Stato di pericolo

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La vicenda della morte di Stefano Cucchi ha un punto fermo.

Stefano Cucchi è morto mentre si trovava sotto la custodia e la sorveglianza dello Stato italiano.

E, allora, un ministro degli interni di una repubblica democratica come la nostra, che sia degno di questo nome, dovrebbe dire senza tentennamenti, chiaramente e senza incertezze, che la morte di un cittadino in stato di detenzione, quale che sia il reato di cui è accusato, non può essere mai accettata.

Ma, veramente, mai!

E, invece, Matteo Salvini, che occupa il ministero che fu di Alcide De Gasperi, Antonio Segni e Carlo Azeglio Ciampi, non solo ha vergognosamente taciuto, ma è arrivato al punto di offendere Ilaria, la sorella di Stefano che da nove anni si batte per avere giustizia, affermando pubblicamente che gli faceva “schifo”.

Questo silenzio dello Stato, oltre che degradante per chi rappresenta le istituzioni democratiche di questo paese, è devastante sul piano istituzionale, perché accettare come fosse un fatto normale un omicidio di Stato significa mettere in pericolo la democrazia liberale e lo stesso “stato di diritto”.

Con questa locuzione intendiamo descrivere quella forma di stato capace di assicurare la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell’individuo che costituisce, a parere di chi scrive, la più importante conquista dell’umanità, dopo la scoperta del fuoco.

Storicamente l’affermarsi dello Stato di diritto coincide con la fine dello Stato assoluto, in cui il titolare del potere era “ab solutus”, cioè svincolato da qualsivoglia potere ad esso superiore, così come da norme e regole giuridiche.

Il “Rechtsstaat” presuppone, invece, che l’agire degli organi dello Stato, a qualsiasi livello essi appartengano, sia sempre vincolato e sottoposto alle leggi vigenti.

Uno stato, quindi, che sottomette sempre se stesso al rispetto delle norme e delle regole giuridiche.

I due grandi nemici dello stato di diritto sono il “Totalitarismo” ed il “Populismo”.

Il primo può essere considerato un idealtipo capace di mobilitare intere popolazioni nel nome di un’ideologia o di una nazione.

A tale sistema possono essere ricondotti il nazismo, il fascismo e il comunismo di matrice stalinista, caratterizzati dal tentativo di collocarsi al di sopra della società e del diritto.

Il populismo, invece, è per certi versi ancora più subdolo e pernicioso, in quanto rappresenta più un atteggiamento culturale che politico e si fonda sul sospetto e la sfiducia nei confronti della democrazia rappresentativa.

E, così, tale ideologia instaura sistemi in cui il popolo costituisce l’unica fonte di legittimazione del potere, superando i limiti di diritto posti dalla Costituzione e dalle leggi.

Da tutto ciò si evince che uno Stato di diritto non descrive un sistema in cui i suoi funzionari, a qualsiasi livello essi appartengano, non commettono violazioni di norme; ma al contrario un sistema in cui l’osservanza delle norme vale per tutti i funzionari dello stato, nessuno escluso… compresi quelli deputati a farle rispettare.

E, così, i cittadini, ma anche gli stessi appartenenti alle forze dell’ordine, dovrebbero capire che quando viene denunciato un abuso di potere, quando viene processato un poliziotto, un carabiniere, un prefetto, un questore, un magistrato, questo non rappresenta mai una sconfitta per lo stato, ma al contrario, il sintomo del suo stato di salute, una forte e vigorosa affermazione della democrazia, del diritto e, così, dello stato stesso.

E questo perché quando ciò si verifica, testimonia che nessuno, ma proprio nessuno, può essere considerato al di sopra delle leggi.

Per tale ragione, i primi che devono pretendere una condanna esemplare per i “servitori infedeli”, che hanno violato le leggi dello stato e, in tal modo, offeso ed attaccato lo stato stesso, dovrebbero essere proprio gli appartenenti alle forze dell’ordine che, con grande sacrificio, lavorano quotidianamente per difendere lo stato di diritto. Per non parlare, poi, del ministro degli interni.

Accettare il contrario, immaginare che quei carabinieri che hanno massacrato di botte lo spacciatore Stefano Cucchi, in qualche modo possano essere considerati al di sopra delle norme che essi stessi pretendono che gli altri cittadini osservino, significherebbe accettare di vivere in una democrazia illiberale, dimezzata, a bassa intensità, agonizzante, malata.

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Sono nato nel 1970 in un paesone della Provincia di Napoli della Terra dei Fuochi e per 10 anni ho fatto l’avvocato penalista prima ed il giudice onorario poi. Dal 2008 sono ricercatore di sociologia del diritto, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove insegno “Comunicazione interculturale”. Il mio ambito di ricerca riguarda la dimensione del conflitto, soprattutto in una prospettiva culturale e l’analisi dei processi migratori e d’integrazione. Sono giornalista pubblicista e nel 2007 ho fondato la Rivista Italiana di Conflittologia (www.conflittologia.it), mentre nel 2011 ho costituito il Consorzio Universitario per l’Africa ed il Mediterraneo (www.cuam.eu) con l’intento di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata nell’area afro-mediterranea. Sono sempre compulsivamente portato a dire quello che penso, anche se mi sforzo strenuamente per cercare di contenermi. Questo aspetto del mio carattere non credo abbia giovato alla mia vita; ma sono sicuro ne abbia beneficiato il mio fegato. E va bene così. Mi piace il jogging, il krav maga, il vino e il mare del Salento dove mi rifugio, appena possibile, nella mia casa di San Foca. Vivo nel Sannio con Giovanna, Annachiara, Alfonso e Chaplin, il nostro Golden Retriver, che adoro come tutti gli altri animali che evito di mangiare.