Fascismo 3.0, ovvero dell’elogio della mediocrità

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L’antifascismo è una roba considerata da molti come l’espressione nostalgica di una necessità superata. In questo senso dirsi antifascisti oggi è sicura garanzia di insuccesso.

Non dobbiamo avere timore di affermarlo: se sei antifascista, l’accusa di essere radical chic è dietro l’angolo.

Fermi tutti, i lettori del nostro giornale avranno avuto un sussulto, come se la premessa volesse puntellare le intenzioni. Niente di tutto questo, in realtà il riconoscimento della desuetudine dell’antifascismo nasce da osservazioni abbastanza oneste di quello che accade nella società italiana.

L’uomo senza qualità” non è solo un saggio sulla nevrosi dell’uomo del novecento, ma è anche un potentissimo manifesto politico. Già a partire dal titolo, con una sola, potente pennellata, Robert Musil tratteggia la tragedia della mediocrità.

In quella epigrafe, quasi una lapide, riecheggia l’appello del Salieri di Milos Forman, all’unione mondiale di tutti i mediocri.

E’ questo in effetti il vero elemento vivificante della cultura fascista: la mediocrità, anche se noi italiani siamo troppo strani per riconoscerci così. Ci crogioliamo nell’oblio, eternamente senza memoria, condannati a scoprire i ricorsi tra presente e passato quasi con stupore, raramente in grado di dare un senso ai nostri percorsi.

Dimentichiamo che ciò che ha permesso di instaurare l’autoritarismo non è stata tanto la violenza dei pochi, quanto l’ignavia dei molti e per questo siamo pronti a non osservare il ruolo che svolgiamo nelle nostre comunità, ben lieti di scaricare la colpa ad altri.

Eppure il fascismo esiste ancora oggi, in molti ambiti, cambia abito, forma, si adatta ai tempi, ma mantiene intatti alcuni elementi caratteristici, che gli hanno permesso di prosperare ed affermarsi, fino a dominare non solo un determinato periodo storico, ma ad essere presente, nella cultura e nelle azioni del nostro popolo, come un fedele ed inseparabile virus endemico.

La disponibilità a cedere diritti in cambio di interessi, lo scambio gretto ed utilitaristico tra convenienza e giustizia, sono alcuni di questi tratti. Il ricorso all’uomo forte, che si carica sulle spalle tutti i problemi e le inadeguatezze dell’omino, sgravandolo, compare spesso nella tragica vicenda fascista che ciclicamente ricompare, pronta a spazzare via ogni refolo di spina dorsale.

Infine c’è il branco, il sadico gusto di aggredire in branco, spalleggiandosi, per superare tutte le proprie vigliaccherie. La cultura del branco, che appare e scompare, morde e scappa, contenitore ideale dell’incapacità di esposizione del singolo, è forse uno dei marchi tipici della vicenda fascista di ogni tempo.

Il fascismo non è dunque solo e peculiarmente una dittatura.

Questo è un modo sbagliato di caratterizzarlo. La demonizzazione del fascismo, la sua iconografia guerresca, ridotta in macerie, supera e rimuove la forte normalità che connotava il regime mussoliniano, dandone una visione parziale ed errata. In realtà, per i tanti “Ragionier Fantozzi Ugo” che si trovarono improvvisamente ad essere riconoscibili, superando l’anonimato mediocre in cui li aveva sepolti la decadente Italia postbellica, il fascismo era soprattutto questo: branco.

Ancora oggi questa essenza si perpetua, con poche variazioni. Fascismo dunque non è solo una forma particolare di totalitarismo, ma la normalissima banalità della mediocrità, che non ha altro modo di tentare di affermarsi, se non attraverso l’utilizzo della sopraffazione bruta, che ripudia logica, verità ed onestà e si rifugia nell’impeto della ferocia cieca, compiacente verso se stessa.

Il fascismo non è forma di governo di uno Stato, ma rappresentazione complessa dell’uomo senza qualità ed in questo senso è ideologia immortale, naturale, che non può essere bandita dallo scenario politico, se non per mezzo di una perenne contrapposizione della ragione.

Proprio per questo il divieto di apologia del fascismo è stato per l’Italia un rimedio molto peggiore del male.

La cifra autoritaria e cafona del fascismo, la sua voglia di solleticare i bisogni del proletariato intellettuale con soluzioni sbrigative e rozze, sono state seppellite da anni di rimozione, che hanno dato la finta impressione di un fenomeno che non esisteva più e che non poteva, né doveva più ripresentarsi.

Tutto vano: contro qualcosa di così radicato nell’uomo comune, nessuna forma di ostracismo può nulla. E’ stato proprio questo esilio forzato infatti, a rendere straniero, e dunque irriconoscibile, il conformismo che ancora sostiene l’ideologia del fascio, che affonda le sue radici nel bisogno di sentirsi massa, ignora e mortifica la dimensione intima e personale della riflessione, riversando negli echi dei rituali collettivi i maggiori aneliti e le più grandi aspirazioni.

E’ così che il fascismo contemporaneo viene incarnato dai gruppi che indicano il diverso come simbolo dei mali del popolo, ricercando nell’omologazione nazionalistica un rassicurante giaciglio per l’incapacità di confrontarsi con la varietà e vastità del mondo.

Negare questa realtà, questo profondo strato di humus sedimentato nella nostra genealogia, impedisce di combatterla con efficacia. La battaglia ideale contro la tirannia delle mediocrità e del branco non può mai ritenersi vinta per mezzo dell’esilio.

La ragione deve sempre considerare presente ciò che circola senza passaporto, gli atteggiamenti e le pulsioni che si ripresentano, spesso sotto mentite spoglie, nel corso della storia.

Non basta allontanare per risolvere: occorre lottare, sempre e per sempre, per tenere viva la fiamma della libertà.