Il nuovo mantra dei “costi-benefici” e la ricerca… a 370 gradi

0
116

Ascolto, praticamente ogni giorno, ad ogni domanda sulle grandi opere sospese sul precipizio della decrescita felice, una risposta che contiene almeno una volta l’analisi “costi-benefici”.

E sorrido di gusto mentre registro quanto si sia propagata nella nuova classe dirigente del Paese la parola magica: “costi-benefici”. Da ripetere continuamente, come un nuovo Mantra del progresso che non c’è.

In fondo c’è qualcosa di buono in questo.

La diffusione di un criterio tecnico-economico tra i tanti protagonisti della Politica di prima fila sarebbe anche segno dell’evoluzione culturale verso la giusta competenza che ci si aspetta quando sono così importanti le scelte Nazionali e locali.

Purtroppo, il condizionale non è un vezzo stilistico, ma è l’unica coniugazione possibile.

Perché la parola magica “costi-benefici” è usata come la panacea di ogni male progressista, perché è agitata davanti agli occhi dell’intervistatore come la grande novità che finalmente sbarca nell’iter decisionale delle opere del Paese, perché c’è un guizzo negli occhi di chi la pronuncia che ultimamente non tradisce.

Dice di più della stessa parola “magica”. Dice di quanto sia solo un Mantra, una formula da ripetere molte volte come una pratica meditativa da usare come pratica convincitiva. E’ un fumo negli occhi usato da chi non sa nemmeno cosa sia il fumo né tantomeno cosa sia la combustione che lo ha generato.

Ma allora cosa è una analisi di costi-benefici? Ma è davvero così nuova, strategica e dirimente per decidere su un grande progetto?

Semplificando molto, un’analisi costi-benefici di cui si parla tanto è un tipo di studio da fare all’inizio del processo decisionale su un qualsiasi investimento pubblico per decidere se costruire un’opera. Non è un’analisi finanziaria, perché il fine non è conoscere la redditività di un investimento di un privato, ma piuttosto sapere se un progetto specifico crea valore per la collettività.

Si devono stimare i costi dell’opera, si devono stimare i benefici che apporterà e, poi, confrontarli. Un’opera caratterizzata da un prevalere dei benefici sui costi merita l’investimento pubblico.

Rispondiamo al primo quesito: ma è una tecnica davvero nuova? Senza indugi, diciamolo subito: non è una novità, non è nemmeno la tecnica più innovativa del decision making. Erano gli anni ’30 quando provvedimenti statali negli USA promovevano l’applicazione delle teorie neo classiche di qualche decennio prima.

Da allora in tutto il mondo cosiddetto sviluppato, la tecnica è stata sempre applicata e, ad oggi, è anche superata da tecniche più evolute. Insomma, niente di nuovo come tecnica, ma soprattutto come applicazione della tecnica in Italia e in Europa. Non esiste opera che non sia stata sottoposta almeno ad una analisi costi-benefici.

Dico “almeno” perché alcune opere sono state sottoposte a più analisi di costi-benefici e, soprattutto, perché in Europa dal 1985 ed in Italia dal 1988 esiste obbligatoriamente una procedura più articolata di una “semplice” analisi di costi-benefici: la procedura di valutazione dell’impatto ambientale, la ben nota procedura VIA. Tralasciamo i dettagli e torniamo alle domande sul Mantra costi-benefici.

Ci chiedevamo se fosse davvero strategica e dirimente.

Anche qui la risposta più onesta è no. Questo no dipende da molteplici fattori.

Innanzitutto, dipende da cosa si includa nei costi e cosa nei benefici. E, inoltre, il risultato è fortemente influenzato dal valore economico che si attribuisce a ciascuna componente. Sono tutte scelte politicamente orientabili e realisticamente condizionate dal momento storico, certo non meramente tecniche ed obiettive.

Basti pensare che nei benefici debbano essere considerate componenti come il benessere dei cittadini o il vantaggio socio-economico di una parte più o meno vasta del territorio di riferimento dell’opera.

Si deve dare un valore economico ad aspetti sociali che sono chiaramente esposti ad un giudizio che può essere di parte. Per fare un esempio nella nostra vita di comuni cittadini, è come decidere se acquistare un’auto elettrica. Immaginiamo di dover dare un valore in euro a tutte le componenti di beneficio.

E’ chiaro che potremmo considerare l’impatto ambientale della nostra (costosa) vettura. Siamo disponibili ad alzare il valore dei benefici dell’acquisto includendo anche il nostro contributo alla riduzione delle emissioni? Inoltre, fino a che punto ci spingiamo per valutare questo beneficio? La nostra città? Perché, ad essere ecologicamente corretti, dovremmo spingerci fino alla produzione di quella energia elettrica che ricaricherà, poi, la nostra fantastica auto elettrica.

Se tutto il combustibile elettrico sarà prodotto da centrali tradizionali, i conti risulteranno diversi. E, infine, pure a voler includere questi benefici, che valore gli diamo? Quanto valgono in euro? 100, 1000 o 5000?

Una coperta che si deforma per come si tira.

Non sono solo le componenti che si includono nei conti, non è solo il valore economico che diamo a ciascuna componente a rendere opinabile il risultato di un’analisi costi-benefici. C’è almeno un ulteriore aspetto: l’orizzonte temporale di previsione degli effetti di un progetto.

Tipicamente, il decision maker, ossia l’ente o l’istituzione che dovrà decidere, deve prendere in considerazione un orizzonte temporale molto ampio, almeno pari alla vita utile dell’opera. Parliamo di 20 o di 30 anni. E’ una previsione sul lungo periodo e, quindi, una stima sul futuro che, inevitabilmente, ha dentro una incertezza ineludibile. Una incertezza che può essere usata per plasmarne il risultato finale.

Ragionando semplicemente sulle basi elementari di un’analisi costi-benefici, si capisce perché altre tecniche siano entrate nella disponibilità dei decisori.

Decisori aggiornati che possano avere sotto mano i risultati di diverse tecniche di analisi, capaci di pesare responsabilmente le diverse componenti, sensibili allo spirito dei tempi, ma fedeli al diritto alla verità dei cittadini.

Ed invece, assistiamo alla recita del Mantra con quel guizzo negli occhi dell’attore. Quel guizzo inevitabile quando si recita a soggetto senza studiare. Si sono memorizzate le parole in fila, precisamente una dietro l’altra, ma non c’è coscienza del significato.

Si spera che, negli studi a 370 gradi ed oltre, qualcuno dimenticherà l’assenza di possesso del senso delle loro parole.

P.S.: Di analisi costi-benefici sulla TAV Torino-Lione ne sono già state fatte, finora, sette.

Articolo precedenteNel nome del popolo. Nel nome di nessuno
Articolo successivoUn Raggi di sole
Insegno Sistemi elettrici per l’energia da decenni all’Università di Cassino, dal 2001 come prof ordinario, prima in altri ruoli, ma sempre con lavagna e gesso, anche colorato. Sono orgogliosamente Beneventana e adottata, appunto da decenni, dalla Città di Cassino. A Cassino ho avuto l’onore di fare l’esperienza di Assessore per 13 mesi, in quell’occasione ho coniato un mio motto: “amministrare non è come pensare di amministrare”. Sono da sempre curiosa degli scenari della politica, locale e nazionale, che cerco di guardare con attenzione. Qualche volta mi distraggo, attratta dalla bellezza del mondo e delle persone che vorrei fotografare. Perché la fotografia è la mia passione, ereditata da papà mio, che mi accompagna da sempre. Lotto ogni giorno fedelmente con la palestra, senza risultati obiettivi, ma non me ne dispiaccio più di tanto.