Massacrati da un disumano destino nel torbido mare d’Italia. Serena e Stefano

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Pietre miliari dell’informazione che non sono solo notizie, ma si affrancano subito nella Storia della miseria di un Paese.

Pietre che gravano nell’animo di ciascuno perché ognuno è maledettamente disposto a portarne il peso.

Non avrebbe voluto farlo, ma lo fa. Maledettamente.

Basta dire i nomi, Serena Mollicone e Stefano Cucchi.

Solo i loro nomi sono sufficienti per buttarci nel torbido della morte violenta e inaccettabile.

Certo, tutte le morti violente sono inaccettabili, ma se si potesse stabilire una graduazione, l’inaccettabilità della morte di due ragazzi come Stefano e Serena guadagnerebbe il fondo scala.

E non è solo l’eternità dell’attesa di indagini a singhiozzo, fermate poi ripartite, poi rallentate.

No, non è solo il tempo infinito di 17 anni dall’omicidio di Serena e di 9 anni dall’omicidio di Stefano ad aggravare la tossicità della notizia.

Non basta che siano stati due ragazzi a morire violentemente, uccisi.

Non basta che non ci sia un perché, ammesso che un perché si possa cercare difronte all’omicidio di due ragazzi colpevoli di…nulla.

Tutti questi fattori si mischiano drammaticamente con un ulteriore ingrediente venefico che li accomuna.

Il dove.

Un massacro, ancora tutto da capire, ancora tragicamente opaco, in un luogo simbolo per la Comunità: una stazione dei Carabinieri.

Poco conta se Serena, carina e piena di sorriso, abbia incontrato l’insulso carnefice nell’alloggio della stazione e non precisamente nella stazione, come Stefano.

Anzi, a pensarci bene, è un dettaglio del “dove” ancora più raccapricciante.

Tocca una parte più intima del luogo simbolo, tocca le famiglie degli uomini che sarebbero impegnati a servire l’Italia.

Se pensi proprio a questi uomini, che in quel luogo sono stati capaci di tanta ferocia, subisci un cortocircuito morale, come se uno schema saldo si demolisse in un attimo.

E’ l’effetto del colpo su un vetro spesso e solido.

Si disintegra in mille pezzi, se il colpo è inferto nel suo punto debole.

Si dice l’Arma, la Benemerita, senza aggiungere altro, ed è chiaro che ci si riferisca a quegli uomini vestiti di nero con le mostrine giallo lucente che sfidano le più sarcastiche barzellette.

Perché, ammettiamolo, anche le barzellette sono condite di un sottile sorriso di complicità benevola.

Sono ovunque: in ogni città, in ogni paese c’è la stazione dell’Arma.

Un posto dove entriamo composti, magari pronti a memorizzare domande che condiranno le scenette del racconto ironico della nostra visita alla Stazione.

Tutti ci ricordiamo quando siamo entrati in una Stazione dei Carabinieri. E non è un caso.

Perché entrare lì è entrare in un luogo che si è composto nel tempo nella nostra esperienza, ancora prima che l’esperienza ci abbia toccato direttamente.

E’ un’esperienza tradotta, tramandata, passata a noi dai i tanti testimoni affidabili del nostro crescere nel mondo.

Proprio lì, la ferocia si è scatenata su due ragazzi condannati alla morte solo per essere lì.

Ecco il cortocircuito. L’assurdo che li accumuna e ci sferza un colpo allo stomaco.

Una realtà, coperta di sabbia e di fumo, che emerge prepotente e ti lascia senza respiro come quando il pedale del freno va a vuoto, si allunga la gamba cercando la protezione della frenata ed invece non rallenti affatto.

E’ panico. E’ il contrario di quello che ti aspetti fiducioso.

E’ il salvagente che non ti salva, ti uccide.

Ti porta giù in un mare torbido.

Ci vorranno braccia tenaci, impegnate anni a rimuovere la melma, per far riapparire la forma circolare ed il colore arancione e riconoscere inconfondibilmente il salvagente assassino. Sporco di sangue.

La verità si difende da sola, amo dire. Ma questa verità da sola non ce l’avrebbe mai fatta.

Troppo torbido il mare di questa Italia a testa in giù.

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Insegno Sistemi elettrici per l’energia da decenni all’Università di Cassino, dal 2001 come prof ordinario, prima in altri ruoli, ma sempre con lavagna e gesso, anche colorato. Sono orgogliosamente Beneventana e adottata, appunto da decenni, dalla Città di Cassino. A Cassino ho avuto l’onore di fare l’esperienza di Assessore per 13 mesi, in quell’occasione ho coniato un mio motto: “amministrare non è come pensare di amministrare”. Sono da sempre curiosa degli scenari della politica, locale e nazionale, che cerco di guardare con attenzione. Qualche volta mi distraggo, attratta dalla bellezza del mondo e delle persone che vorrei fotografare. Perché la fotografia è la mia passione, ereditata da papà mio, che mi accompagna da sempre. Lotto ogni giorno fedelmente con la palestra, senza risultati obiettivi, ma non me ne dispiaccio più di tanto.