Le ragioni della rappresentanza

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In principio fu “ognuno vale uno”, condito dall’idea che non vi fosse rappresentanza possibile, se non quella diretta, non mediata.

Fu il movimento liquido, privo di leadership, in cui la parola “capo” sarebbe stata arsa sul rogo di un “vaffa”, potentemente urlato dalla piazza.

Poi vennero i voti, la voglia di cambiare, il bisogno di governare i meccanismi e gli ingranaggi della complessità sociale. Gli abusi del papà, quelli del marito del sindaco, gli scontrini mancanti e i soldi che non bastano, perché, scusate, ma la vita è dura per tutti.

Vennero anche i problemi con l’Europa, che spezzeremo le reni a Strasburgo, ma forse è meglio pensare alle nostre, dato che un miliardo di euro di oneri finanziari vale decine di campagne catare sul ricalcolo dei vitalizi.

In principio era il complemento oggetto, la necessità di dotare ogni cittadino di un reddito universale, in ragione della scomparsa del lavoro e del reddito, poi vennero le integrazioni al minimo della pensione.

Ci fu il blocco delle grandi opere già avviate, ma poi venne lo studio del rapporto tra costi e benefici ed allora facciamo il valico, portiamo avanti questo TAP, e poi basta pensare che la Fornero si possa abolire, meglio una quota 100 “light”, perché il denaro per pagare i prepensionamenti non c’è.

Ricordo ancora che in principio fu la granitica coerenza, spacciata per un passaporto di purezza, con l’errore, la deviazione, la contraddizione, bandite e crocifisse.

Giuda urlava contro l’unguento con cui la Maddalena blandiva l’arsura intellettuale di un Cristo religioso e laico, convinto che nessuna perfezione singolare basterebbe a redimere i mali dell’intera umanità.

Ebbene, Cristo ci aveva azzeccato in pieno. E’ bulimia, bulimia cazzoide e totale, da nascondere nella pancia di un articolo di giornale, rifuggendo un titolo roboante, ma forse poco spendibile per il nostro perbenismo di maniera. Immaginate un vortice, un guazzabuglio, minestrone di roba e di opinioni, di pulsioni e ripensamenti, in cui ognuno possa aggiungere una voce, alimentare il vortice, rimbombare le menti, togliere respiro ai neuroni veritieri.

Immaginiamo tutto questo e pensiamo a quanta strada ci sia ancora da fare per superare l’idea che la cognizione valga quanto l’opinione.

In fondo, che E = MC al quadrato lo diceva uno ed abbiamo detto che ognuno vale uno. Quindi spostiamo la M al posto della E. Massa uguale ad energia per velocità di qualcosa al cubo.

Suona comunque figo e complesso e “vaffa” a chi non è d’accordo.

Occorre dunque ritrovare le ragioni della rappresentanza, ritessere un filo che sfugga alla banalità del male, a quella lucida carenza di costrutto che attacca ogni giorno quello che funziona, corrodendo, soffocando, come una ruggine, un’edera maligna, un mantello di cenere e morte.

La rifondazione di un patto tra cittadini non può più vivere di falsi miti e totem, ma necessita un ripensamento generale dei mattoni della convivenza.

Forse potremmo prendere esempio dalle buone e grandi cose che accadono altrove. Potremmo insegnare ai bambini a pulire le loro scuole dopo le lezioni, invece di affidargli compiti sfibranti.

Potremmo davvero scegliere di far salvare il mondo dai ragazzini, dedicando all’educazione tutte le nostre risorse, investendo in una umanità migliore di noi, più civile, più consapevole del valore dell’empatia, della compassione, della felicità collettiva.

Un recente studio, inoppugnabile, pubblicato da un blog ortodosso sul pianeta “Nessuno”, ha stabilito che l’assenza di empatia è una malattia. Come la licantropia, la noia, la cattiveria e la chirurgia plastica.

Come le diete iperproteiche, quelle fatte per far perdere peso agli sfortunati nati con le ossa grosse, le ossa che pesano 50 chili, perché in fondo, il peso reale di uno scheletro è un dato insignificante e che tutti gli scheletri pesano più o meno lo stesso lo dice lei.