Le ragioni del disagio

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Lo so, lo so, è un titolo pretenzioso, altisonante, presuntuoso…direi radical-chic ma basterà leggere qualche riga per capire che è solo apparenza. Un moderato tentativo di proporre una riflessione.

Era il 16 marzo 1978 ero a scuola al liceo classico Pansini di Napoli e da poco era cominciata la seconda ora, bussarono alla porta e un bidello chiese alla professoressa di recarsi in sala professori urgentemente.

La prof. uscì, in classe solita baldoria per l’imprevista pausa, poco dopo la prof. ritornò dicendoci che piano piano e ordinatamente dovevamo prendere le nostre cose e tornare a casa poiché era accaduto un fatto gravissimo che esponeva tutti a rischi imprevedibili: avevano rapito Aldo Moro!

Ciò che accadde nei mesi successivi è ormai storia scritta sui libri di scuola per le nuove generazioni ma il “vantaggio” di aver vissuto quei momenti permette a chi, come me, non più giovanissimo, di avere una lettura della storia e delle ragioni del disagio, che comincia proprio da lì.

Cosa sarebbe accaduto se Moro avesse potuto continuare nella sua proficua e paziente opera di mediazione e di incontro con Berlinguer e il suo progetto politico di compromesso storico? Avremmo avuto un’altra Italia, un’altra politica, un’altra economia…ecc…ecc…parlare di questo ahimè è abbastanza inutile, il punto è che è stato quel che è stato ed oggi più che mai ne vediamo le conseguenze.

Le ragioni del disagio nascono lì, in quella frattura mai più sanata tra capitalismo e proletariato. All’epoca i borghesi erano davvero agiati e spesso la classe media riusciva a diventare alta.

Il proletariato, la classe operaia, non solo faticava a vivere lavorando esageratamente, ma non aveva speranze di riscatto sociale. Difficilmente gli operai riuscivano a portare i figli alla laurea, che all’epoca era realmente la patente per accedere ad altra vita.

Difficilmente uscivano dal ghetto di periferia dove erano nati ed era praticamente impossibile se non scandaloso vedere un matrimonio tra figli di differenti classi sociali. Si restava proletari tutta la vita.

Giunsero i giorni della ribellione, popolare con gli scioperi ed anche elitaria, intellettuale, violenta, delle Brigate Rosse con atti di terrorismo.

Strategia del terrore, strategia purtroppo violenta, ma come fare a farsi ascoltare da un padrone puntualmente sordo e cieco ai bisogni del popolo se non scuotendolo violentemente? Le rivoluzioni senza sangue non sono mai esistite.

L’atto supremo fu il sequestro Moro che innescò un rimescolamento di situazioni e di interessi contrastanti di cui ancora oggi non si conosce o si finge di non conoscere la reale portata.

Questa terribile ed intricata questione non poteva altro che giustificarsi con la ragion di stato e fu così che per legittimarsi l’incapacità e per alcuni la non volontà di salvare Moro da parte di chi avrebbe dovuto e potuto, si cominciò pacatamente e un pò per volta  a concedere ai sindacati di vincere alcune battaglie che andassero a tutelare i lavoratori e parallelamente si indirizzò l’economia alla logica del profitto proveniente  dall’apertura al credito e non più soltanto dalla forza dell’industria.

Sarebbe titanico lo sforzo di ripercorrere da allora ad oggi le conseguenze della deviazione presa in quel momento storico ma con ragionevole certezza possiamo dire che le ragioni del disagio nascono lì. Un disagio che oggi è anche debito pubblico.

La classe operaia dopo “essere andata in paradiso” con Gian Maria Volontè ed aver preso coscienza della propria miseria e dopo un periodo “di piombo” con le BR, conquista la possibilità di acquistare la macchina, l’utilitaria FIAT 126 a rate e i figli buttano via le maglie dai cassetti anche se ancora buone ma soltanto non più di moda. Cose mai viste prima!

Nel tempo si affermò che le ragioni del proletariato erano puramente materiali e inutili le ideologie delle Brigate Rosse che inneggiavano al suo riscatto e non ad un compromesso, Brigate che non furono sconfitte sul campo magari salvando Moro bensì indebolite da un nuovo paradigma economico-finanziario.

In questo modo si otteneva una prodigiosa quadratura di un cerchio.

Altro che compromesso storico! Le ragioni di Berlinguer che Moro andava progressivamente adeguando alle rigidità del sistema democratico-cristiano, nascevano da una forma di idealismo che era innanzitutto la ricerca di una giustizia sociale che contenesse un valore etico sebbene non condiviso dagli estremisti di sinistra e dalla corrente di destra della DC e che si potesse raggiungere l’equità sociale per scelta politica, per principio e indirizzo ideologico e non solo economico-finanziario!

Iniziò così la fine delle ideologie e successivamente la fine di ogni auspicabile razionale fondamento di una società costruita sull’etica, che contenesse anche un pò di ipocrisia a garanzia di una pace sociale ma che questa non diventasse una forma di potere.

Non sono un giornalista ma un canta storie, ed io questa storia la racconterei così.

Il populismo di oggi che fa diventare facilmente radical chic chi lo contesta è una resa dei conti di un problema aperto e non risolto.  Capitalismo e proletariato esistono ancora ma non sono più facilmente distinguibili.

La cultura dell’avere, il denaro ottenuto facilmente perché prestato, si è sostituito al pensiero, ha modificato e rafforzato l’apparenza. Tutto è per tutti e il low cost è diventato il cavallo di troia della società dell’immagine (altra grande invenzione). Ma il razzismo resta.

Le caste, da noi così ipocritamente criticate quando si parla dell’India, esistono e come, solo che, a differenza dell’India dove sono strutturate e dichiarate, da noi sono tacite, ovvie, scontate, ma all’apparenza negate.

Il populismo è l’effetto e non la causa di tutto ciò e di tanti appuntamenti mancati.

Non abbiamo ascoltato la rabbia delle Brigate Rosse, non abbiamo ascoltato i no-global sui rischi della globalizzazione, non abbiamo costruito un capitalismo dal volto umano dimenticandoci dell’etica e preferendo il privilegio alla giustizia, la raccomandazione alla meritocrazia che Pomicino definì “una vera disgrazia per l’equilibrio di qualsiasi democrazia”, abbiamo preferito la via più facile (per alcuni) della corruzione all’onestà. Il vantaggio personale è stato l’unico Dio in cui credere al punto che è diventato sistema.

Ed ora? Ora che il denaro finto o vero che sia, ha reso tutto uguale e liquido assistiamo increduli ad una miscela incomprensibile di scelte disperate: una grossa parte di popolo sta tentando una strada improbabile: abbagliato dalla speranza sta tirando la giacchetta al poliziotto barbaro del nord perfettamente in sintonia con la pochezza e la mediocrità che i tempi richiedono e acclamano. Nessuna bellezza è concessa o legittimata, se non quella esteriore, vera o falsa che sia. Non si guarda più in alto, si preferisce tenere la testa bassa ed odiare chi riesce ancora ad averla almeno dritta!

Il radical chic a questo punto si scandalizza della mancanza di cultura diffusissima tra i nuovi eletti e un pò ha ragione nel vedere ancora una volta il suo sapere mortificato dall’ignoranza e fa un pò fatica a tenere a bada la frustrazione dunque talvolta, specialmente sui social, diventa rabbioso, ma forse dimentica che quando i suoi amici governavano nessun valore è stato riconosciuto a chi “semplicemente” valeva e solo se il suo valore era merce di scambio diventava valore vero.

Ognuno nel suo piccolo ne è un pò responsabile.

Non stiamo passando dalla giustizia all’ingiustizia. Il delitto Moro è stato un pò come la mela del peccato, da allora la giustizia la stiamo ancora cercando perché in cuor nostro sappiamo che se non c’è giustizia non ci sarà pace.

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Da sempre affamato di musica, teatro, cinema, letteratura ho iniziato a frequentare intensamente gli ambienti teatrali napoletani negli anni d'oro (anni 80) di Martone, Moscato, Ruccello, Teatri Uniti ecc... Dopo un seminario di teatro con Renato Carpentieri ho praticato in lungo e largo come aiuto regista, attore in piccole parti e sostituzioni e finalmente regista. Ma da allora il teatro cominciò ad avere seri problemi di sopravvivenza e dunque mi rivolsi alla prosa radiofonica con apparente iniziale fortuna: regista di sceneggiati radiofonici, prosa e programmi culturali anche come autore per 8 anni e poi la radio cominciò ad avere seri problemi di sopravvivenza e dunque mi rimase la televisione...da 20 anni ce la sto mettendo tutta a farla crollare o almeno a metterla in crisi ma è più difficile di quanto pensassi! Mi occupo di divulgazione culturale sui canali Rai (pochi) che si dedicano alla cultura: dopo una lunga militanza nei canali culturali della beata RaiSat Cinema/Arte/Show attualmente sono impegnato su Rai Cultura che è la divisione che contiene Rai5 Rai Storia Rai Scuola e il portale Web Cultura con tutte le sue declinazioni (letteratura, arte, economia ecc...) . Non ho disdegnato in questi anni collaborazioni con programmi di approfondimento come "Petrolio" su Rai1 o di cultura del territorio come "Paesi che Vai" sempre su Rai1. Il regista filmaker è un professionista che realizza da solo l'intero prodotto audiovisivo: ripresa e montaggio. Spesso ne è anche l'autore...non sempre riconosciuto!