La memoria e la gamba amputata

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Il tema della memoria è un tema tipicamente filosofico.

Per Aristotele la memoria è la genesi dell’esperienza poiché il ricordo reiterato di un medesimo fenomeno conduce ad un’unica universale esperienza.

Detto più semplicemente e con un esempio, quando ciascuno di noi inizia a guardare il mondo con gli occhi della ragione e vede una volta un albero, poi un’altra volta ancora e così via sino a che l’evento si ripete innumerevoli volte, nei sensi di ciascuno si replica l’immagine di quell’albero creandosi così, nella mente, l’idea dell’albero stesso.

La ripetizione nel tempo crea quindi il concetto universale dell’albero, quella che il filosofo di Stagira chiama “una persistenza dell’impressione sensibile”. E’ quindi sentimento innato negli esseri umani fissare nella realtà questo fenomeno generando infiniti richiami a questa persistente impressione.

Lapidi, monumenti, opere d’arte, testi letterari, a ben guardare, non sono altro che ricordi tangibili ad attivare e richiamare la memoria di cio’ che abbiam vissuto in passato e che si è impresso indelebilmente in noi.

Nell’anima, ci dice sempre il logico greco, quando si producono molte impressioni persistenti di questa natura, si creano dei mutamenti.

Di conseguenza, la memoria diviene essa stessa atto creativo della esperienza e sviluppa, su di essa, una connessione discorsiva, il logos.

Secondo Aristotele, quindi, l’universale si costruisce sulla base della esperienza che trae origine dalla memoria che è, a sua volta, la base del pensiero dialettico nel tempo: è il passato, è il presente ed è anche  il futuro.

Ma la memoria non è solo consueta riflessione della scienza delle domande e non è neppure rifugio e retaggio culturale dei soli storici, essa è anche esigenza profonda ed intima di ogni essere umano.

E’ patrimonio di ciascuno di noi.

Il desiderio di essere ricordati è qualcosa che ha a che fare con l’immortalità dell’uomo, con la naturale aspirazione del superamento dell’ontologica precarietà della sua condizione.

In un universo in cui noi esseri umani abbiamo il peso di un solitario e distratto battito di ciglia, poco più del nulla, la memoria di noi è un’arca che non possiamo perdere.

Avere memoria significa quindi porre in essere un’azione di eroico rifiuto del nostro fisiologico destino.

Rammentare è dapprima un atto interiore, dappoi di natura relazionale, e, per gli eventi più memorabili, anche nella loro drammaticità, più propriamente collettiva: comunitaria.

Ricordare significa esercitare un logos sociale, ricostruire del tempo passato, eventi ed emozioni, fatti e sentimenti, significati e rituali e sottoporli alla discussione attuale.

Avere memoria significa perciò ricominciare a discutere riattualizzando un ricordo, ripresentandolo ai nostri occhi e ai nostri sentimenti, ricucendo la distanza che i fatti intercorsi hanno frapposto tra noi e l’episodio che non vogliamo dimenticare.

Occorre poi ricalare quell’accadimento nel linguaggio storico degli accadimenti e confrontarsi con il dissidio delle sfumature dei simboli e delle simbologie che ogni fatto porta con sé.

E’ allora normale che, nei giorni in cui si commemora (cum –memorare, far memoria insieme) la Shoah, l’analogia corra a cio’ che accade oggi, alla disumanità del male banale, a quello che non si identifica con Hitler e con Mussolini, ma con coloro che questi dittatori sostennero o lasciarono indisturbati al potere.

Per un Hitler, infatti, migliaia di Eichmann si resero responsabili di ripugnanti abomini contro l’umanità non per crudeltà volontaria e dolosa, ma per incapacità critica, per assenza di idea, per l’esecuzione di immaginari imposti assunti senza chiedersi se essi fossero giusti o sbagliati.

Se certo nessuno di noi sente affine a sé la figura di questi capi regime, possiamo dirci oggi molto diversi da chi eseguì in maniera consapevolmente acritica azioni od omissioni che anche qualora non contribuirono, di certo  non impedirono, ciò che accadde?

A voler dar retta alla Harendt, (e davvero dovremmo), il male non si alimenta sull’odio e sugli estremi, ma sulla radicalità, sull’insipienza dell’accettazione di una normalità che non si mette in discussione.

La giornata della memoria ha quindi ancora valore profondo? Ha ancora senso funzionale, oggi, commemorare una delle peggiori macchine della distruzione dell’umanità che abbia mai investito l’Europa?

Qualcuno sostiene che le commemorazioni non aiutino, che in realtà siano battaglie perse e che se non riusciamo a riconoscere il filo sottile che lega la disumanità che allora si riversò sugli ebrei a quella che oggi ci fa voltare le spalle ai migranti che affrontano, oggi come ieri, rotte della morte, la giornata della memoria non abbia alcun valore.

A costoro io risponderei così.

Nel celebre episodio della Recherche, Proust si risveglia in una lussuosa stanza di albergo e non si ricorda di chi sia la stanza.

Il disorientamento che lo avvolge cessa quando la memoria “arriva come una piccola corda dal cielo”: in quel momento, solo grazie al ritorno della memoria, egli si ricorda chi sia e dove sia.

In questo tempo, mentre in spregio alle leggi ed ai diritti, siamo tutti avvinti da una specie di sonno, in uno stato di incoscienza da cui non siamo in grado di uscire, un riferimento, seppur troppo spesso sacralizzato e banalizzato, a fatti che aiutano lo sdegno a rimuovere il torpore, è una cordicella dal cielo.

Riconoscere sofferenze senza tempo, sospese nel sonno della ragione, indotta al risveglio annuale da un farmaco che si chiama ricordo, alimenta l’esperienza e la discussione sociale.

Il meccanismo di rievocazione introdotto dalle giornate commemorative ci ricorda che oltre settant’anni fa all’umanità intera è stata amputata una gamba e noi continuiamo a pensare, come chiunque abbia subito un’amputazione, che essa formicoli ancora.

Ma quell’arto fantasma è una vera illusione.

E’ solo un ricordo di cio’ che era, è qualcosa che dobbiamo dimenticare esista davvero per imparare a ricordare come e perché ci siamo feriti in modo così irreversibile.

Sino a quando questo arto invisibile continuerà ad essere pensato  come un arto vero, funzionante seppur doloroso, la nostra memoria faticherà a pensare che la cancrena  può portarcene via un altro. Meno discussione faremo rispetto a cosa si possa fare per contenere la necrosi, meno esercizio di memoria applicheremo, maggiore sarà il rischio che, proprio mentre siamo intenti a guardare la gamba amputata, ci venga amputato un altro arto.

Proprio sotto i nostri occhi.