Il Governo delle dita giallo-verdi e la riforma della prescrizione

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Molti malati di cancro al polmone presentano le dita della mano ingiallite.

Solo chi non possiede alcuna competenza medica, però, potrebbe sostenere che le cause della grave neoplasia risiedano in un’alterazione dermatologica, in un ingiallimento dell’epidermide.

Ciò, evidentemente, perché il predetto “ingiallimento” non ha alcun legame eziologico diretto con tale grave malattia ed è, invece, legato al fatto che molti malati di cancro sono fumatori, che i fumatori hanno le dita gialle (e neanche tutti) e che il fumo provoca il cancro (e neanche a tutti i fumatori).

E, così, se la ricerca sul cancro al polmone negli anni ha fatto passi da gigante, facendo sì che oggi molti malati possano guarire o, comunque, convivere con tale grave malattia è perché la Scienza ha puntato l’attenzione sulla genetica e sul funzionamento del sistema immunitario e non sulle “dita gialle”.

Insomma, ancora una volta, ciò che ci consente di progredire è la cultura, lo studio e la competenza, si proprio la vituperata e bistrattata competenza, quella degli studiosi e dei professoroni saccenti e spocchiosi. Fuor di metafora, un procedimento penale nel nostro Paese ha una durata media di 10-11 anni che, oltre al disservizio per i cittadini, costa all’Italia risarcimenti e richiami da parte dell’Europa.

Al 30 Settembre di quest’anno, sono quasi un milione i processi che superano i limiti della cosiddetta “ragionevole durata” che è fissata in 6 anni: tre per il primo grado, due per l’appello ed uno per la Cassazione.

Pertanto, da quando è in vigore la cosiddetta “Legge Pinto”, che sanziona appunto la durata eccessiva dei processi, lo Stato ha riportato condanne per quasi un miliardo di euro.

Ma il sistema processuale contiene un meccanismo di salvaguardia endogeno: la prescrizione dei reati, che rappresenta una causa estintiva del “processo” (recte, del reato), determinata dal decorso del tempo, nel caso in cui alla commissione del reato non sia seguita una sentenza passata in giudicato, ossia una sentenza inderogabile, entro un determinato lasso di tempo.

La funzione di tale istituto è quella di tutelare il cittadino dalla sottoposizione ad un procedimento penale eterno, anche in considerazione del fatto che sarebbe inutile, oltre che inopportuno, esercitare la funzione repressiva dopo che sia decorso un certo arco temporale dalla commissione dell’illecito, in forza del venir meno delle esigenze di prevenzione generale.

Nel dettaglio, si osservi che a tenore dell’art. 157 del codice penale, il tempo necessario a prescrivere un reato varia in considerazione della pena massima stabilita dal reato stesso.

E, così, più alta è la pena stabilita per un reato, più lungo sarà il tempo di prescrizione.

La regola generale di computo della prescrizione, tuttavia, conosce delle specifiche eccezioni per i reati di particolare gravità, per i quali il tempo di prescrizione è, addirittura, raddoppiato rispetto alla pena. Insomma, i termini di prescrizione mediamente non sono mai inferiori a 5-8 anni, fino ad arrivare per i reati puniti con l’ergastolo, alla imprescrittibilità.

Ma, nonostante, i lunghissimi tempi di prescrizione stabiliti dalla normativa vigente, i processi durano troppo e, così, molti reati si “prescrivono” lo stesso.

E’ fin troppo evidente che le cause di ciò sono da ricercare in un funzionamento non corretto del “sistema giudiziario”, che rappresenta un “modello” straordinariamente complesso e articolato che ha la funzione di contemperare valori ed esigenze talvolta anche contrastanti, come l’esigenza di sicurezza e di protezione della collettività e i diritti fondamentali del cittadino costituzionalmente garantiti.

Come risolvere allora il problema dei tempi della Giustizia?

Facendo investimenti nel comparto giustizia, attraverso denaro, uomini e mezzi?

Assumendo magistrati, cancellieri, ufficiali giudiziari e stenotipisti?

Semplificando le procedure e cercando di ottimizzarne il funzionamento?

Migliorando il sistema delle notifiche?

Snellendo il talvolta eccessivo formalismo dell’istruttoria dibattimentale?

Utilizzando al meglio gli strumenti tecnologici ed informatici oggi straordinariamente potenti ed efficaci?

Insomma, analizzando il “sistema giustizia” e cercando di capire dov’è presente il “bug”, l’errore, l’inghippo, il rallentamento e cercando di superarlo?

Nulla di tutto questo.

Gli asini giallo-verdi non sono capaci di elaborare ed approfondire i problemi, né di trovare soluzioni, ma solo di eccitare ed ingannare un popolo stanco, affamato ed esasperato, proponendo pseudo soluzioni superficiali, sbagliate e dannose, come l’«abolizione» della prescrizione il cui corso, secondo il progetto di riforma, “rimane sospeso dalla pronuncia della sentenza di primo grado, fino alla data di esecutività della sentenza”.

Insomma, il “Governo del cambiamento” per migliorare i tempi della Giustizia ha deciso di puntare l’attenzione sulle “dita gialle”. E, così, da un processo eccessivamente lungo, passeremo al giudizio a vita: sine die.

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Sono nato nel 1970 in un paesone della Provincia di Napoli della Terra dei Fuochi e per 10 anni ho fatto l’avvocato penalista prima ed il giudice onorario poi. Dal 2008 sono ricercatore di sociologia del diritto, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove insegno “Comunicazione interculturale”. Il mio ambito di ricerca riguarda la dimensione del conflitto, soprattutto in una prospettiva culturale e l’analisi dei processi migratori e d’integrazione. Sono giornalista pubblicista e nel 2007 ho fondato la Rivista Italiana di Conflittologia (www.conflittologia.it), mentre nel 2011 ho costituito il Consorzio Universitario per l’Africa ed il Mediterraneo (www.cuam.eu) con l’intento di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata nell’area afro-mediterranea. Sono sempre compulsivamente portato a dire quello che penso, anche se mi sforzo strenuamente per cercare di contenermi. Questo aspetto del mio carattere non credo abbia giovato alla mia vita; ma sono sicuro ne abbia beneficiato il mio fegato. E va bene così. Mi piace il jogging, il krav maga, il vino e il mare del Salento dove mi rifugio, appena possibile, nella mia casa di San Foca. Vivo nel Sannio con Giovanna, Annachiara, Alfonso e Chaplin, il nostro Golden Retriver, che adoro come tutti gli altri animali che evito di mangiare.