La chiave dell’acqua o ‘A Chiav ‘e ll’acqua?

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I Napoletani sono ironici con una ironia sottile, tutta Napoletana, appunto.

Quando usano la frase “tu sì ‘a chiav ‘e ll’acqua” (tradotto dalla lingua Napoletana “tu sei la chiave dell’acqua”) possono sottolineare il ruolo essenziale di qualcuno per risolvere un problema. Usano, però, la stessa frase anche per prendersi gioco di chi si ritiene determinante, ma non lo è affatto.

Il sagace detto Napoletano ci ispira ad affrontare l’imminente dibattito sull’acqua. La sfida è quella di capire quale sia il senso giusto dell’espressione Napoletana da usare di fronte alle soluzioni che saranno prospettate di qui a breve.

L’acqua allagherà ogni talk show, bagnerà le poltrone degli studi televisivi, inonderà le interviste. D’altra parte, si sa, l’acqua occupa ogni spazio libero, cammina, si sparge!

Il tema, distorto dalle semplificazioni del nostro tempo social, sarà:

L’ACQUA DEVE RITORNARE IN MANO PUBBLICA!

Il tutto condito dall’evocazione del referendum del 2011 quando, si dirà “gli Italiani hanno già espresso la propria volontà: vogliono che l’acqua sia pubblica”!!!

Non è ancora accaduto, ma accadrà.

Anche il Mago Telma centrerebbe questa facile previsione. D’altra parte, il contratto di Governo dedica il capitolo 2 al tema, con un titolo chiaro ed esplicito: “ACQUA PUBBLICA”.

Si deve innanzitutto riconoscere che il tema è sentito, molto sentito da tutti noi. Semplificando molto, la percezione dominante è:

l’acqua è nelle mani di ingorde società private che lucrano su un bene comune, prezioso, imponendo tariffe insostenibili per le famiglie.

In verità, tocchiamo un tema, sì caldo, ma che richiederebbe una contestualizzazione storica e tecnica un po’ più approfondita. In fondo a questo pezzo c’è qualche link per immergersi sotto il pelo dell’acqua, dedicato ai più coraggiosi…buona immersione a chi ha il coraggio del sub 😉

Per i meno coraggiosi come me che tremano al solo pensiero di respirare grazie a una bombola di ossigeno, sarà giusto il caso di ricordare che con il referendum del 2011, voluto fortemente da Stefano Rodotà, abbiamo “solo” cancellato la possibilità che nella tariffa dell’acqua ci fosse anche il recupero degli investimenti del gestore sulla rete. Questo e non altro.

Certo non è poco. Assottiglia di molto l’attrattività in termini di profitto per il gestore.

E’ come se avessimo cancellato l’inclusione nel prezzo di 1 litro di benzina di un “adeguato” contributo alle spese di manutenzione della stazione di servizio. Ci mancherebbe! Cancellazione più che giusta. Oddio, a fermarsi sull’esempio, nel litro di benzina paghiamo tanti balzelli che nessuno cancella..ma questa è un’altra storia!

Tornando a noi, è evidente che l’esito del referendum non abbia affatto evitato che grandi società entrassero nel business dell’acqua in Italia. Le società ci sono, operano praticamente su tutto il territorio nazionale e si dividono gli utili. E, sicuramente, non sono attività illecite.

ED ALLORA? SI HA RAGIONE NEL DIRE CHE DEVE TORNARE IN MANO PUBBLICA L’ACQUA?

In realtà, se i dati hanno ancora un senso, è bene sapere che circa il 14% del volume totale di acqua potabile è gestito in economia dai Comuni. Mano pubblica, quindi.

I maggiori volumi restanti sono gestiti da società specializzate che hanno la maggioranza delle quote nelle mani dei Comuni: Roma (ACEA); Milano, Bologna, Imola, Modena, Ravenna, Trieste, Padova (HERA); Torino, Genova, Reggio Emilia, Parma, Piacenza (IREN); Brescia e ancora Milano (A2a). Abbiamo così citato le “4 sorelle dell’acqua” (ACEA, HERA, IREN e A2a), colossi quotati in borsa che hanno come soci di maggioranza i Comuni. Oltre alle 4 sorelle ci sono anche l’Acquedotto pugliese e ABC del Comune di Napoli, due società interamente pubbliche. Ancora mano pubblica, quindi.

E, tanto per aggiungere qualche altra informazione obiettiva, nessuno ci crederà mai, ma la tariffa media dell’acqua in Italia è tra le più basse in Europa, forse tra le più basse al Mondo tra i Paesi OCSE, se considerassimo il reddito medio degli abitanti. 1 metro cubo di acqua a Genova costa meno della metà di 1 metro cubo a Copenaghen, a Milano costa quasi 6 volte in meno.

L’acqua è in mano pubblica, abbiamo le tariffe medie più basse d’Europa…..

I CONTI NON TORNANO, SI PESCA NEL TORBIDO!

Il punto centrale non è il tipo di soggetto, pubblico o privato, che gestisce il ciclo dell’acqua fino ai rubinetti di casa.

IL CUORE DEL PROBLEMA È COME LO FA E QUALI SONO I CONTROLLI DELLO STATO.

Obiettivamente, non è decisivo se sia una società di diritto pubblico o di diritto privato a fornire questo o quel servizio pubblico, ma, piuttosto, la catena di controllo e sorveglianza dello Stato sull’operato della società. Anche le cronache recenti su altri servizi concessi dallo stato in gestione a società, come i servizi autostradali, hanno evidenziato lo stesso problema.

La gestione di un qualsiasi servizio pubblico che si articola su una rete naturalmente unica (si parla infatti di “monopolio naturale”) non può essere lasciata al gestore senza che ci siano adeguati controlli per il miglioramento della qualità del servizio.

Il servizio idrico, così come la fornitura di energia in casa, i collegamenti stradali e ferroviari si basano su infrastrutture tanto costose, ad alto investimento inziale, che non è possibile avere una sana competizione tra gli attori. Nessuno potrebbe in Italia costruire una nuova rete di acquedotti o un’altra rete ferroviaria e, così, avviare una attività in competizione con i gestori esistenti.

Accade diversamente, ad esempio, per i servizi telefonici. Salvo accordi letali di cartello tra gli operatori (ahinoi!), sono tutti in competizione tra di loro per offrire al cliente un servizio sempre migliore a tariffe inferiori, almeno tendenzialmente.

PER L’ACQUA, L’ENERGIA ELETTRICA IN CASA, LE STRADE, LE FERROVIE NON È COSÌ!

Ci sono operatori singoli, che operano per ogni macro-zona in monopolio. Devono essere controllati con rigore, competenza, equilibrio per forzarli a migliorare il servizio ai cittadini.

E sul ciclo dell’acqua in Italia, siamo messi davvero male, c’è tanto da migliorare.

Abbiamo una infrastruttura vecchia, vetusta, a fine vita. Abbiamo una rete di distribuzione, un sistema di tubazioni che fa acqua da tutte le parti. E non è un modo di dire.

Il valore medio delle perdite nelle condotte è pari a circa il 38%, con un valore al Sud che irretisce: 45% di perdite. Ossia, preleviamo e trattiamo 100 litri di acqua dalla Natura e ne perdiamo 45 litri lungo il percorso, prima di poterla usare.

E’ DAVVERO UNO SCEMPIO!

Uno scempio che nessuno ha controllato finora. E’ stato lasciato al libero arbitrio da carrozzoni di sotto-governo animati da personaggi in cerca di posizione, naturalmente incompetenti, sostanzialmente ignoranti  ma utilmente complici.

UN SISTEMA IDRICO COME IL NOSTRO HA BISOGNO URGENTE DI INVESTIMENTI IN MANUTENZIONE STRAORDINARIA.

Certo, avere acqua a casa, non è come bere l’acqua da un ruscello. Questo sì è naturale, senza lavorazioni, direi low-cost. Avere acqua a casa, invece, è oneroso. E’ il risultato di un insieme di processi complessi che certamente costano. Ma, fino ad oggi, i gestori hanno distribuito utili a tutti i soci, Comuni in primis!

Cosa significa?

Che, in assenza di controlli seri, hanno utilizzato la rete realizzata dallo Stato, lasciando che si sprecasse acqua. IM-PU-NE-MEN-TE.

 “L’acqua deve tornare pubblica” è uno slogan no sense. Serve per accecare, per colpire, per attrarre. E’ una posizione ideologica che nasconde tanti risvolti “torbidi” del problema che, di suo, sarebbe limpido, come l’acqua alla sorgente.

Vedremo come saranno articolate le proposte, come si comporranno le diverse soluzioni, tutte presentate rigorosamente insieme allo slogan no sense.

Intanto sappiamo che l’ARERA, l’Authority competente anche sul servizio idrico, ha avviato un percorso di regolazione da Gennaio 2018. Dal 2020, saranno applicati modelli di regolazione economica, con penalità ed incentivi, per migliorare la qualità del servizio su perdite, interruzioni del servizio, qualità dell’acqua erogata, e così via.

Noi siamo confidenti, sperando che non sia troppo tardi.

Intanto, ci prepariamo, con le pinne, fucili ed occhiali…. a tuffarci con la testa all’ingiù gridando “tu sì ‘a chiav ‘e ll’acqua!”. Seri? Anche no.

Per immersioni sotto il pelo dell’acqua

Statistiche ISTAT 2018

www.istat.it/it/files//2018/03/Focus-acque-2018.pdf

Regolazione ARERA

www.arera.it/allegati/docs/17/917-17all.pdf