Brucia ancora la Terra dei fuochi

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Brucia ancora la Terra dei fuochi. Brucia sempre.

Il 26 ottobre scorso è andata in fiamme la LEA di Marcianise, un’azienda di stoccaggio che era stata sequestrata dalla magistratura dopo le proteste del Sindaco Velardi per sospetto inquinamento ambientale.

Bruciano tonnellate di rifiuti ammassate nel capannone cui erano stati apposti i sigilli qualche mese fa e questo non è che l’ultimo di una lunga serie di incendi.

Quest’estate per esempio, bruciavano le balle di plastica e di carta all’interno di un impianto sito nella zona industriale di Caivano.

La locuzione “terra dei fuochi” sta proprio ad indicare una vasta area, situata in Campania, a cavallo tra la provincia di Napoli e quella di Caserta, nella quale, dalla fine degli anni Ottanta, sono stati illegalmente sversati, interrati e spesso bruciati rifiuti di ogni tipo: in alcuni casi gli incedi sono dolosi, in altri accidentali poiché scaturiscono dall’autocombustione dei rifiuti pericolosi abbandonati nelle tante discariche abusive.

Di recente si è concluso il primo grado del processo Resit che prende il nome dalla discarica nel comune di Giugliano, una bomba ecologica gestita dall’avvocato Cipriano Chianese.

Egli è ritenuto uno dei principali responsabili della “mattanza ambientale”, l’inventore dell’ecomafia, colui che ha fornito il know-how al crimine organizzato.In particolare Chianese è stato condannato a venti anni per i reati di disastro doloso, avvelenamento delle acque, estorsione ed associazione mafiosa. Contestualmente, è stato condannato a vent’anni anni, per disastro ambientale, anche il boss Francesco Bidognetti.

Il meccanismo di questa fabbrica dei veleni era d’altronde già noto alla classe dirigente del nostro paese dalla metà degli anni ’90, anni in cui il pentito Carmine Schiavone veniva ascoltato dalla Commissione parlamentare di inchiesta istituita proprio per far luce sui meccanismi di funzionamento del ciclo illecito dei rifiuti in Campania ad opera del clan dei casalesi e grazie alla connivenza di amministratori locali, imprenditori, massoneria.

Ma mentre emergevano questi dati i governi Berlusconi e Monti minimizzavano la situazione. Il ministro della salute Renato Balduzzi arrivò a sostenere che la precoce mortalità dei campani fosse dovuta ai cattivi stili di vita: in pratica mangiavamo e fumavamo troppo.

Alla fine ci hanno pensato i comitati e i movimenti a dare battaglia, a parlare di un vero e proprio biocidio (stando ai numeri della mortalità per tumore) e a chiedere la bonifica dei territori: Rete Commons, Coordinamento comitato fuochi ed altre organizzazioni hanno cercato di portare il problema all’attenzione della pubblica opinione e della politica nazionale.

Soltanto nel 2013 Andrea Orlando, il nuovo ministro dell’Ambiente del governo Letta, parlò di “emergenza” e si fece promotore del decreto legge sulle emergenze ambientali della Terra dei fuochi e dell’Ilva. Esso fornisce nuovi strumenti alla Magistratura per combattere il rogo dei rifiuti, accelera le bonifiche e prevede un finanziamento consistente per effettuare screening medico-sanitari sulla popolazione residente nelle due aree individuate.

All’epoca, infatti, il quadro normativo italiano era assolutamente lacunoso e i magistrati avevano a loro disposizione poche norme che, con qualche forzatura, utilizzavano per avviare un processo, come quella relativa al crollo delle costruzioni o altro disastro innominato (art 434 c.p).

La maggior parte degli illeciti in materia ambientale erano violazioni di norme del codice civile, illeciti amministrativi o contravvenzioni, cioè reati meno gravi che si prescrivono in cinque anni.

Anche per questo motivo molti processi contro le eco-mafie si erano conclusi con un nulla di fatto come nel caso dell’indagine Cassiopea condotta dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, famosa da quando Saviano ne ha parlato in “Gomorra”: nonostante l’esito infruttuoso, essa mise in luce definitivamente l’esistenza di una potente organizzazione criminale che gestiva il traffico illecito di rifiuti da Nord verso Sud.

Anche il processo Eternit aveva indignato l’opinione pubblica poiché dopo 15 anni di udienze, sentenze di condanna in primo e secondo grado, la Cassazione, in base alla sua interpretazione dell’intera vicenda, aveva dichiarato la prescrizione.

Non a caso, molti magistrati continuavano a sottolineare la mancanza di una risposta efficace ai reati contro l’ecosistema, dalla cui tutela dipende non solo il nostro presente ma il futuro delle prossime generazioni.

Per questo motivo, la giurisprudenza di merito auspicava l’introduzione nel codice penale di una serie di norme incriminatrici speciali per i delitti contro l’ambiente.

La necessità di introdurre un autonomo delitto di disastro ambientale si è fatta, d’altronde, più stringente anche a seguito dell’emanazione della Direttiva comunitaria 99 del 2008 con la quale il legislatore comunitario ha “imposto” agli Stati di prevedere una specifica norma che sanzionasse, tra le tante ipotesi previste, lo scarico, l’emissione o l’immissione illeciti di un quantitativo di sostanze o radiazioni ionizzanti nell’aria, nel suolo o nelle acque che possano procurare il decesso o lesioni gravi alle persone o danni rilevanti alla qualità dell’aria, del suolo, delle acque ovvero della fauna e della flora.

Ecco che nel 2015 è stato definitivamente approvato il disegno di legge n. 1345-s in materia di delitti ambientali, che inserisce nel codice penale un titolo autonomo dedicato agli eco-reati: in particolare il delitto di disastro ambientale si sostanzia nell’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema o nell’alterazione la cui eliminazione risulti particolarmente difficile ed onerosa oppure nell’offesa alla pubblica incolumità nella forma del danno all’integrità fisica delle persone (punito con la reclusione da 5 a 15 anni).

Da segnalare è la norma che prevede il raddoppio dei tempi di prescrizione per scongiurare il rischio, altamente probabile, che tra i tempi delle indagini e le lungaggini processuali, reati gravi possano restare senza colpevoli. Mediamente, infatti, un’indagine di questo tipo impegna circa due/quattro anni; la celebrazione del primo grado di giudizio sei/sette; la definizione dell’intero procedimento oltre dieci.

Al di là dei legittimi rilievi critici della dottrina, la riforma è stata accolta con favore visto che, dopo anni di immobilismo legislativo, s’interviene direttamente in un settore di fondamentale importante come la difesa e la protezione dell’ambiente. Essa è, d’altronde, stata votata a larghissima maggioranza ed ha ottenuto l’avallo delle principali associazioni ambientaliste (Legambiente, WWF).

Il recente rapporto sulle Ecomafie di Legambiente ci offre, infatti, un bilancio positivo dei primi due anni di applicazione: diminuiscono gli illeciti ambientali ed aumentano gli arresti e le denunce; i reati accertati dalle forze dell’ordine sono passati, infatti, da 27.745 a 25.889 con una flessione del 7%; contemporaneamente, il numero degli arresti sale a 225 a fronte dei 188 del 2015 mentre le denunce passano da 24.623 a 28.818.

Questi dati, relativi all’anno 2016, ci dicono che le attività illecite inquinanti diminuiscono e si rafforza l’efficacia delle attività investigative e repressive.

Rispetto alla distribuzione geografica dei reati, le quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso mantengono i primi posti in classifica: la Campania è ancora una volta al primo posto seguita da Sicilia, Puglia e Calabria. Napoli è la più colpita con 1.361 infrazioni, seguita da Salerno, Roma, Cosenza e Palermo.

Eppure mentre scrivo sta bruciando il maxi impianto Stir di Santa Maria Capua Vetere, un incendio gravissimo che ha spinto il ministro Sergio Costa a recarsi in Campania per effettuare un sopralluogo, per partecipare al comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza e per fare il punto della situazione su questa nuova escalation criminale sui fronte dei rifiuti. “C’è una strategia, siamo sotto attacco ma il governo reagirà” dice.

E certamente se lo augurano i tanti cittadini di un territorio ferito e colpito a morte.

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Sara Fariello, 43 anni, sociologa del diritto presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli. Da diversi anni, soprattutto dopo essere diventata madre, mi occupo di maternità e questioni di genere nella convinzione che il nostro Paese sia un paese ancora fortemente maschilista, omofobo e sessista. Il mio ultimo libro, Madri assassine, è una riflessione cui sono molto legata perché sintetizza e condensa le mie esperienze personali e professionali e rappresenta una sorta di spartiacque tra un “prima” ed un “dopo”. Le relazioni intellettuali e politiche con le altre donne mi hanno, infatti, spinta verso il pensiero e la pratica femminista: la “casa delle donne” di Napoli è un laboratorio di idee e progetti che amo frequentare. Credo che “militanza” intellettuale e politica debbano camminare insieme; la critica sociale non può essere disgiunta dall’impegno civile. Da ricercatrice, da cittadina e da donna cerco di dare il mio piccolo contributo.