Il buon cittadino delle zecche

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La storiella salviniana dei “negozietti etnici”,  se non fosse la spia della pericolosa metamorfosi culturale che sta attraversando la società italiana, sarebbe tutta da ridere, e, magari, da criticare  utilizzando, a seconda delle scelte, le buone, vecchie pratiche messe in atto dai nostri eccelsi punti di riferimento: il “don Ersilio Miccio” di Eduardo, de L’oro di Napoli  (“co’ ‘no pernacchio si fa la rivoluzione”) o il dandy di Totò che,  in Totò a colori,  svela, allo stupefatto pittore astrattista, a Capri,  il suo salutare giudizio critico con uno sputo in un occhio (“La scienza va premiata. Or tutti a me. Una sedia e un tovagliolo…”).

Ma la storiella è, invece, gravissima, soprattutto perché, al di là della motivazione di natura “securitaria”,  rivela un’inconsapevole, crassa, vergognosa e pericolosa  ignoranza.

L’aggettivo “etnico” viene dal greco ἐϑνικός (ethnicòs), a sua volta derivante da  ἔϑνος (éthnos), che significa  “razza”, “popolo”, ossia “che è proprio di un popolo” e, quindi, “che si contrappone ad altri popoli.”

L’espressione “gruppo etnico” viene, talvolta, impropriamente usata come sinonimo di gruppo razziale. In realtà esso serve per indicare un aggregato sociale, contraddistinto da una determinata lingua (o dialetto) e da una precisa cultura, anche se questa è il prodotto della fusione di elementi diversificati.

Ho ricercato, con mio fratello, per parecchi decenni musica “etnica” e mi è capitato di suonarla, per una quarantina d’anni, in molte zone del mondo, e ogni tanto ci capita di farlo ancora, come, un paio di settimane fa, nella grotta di san Simeone sul Taburno.

Che facciamo, ministro Salvini? Chi suona musica etnica dovrà chiudere baracca e burattini alle 21? E le statuine che si ritrovano sulle bancarelle o nei negozietti di san Gregorio Armeno, a Napoli, non sono anch’esse, a rigor di logica, “prodotti etnici”?

Al mio paese, negli anni Cinquanta e Sessanta, in via Commercio, c’era la cantina di zia Lucia, dove si vendeva e, beatamente, da molti avventori, veniva consumato, il prodotto più etnico di tutti, il vino. Che facciamo? Chiudiamo le enoteche, le vinerie e tutti i negozi affini?

Invero, “barbaro è chi crede nella barbarie”, sostiene Lévi-Strauss e potremmo chiuderla lì.

Magari aggiungendo che una terra che avendo visto, oltre alla presenza delle popolazioni italiche, il passaggio e l’insediamento di greci, ebrei, longobardi, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi e altri ancora; ed essendo stata uno dei luoghi dove s’è sviluppata, in un paio di millenni, una delle culture più raffinate e importanti dell’universo, l’identità se l’è saputa costruire proprio bene.

La lingua napoletana, per esempio, conserva contributi preziosi offerti da greci, latini, longobardi, arabi, francesi, spagnoli.

E la lingua è la carta d’identità culturale di un popolo.

Il nostro éthnos è, dunque, straordinariamente ricco e plurale. Non sarà necessario laurearsi in antropologia culturale per comprenderlo. E’ sufficiente leggersi qualche bignamino di storia. Fino a quando, ovviamente, tale disciplina rientrerà nella visione educativa che ci stiamo dando.

Il problema è, dunque, proprio serio. Ma serio assai.

Peraltro è diventato complicato anche tenergli dietro, al ministro dell’Inferno: non passa giorno che il nostro non condivida, a pieni social, qualche “perla” del suo vastissimo e un po’ ributtante repertorio fascio-leghista.

In realtà, si respira una brutta aria. E la crisi non c’entra più di tanto.

Naturalmente restano sul tavolo i frutti avariati di un profondo cambiamento di prospettive. La questione del lavoro, innanzitutto. E poi la questione giovanile. E, ancora, la questione di cui nessuno parla più, quella che, da circa centocinquanta anni si chiama “questione meridionale”.

Ma altro che immigrazione e negozietti etnici. Qui siamo di fronte a un capovolgimento culturale con cui bisognerà fare i conti, e contro la quale giungerà sempre tardi la decisione di organizzare una seria risposta culturale, prima ancora che politica.

Siamo muti testimoni di parole e di azioni che sono riconducibili a pulsioni che, fino a quando partiti e associazioni occupavano uno spazio significativo nella società civile, venivano governate e tenute a freno dal grande “Super-Io” delle norme e delle regole civili e politiche.

Attenzione: che un cittadino italiano – presumibilmente un buon cittadino italiano: ma sarà lecito nutrire qualche legittimo dubbio  –  possa affermare senza vergogna, davanti alle telecamere,  che “i bambini dei migranti sono come le zecche per i cani” o che  il ministro degli Interni – dico: il titolare  di uno dei ministeri-chiave dell’impalcatura istituzionale di uno stato moderno – per sostenere le propri tesi contro la politica bella e visionaria di Mimmo Lucano, posti a mo’ di documento, la testimonianza di un tale che, nel 2011, è stato arrestato per contiguità con un clan calabrese, non è solo il frutto di una trasformazione della politica.

Nei dettagli s’annida la verità, si dice.

Questi fenomeni ci raccontano che siamo in presenza di qualcosa di molto più radicalmente grave, di una trasformazione profonda dell’ethos stesso della nostra comunità.

Le esperienze della vita ci stanno rendendo sempre più diffidenti e indifferenti.

Sovente sentiamo di essere in debito, rispetto a noi stessi e agli altri, di verità e di libertà.

Conflitti complicati ci hanno fatto diventare cedevoli e, addirittura, cinici.

Nel frattempo dobbiamo fare quotidianamente i conti con l’incultura di chi esprime le sue idee con frasi fatte. E’ sempre più difficile trovare chi tenga fede alla parola data. Si cambia velocemente idea senza neppure avvertire la necessità o il bisogno di giustificarsi. Si preferiscono la violenza verbale, l’insulto, la derisione all’argomentazione e al confronto e si ricorre alle piazze per ricattare le istituzioni.

Si continua – nelle scelte e nei simboli – a fare strame dello Stato di diritto, trattando, per esempio,  il palazzo del potere esecutivo del paese, di tutto il paese, non solo di una parte politica,  come un palco per  una manifestazione di partito o di movimento. E si confondono le istituzioni terze, quelle istituzioni che la Costituzione prevede perché il potere, sebbene democratico –  anzi proprio perché democratico –   venga temperato, non si trasformi in qualcos’altro e non si concretizzi la tentazione del potere assoluto, la più grave, la più pericolosa, quella che già Satana, con la terza tentazione,  sottopone al Cristo che sta per intraprendere la sua vita pubblica.

Non parlo dello spread che sale, della “manina” della famiglia Addams che, nottetempo, stravolge documenti ufficiali, dell’isolamento italiano in Europa, del ridicolo gioco di parole tra “pace fiscale” e “condono”, dell’impreparazione politica di giovani catapultati in funzioni importanti senza uno straccio di preparazione politico-amministrativa: dall’obbligo flessibile al tunnel del Brennero.

Sono, questi, tutti fenomeni economicamente e politicamente gravi di cui, presto o tardi ci sarà presentato il conto. Parlo, invece, dell’incapacità, culturale prima ancora che politica, di progettare una rivoluzione nella necessità di rappresentare chi pensa – e non siamo in pochi – di dover opporre un freno a tale, impressionante deriva.  Che, si dovesse trasformare in qualcosa di diverso – lo ricordava Massimo Cacciari, qualche sera fa, in un’intervista televisiva –  diventerebbe un pericolo grave per la nostra democrazia. Le miserrime vicende di Lodi, centro del Nord ricco e sviluppato, alle porte di Milano, della città dell’illuminismo di Beccaria e del cattolicesimo liberale di Manzoni, del socialismo di Turati e di Treves e dell’insurrezione del 25 aprile ‘45, dove dei bambini sono stati costretti, in una scuola pubblica, a mangiare in sale diverse, formalmente per “rispetto delle regole”, in realtà per dispregio identitario, sono già il fascismo del terzo millennio. Ma, sempre a Lodi,  il comitato che ha avviato una raccolta fondi per sostenere i bambini stranieri e per porre fine allo sconcio leghista, ha dovuto comunicare di non  mandare più soldi, avendo raggiunto l’obiettivo che si era posto.

La questione allora sembrerebbe questa.  Il “buon cittadino delle zecche”, la sua rappresentanza politica ce l’ha, e come se ce l’ha: forte, chiassosa, arrogante e onnipresente.

Ma quelli delle donazioni? Chi li rappresenterà?