Il tranquillo oblio del potere

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Un giorno Hitler fece una carezza ai propri bambini. Non era quella del Papa, né quella del papà; si trattava piuttosto del compiaciuto e sadico rituale di morte con cui il sadico dittatore mandava a morire gli ultimi sopravvissuti attorno al suo impero, ridotto ormai a un cumulo di macerie.

Anche Bruto è un uomo d’onore, diciamo sempre, ed anche Mussolini era un uomo buono, che uccise tante zanzare, per il benessere degli italiani.

Qualche centinaio di migliaia di suoi concittadini fu ucciso dalla guerra da lui voluta, ma non crediamo sia giusto sminuire la carezza del duce italico agli orfani di guerra, solo perché una spiacevole carneficina si era messa di mezzo tra figli e padri.

La distanza dagli eventi genera una sorta di realtà romanzata, in cui si perde il senso della verità.

E’ così che si fa fatica, specie quando si ignora la storia, a conoscere, a vivere, a sentire e percepire fino in fondo il peso delle cose, tramutando gesti insignificanti in grandi eventi e sminuendo i fatti importanti, annebbiando il giudizio. In fondo anche la storia è racconto, mito, aneddoto e tradizione.

I libri, che diventano oggetti sempre più rarefatti, in un contesto in cui il presente fagocita ogni passato, non mostrano che una fiaba, mentre il resto lo fa l’immaginazione. Nei giorni scorsi ha destato un certo scalpore la frase, pronunciata da un europarlamentare italiano, secondo cui “anche Mussolini fece cose buone”. Ci abbiamo tutti ricamati un po’ sopra.

Si immagina che il male non possa mai agire bene, e viceversa. Nel barrio Escobar, a Medellin, migliaia di persone venerano i santini di uno dei più feroci narcotrafficanti della storia. Provate a dire a chi ebbe una casa, regalata da “Don Pablo”, che quello era un uomo cattivo: probabilmente nessuno vi crederebbe mai.

L’uomo è uno strano animale, che assume ciò che vive, nel proprio gretto egoismo, come una gigantesca messinscena, rappresentante l’intero, il tutto. Non è così che funziona e non possiamo abdicare al nostro senso critico, solo perché ragioniamo di quel che ci tocca più da vicino. “Per me ha fatto tanto bene”, non vuol dire che quello è bene.

Il potere, in particolare, è spesso capace di far obliare il male. I potenti non sono poi tanto dissimili tra loro: hanno una cerchia, un clan, una famiglia allargata, un gruppo sociale di riferimento, a cui devono fare del bene, perché diversamente non avrebbero il sostegno necessario a poter fare del male a tutti quanti gli altri.

Quando la polvere si stratifica sulla carne e sul sangue versato, non di rado emerge la parte di bene, evocata dai sodali, dai nostalgici, dai mistificatori, ed il gioco è fatto.

La memoria è viva, si contorce, viene essa stessa adulata, fuorviata e tradita.

Ricordare non è un fatto neutro, perché la volontà ci si mette sempre di mezzo. Riflettere, in fondo, è un tornare ad alcuni fondamentali.

Ci sarà stato un perché, se uno di quelli finiti sui libri, alla voce “pensiero”, raccontò che il mondo è “volontà e rappresentazione”, o no? Ecco, è proprio in questa narrazione della volontà, che si perde il valore della testimonianza, del documento, dello studio, consentendo di scivolare sulle sabbie mobili dell’arbitrio.

Il relativismo pornografico, il dubbio iperbolico, la palude in cui non esiste né bugia, né verità, diventano il regno di ciò che è. Solo l’esercizio di una costante azione di ricapitolazione, il compimento di un grande sforzo individuale, può impedire che manchi il terreno da sotto i piedi.

Certo, anche Mussolini fece cose buone, era un uomo, non era una forza maligna soprannaturale, ma questa frase, nella sua terribile e falsa banalità, non può cancellare il peso del giudizio complessivo sul suo operato: quello di un dittatore, vile e sanguinario, che non esitò a sacrificare il suo popolo, immolandolo ad una distorta volontà di potere.