Mundus inversus

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“L’acqua m’asciutta  e ‘o sole me bagna”, è l’incipit di un canto popolare solopachese, riportato nella storica raccolta curata, un po’ di decenni fa, da Sebastiano Di Massa.

Esso rimanda, come si potrà comprendere, ad uno dei più suggestivi e intriganti codici creativi  della cultura popolare, quello del cosiddetto mundus inversus, cioè il mondo alla rovescia, un tema a cui dedicò un’opera fondamentale (1963), recante lo stesso titolo, l’antropologo siciliano Giuseppe Cocchiara.

E poiché nessuno è perfetto, non sarà inutile rammentare che il nome di Cocchiara lo si ritrovi nell’elenco degli intellettuali che firmarono il terribile “Manifesto della razza”, ottant’anni orsono,  nel 1938.

Lo studioso messinese, nel succitato saggio, elenca una lunghissima serie di divertenti rappresentazioni, presenti in svariate culture popolari europee: il lupo che si fa eremita, l’andare a caccia alla lepre con un bue, la mosca che piglia il ragno, la formica che partorisce un asino.

E ancora: l’asino che suona la lira, il mare che si incendia, il pappagallo che insegna, il cane che dorme nel letto e l’uomo con la testa all’ingiù.

Ora sembra a noi che alcuni fatti politici degli ultimi mesi ci stiano accompagnando verso il convincimento che le mille, pittoresche immagini del mundus inversus non diano più solo corpo poetico al desiderio di una positiva metamorfosi del mondo, finendo con il costituire un interessantissimo materiale di studio  per storici e antropologi, così come certi réportage fotografici in cui capita  sovente d’incappare, nel mare magnum della rete,  lo saranno per gli studiosi del futuro, ma, al contrario, sia diventato il mondo reale.

Se nel parlamento italiano si elegge, a capo della commissione ai diritti umani una tipa conosciuta per avere, sui social, sistemato un coriaceo “mi piace” alla frase: “vogliono la casa popolare? Un forno gli darei”, siamo nel mondo alla rovescia.

Se il vicesindaco di Vicenza, un immobiliarista con la passione della revisione storica, fa sostituire, sulla lapide che ricorda dei partigiani uccisi nella sua città, nel novembre del 1944, due parole per lui (e, forse, per la maggioranza che lo ha eletto) disturbanti –  la prima, “nazifascisti”,  sostituita da una più neutra espressione “ truppe di occupazione”. (Chissà? saranno stati i goti, o, forse, gli unni o, magari, i longobardi?) e la seconda, “Resistenza”, sostituita con “Costituzione”, (come se la Costituzione fosse caduta dal cielo, o fosse stata rinvenuta sotto un cavolo) – noi siamo nel mondo alla rovescia.

Se, nel decreto Salvini, ampollosamente battezzato “decreto Sicurezza”, un docente universitario di storia della criminalità organizzata, Enzo Ciconte, scopre che, tra le righe dell’articolato, si riscontri la possibilità, per i mafiosi e i camorristi, di riacquistare i beni confiscati dallo Stato, noi siamo nel mondo alla rovescia.

Questi tre italiani, Pucciarelli Stefania, senatrice, come Croce e Manzoni, Verdi e Eduardo, Montalcini e Montale, Tosetto Matteo, l’immobiliarista colla mania revisionistica e Salvini Matteo, il ministro dell’Inferno,  sono, oggi,  i nostri “pappagalli che insegnano”, i “nostri asini che suonano la lira”, il nostro “lupo che si fa eremita”.

Ma quanto il paese che abbiamo conosciuto, e nel quale un po’ di generazioni sono nate e cresciute, è radicalmente, profondamente mutato?

Davvero viviamo in una realtà capovolta?

Agli storici e ai politologi il compito di comprenderne le motivazioni.

A molti di noi, più concretamente, toccherebbe il compito di opporre una “resistenza costituzionale” che, arrivati a questo punto, non potrà che essere “culturale e politica” insieme. Ma “quos vult Iupiter perdere, dementat prius”: a quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione.”

Le risposte che giungono dal campo, che dovrebbe costituire l’argine politico a una tale deriva, o sono flebili, o contraddittorie, o profondamente sbagliate e devianti. Ci viene raccontato che il partito – si fa per dire – più grande discute da mesi su primarie, date, congressi, nomi, alleanze.

Ma i responsabili della più grande sconfitta di una parvenza della sinistra nella storia repubblicana sono ancora tutti lì, a tutelarsi allegramente il fondoschiena e a tentare di assicurarsi una polizza per il loro futuro politico.

Stendiamo, poi, un velo pietoso su quanto sta accadendo, proprio in queste ore, nell’area della cosiddetta sinistra radicale.

Messa da parte l’immagine abusata della scissione dell’atomo, se ne può mutuare, dal Simposio platonico, un’altra, per molti versi anche più efficace. La ritroviamo nel discorso di Aristofane, quando Zeus decide di punire certe strane creature divenute eccessivamente arroganti.

“Che fare di loro?” – si chiede. Sterminarli, o fulminarli non sarebbe una buona soluzione, perché gli dei non avrebbero più nessuno in grado di onorarli e di innalzare loro sacrifici.

Il padre degli dei ci pensa un po’ ed escogita un modo per indebolirli senza sopprimerli: tagliarli in due, trasformandoli in bipedi, in modo da ottenere anche il vantaggioso effetto di moltiplicarli. “E se poi” – aggiunge Zeus – “persevereranno nella loro arroganza, li taglierò ancora, costringendoli a saltellare su una gamba sola come nella corsa degli otri”. Ma i nostri arroganti personaggi – non quelli del mito, quelli in carne ed ossa – stanno facendo anche di più.

Liberando dall’impaccio Zeus, stanno provvedendo da soli alla bisogna, in una sorta di tragicomico cupio dissolvi.

In ogni caso, davanti a spettacoli simili, il finale sarà ancora più apocalittico.

Tra le immagini del mundus inversus, se ne ritroverà una nuova. Non un solo uomo, ma un paese intero a testa ingiù. Con l’albero della cuccagna che via via si allontana, fino a scomparire per sempre, dall’orizzonte del belpaese.