzio Universitario per l’Africa ed il Mediterraneo (www.cuam.eu) con l’intento di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata nell’area afro-mediterranea. Sono sempre compulsivamente portato a dire quello che penso, anche se mi sforzo strenuamente per cercare di contenermi. Questo aspetto del mio carattere non credo abbia giovato alla mia vita; ma sono sicuro ne abbia beneficiato il mio fegato. E va bene così. Mi piace il jogging, il krav maga, il vino e il mare del Salento dove mi rifugio, appena possibile, nella mia casa di San Foca. Vivo nel Sannio con Giovanna, Annachiara, Alfonso e Chaplin, il nostro Golden Retriver, che adoro come tutti gli altri animali che evito di mangiare.