Il valore dell’esposizione

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In ogni impresa umana ciò che la rende davvero speciale è il valore dell’esposizione.

Tutto ciò che facciamo, se viene realizzato in gruppo, è parte di qualcosa di spersonalizzato, dove il riparo all’errore individuale è dato dalla presenza dell’altro e degli altri.

Quando invece si è soli, in una scelta, in un percorso o in un progetto, ogni errore non trova rimedio, conforto, rettifica.

La solitudine massimizza così il dialogo interiore, rendendo più difficile qualsiasi cosa.

E’ dunque attraverso l’esposizione che si manifesta al massimo grado l’etica della responsabilità.

La dimensione morale dell’individuo viene spesso annientata dalla possibilità di confondersi in una collegialità indistinta, e ciò vale in molti aspetti della vita, dalla politica alla famiglia. L’irresponsabilità sociale è esaltata dalla negazione dell’esposizione.

I meccanismi tipici dell’alibi morale si nutrono di questo dramma.

Quando non si insegna, attraverso fatti concreti, a rifuggire la comoda scusa degli altri, i risultati possono essere davvero fallimentari, sia per il singolo, che per la comunità.

Le frasi che raccontano l’incapacità dell’esposizione sono tipiche.

Spesso, quando si chiama qualcuno al compimento di determinate azioni, ci si sente rispondere: “ma sarei stato il solo ad agire così”. Quasi come se la solitudine fosse una condizione di minorità, una vergogna da emendare, attraverso l’adesione ai voleri di una massa più giusta.

Eppure esporsi, essere uno, rivendicare il proprio ruolo personale, è spesso il solo modo di combattere battaglie che vanno al di là della persona.

Chi non è capace di esporsi non può essere mai una guida, un esempio, un faro. Esistono infatti vari tipi di personalità, se scegliamo questo elemento come discrimine per definire e incasellare il genere umano.

Ci sono gli opportunisti, che cercano di sfruttare il bisogno degli altri di sentirsi massa, e ci sono gli esempi, che sfidano qualsiasi collettività, senza mai rinunciare al valore esemplare della propria individualità.

“Ma se sono il solo a fare questo, non servirà a nulla…” è un altro dei concetti tipici di chi non conosce il valore dell’esempio.

La negazione del principio di induzione è una criticità logica, che si ripercuote spessissimo anche sulla sfera morale.

Da cosa è composto infatti, il numero di un milione, se non da molte, singole unità?

Quando il soggetto che ha paura di esporsi vuole trovare una scusa di comodo per la sua scelta, non ha che da invocare la distanza, mostrata come incolmabile, tra la sua singolarità e la maggioranza. L’invocazione della irrilevanza, l’esaltazione dell’insignificanza della minorità, diventa così il luogo perfetto in cui negare ogni responsabilità.

Per la sua impopolarità, l’esposizione è un concetto che viene spesso trattato come un vezzo radical chic.

E’ una reazione tipica di chi si copre, quella di reagire al mettersi allo scoperto di chi si espone, utilizzando lo scherno.

Il coraggio, l’esempio, non possono essere riconosciuti come la sola via che porta all’affermazione della persona valida.

Gli opportunisti, sia attivi che passivi, preferiscono così declassare questa caratteristica, trattarla alla stregua di una bizzarria, facendosi forza l’un l’altro, nello specchiarsi nell’altrui viltà.

“Tutte arance”, recitava una storiella sporca, che raccontava il bisogno dell’omologazione.

Era la favola di un carico di arance, disperso in mare a causa di un naufragio. Nella stiva della nave naufragata si narra che vi fosse anche un escremento, anche se le sue generalità e discendenze nessuno avrebbe saputo indicare. Ebbene, nel notare questo sterminato numero di arance che galleggiavano nel mare, si racconta che l’escremento ad un certo punto abbia esclamato: “però, vedo che siamo davvero tutte arance qui…”.