Il Natale dei balocchi

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Anche quest’anno abbiamo dovuto assistere alla consueta e strampalata iniziativa di qualche dirigente scolastico che, per manifesta ed indomita imbecillità o per patetico e frustrato desiderio di visibilità mediatica, ha deciso di “vietare la recita natalizia” nella scuola che indegnamente dirige, “per non turbare i bimbi delle altre religioni”.

Evidentemente, la questione non è quella di vietare recite, quanto piuttosto di consentire a tutti di poter esprimere liberamente il proprio credo.

E, così, se anche i bambini musulmani, induisti, ebrei, animisti…volessero organizzare una propria recita, che lo facessero.

Ne saremmo felici, perché non è questo il punto.

Quello che più rileva, infatti, è l’indignazione di chi (molti) ha letto tali tristi e miserabili episodi di cronaca, come riprova dell’attacco cui sarebbero esposte le nostre “tradizioni religiose”, per la sempre più massiccia e ingombrante presenza di bambini con culture e tradizioni religiose differenti.

Insomma, il nostro Natale e la nostra religione sarebbero minacciati e messi in pericolo dai bambini “infedeli” che finiranno, di questo passo, per islamizzare l’intero (nostro) Paese, riportandoci nell’oscurità e nelle tenebre della barbarie.

E poco conta, se proprio la Chiesa cattolica, che dovrebbe essere la più preoccupata di questo inquietante fenomeno, sia invece in prima linea nell’accoglienza e l’integrazione degli “infedeli” e non appaia per nulla preoccupata di questa (presunta) invasione, né dei rischi di “islamizzazione”.

Dovremmo chiederci allora come mai ciò accada?

No, non è necessario.

Basta, infatti, incrociare, anche in lontananza, qualche cristiano o cattolico autentico, il quale ci fornirà la risposta, che è di una semplicità disarmante: se accolgo l’altro che è in pericolo, in difficoltà, che ha bisogno di me, chiunque esso sia, quale che sia la sua cultura ed il colore della pelle e quale la religione, in quel preciso momento, starò rafforzando la Chiesa cattolica e il Cristianesimo.

Starò riaffermando solennemente il messaggio di Gesù Cristo e la Chiesa stessa come istituzione.

E, allora, qual è il problema?

La sensazione, come al solito, è che in questo caso (come in molti altri) preferiamo proiettare i nostri problemi, le nostre difficoltà ed i nostri disagi all’esterno, sugli altri, sul vicino di casa, sul prossimo, sullo straniero.

Se, poi, questo prossimo è “sporco, brutto e cattivo” e soprattutto povero, tanto meglio.

E se, invece, per una volta, cercassimo dentro casa nostra, nei nostri cassetti cigolanti, logori e appiccicosi, nei nostri armadi stantii e maleodoranti? Nelle nostre miserie, nella nostra debolezza, nella nostra ipocrisia, nel nostro egoismo, nel nostro decadimento morale, culturale, sociale e politico, senza dare la colpa a qualcun altro?

L’analisi si rivelerebbe addirittura imbarazzante, per quanto scontata e banale: dovremmo prendere atto di quello che è già sotto i nostri occhi e sappiamo da tempo: il Natale è diventato nient’altro che una furibonda orgia consumistica, fatta di un bulimico e compulsivo bisogno estremo e disperato di fagocitare cibo, oggetti ed improbabile “piacere”.

Dovremmo prendere atto del fatto che, a differenza degli islamici, degli “infedeli”, che per loro fortuna hanno ancora un dio, il nostro, quello dell’Occidente, almeno nella sua dimensione sociale, è morto e sepolto da un pezzo.

Dovremmo prendere atto del fatto che se Cristo (per chi ci crede) dovesse decidere di scendere di nuovo sulla terra, del nostro Natale, di quello che è diventato, farebbe fuoco e fiamme.

Ma questo esercizio autocritico risulterebbe troppo impegnativo, troppo faticoso, troppo oneroso, troppo doloroso: dovremmo confrontarci col vuoto di una civiltà oramai in declino e non certo per colpa degli “altri”.

Dovremmo avere il coraggio e la forza di cambiare l’oggetto dei nostri desideri, se vogliamo recuperare il senso profondo del Cristianesimo.

Ma questo non abbiamo nessuna intenzione di farlo: perché pensiamo che, tutto sommato, non ci convenga.

E, così, preferiamo plaudire ad una macchietta di ministro degli interni che, vestito da poliziotto, manco fosse carnevale, fa comizi col rosario in mano e chiude i porti a Natale, impedendo a trecento disperati, uomini, donne e bambini, di trovare un po’di sollievo e di calore umano.

E’ a Lui che abbiamo demandato il compito di fornirci un alibi, di proteggere le nostre coscienze dolenti, di difendere e tutelare le nostre tradizioni cristiane.

Buon Natale a tutti e buon appetito.

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Sono nato nel 1970 in un paesone della Provincia di Napoli della Terra dei Fuochi e per 10 anni ho fatto l’avvocato penalista prima ed il giudice onorario poi. Dal 2008 sono ricercatore di sociologia del diritto, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove insegno “Comunicazione interculturale”. Il mio ambito di ricerca riguarda la dimensione del conflitto, soprattutto in una prospettiva culturale e l’analisi dei processi migratori e d’integrazione. Sono giornalista pubblicista e nel 2007 ho fondato la Rivista Italiana di Conflittologia (www.conflittologia.it), mentre nel 2011 ho costituito il Consorzio Universitario per l’Africa ed il Mediterraneo (www.cuam.eu) con l’intento di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata nell’area afro-mediterranea. Sono sempre compulsivamente portato a dire quello che penso, anche se mi sforzo strenuamente per cercare di contenermi. Questo aspetto del mio carattere non credo abbia giovato alla mia vita; ma sono sicuro ne abbia beneficiato il mio fegato. E va bene così. Mi piace il jogging, il krav maga, il vino e il mare del Salento dove mi rifugio, appena possibile, nella mia casa di San Foca. Vivo nel Sannio con Giovanna, Annachiara, Alfonso e Chaplin, il nostro Golden Retriver, che adoro come tutti gli altri animali che evito di mangiare.