Silvia Romano, la giovane volontaria rapita in Kenya. Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona.

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“Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona”, così scriveva su facebook Silvia Costanza Romano, la giovane volontaria rapita nel sud est del Kenya, a ChaKama nella notte del 20 novembre scorso.

La sua storia ha acceso i riflettori sul volontariato di tante ragazze e di tanti ragazzi italiani che ogni anno lasciano la loro famiglia ed i loro amici per mettersi a disposizione di un popolo che lotta per la sopravvivenza.

“Aiutateli a casa loro”, lo slogan che fa eco ogni giorno nel nostro Paese.

Ecco, questi volontari come Silvia, li aiutano a casa loro e lo fanno davvero, avendo presente il rischio inevitabile di qualsiasi evento imprevedibile.

La giovane volontaria di ventitrè anni, originaria di Milano, aveva completato il percorso di studi in Mediazione linguistica presso l’Università di Unimed CIELS.

Nonostante la sua giovanissima età aveva già raggiunto un ottimo traguardo lavorativo, prima a Milano come istruttrice di ginnastica e poi come volontaria in diverse associazioni umanitarie.

Adesso lavorava per “Africa Milele onlus”, una associazione con sede nelle Marche che si occupa di progetti a sostegno di infanzia in Kenya.

L’amore per la vita, che questa ragazza esprime, lo si legge nei suoi occhi e nel suo sorriso luminoso nelle tante foto pubblicate sui social che contagiano chiunque. “Amo con profonda gratitudine l’aver avuto l’opportunità di vivere”.

Perché per qualcuno, forse per molti giovani italiani, vivere vuol dire fare esperienze diverse, mettersi in gioco offrendo a chi ha bisogno le proprie competenze ed il proprio spirito altruista. Un modo, insomma, per far bene agli altri ma anche a stessi.

L’Africa era il suo sogno, esattamente come il mio. Come non capirla. Aiutare gli altri, a prescindere dalle differenze, è un dono che non tutti possono avere e neanche comprendere. Non si tratta di finto buonismo, come qualcuno vuol farci credere, ma di valori che realizzano in pieno la felicità di una persona e allo stesso tempo il benessere di un popolo sfortunato.

Il Kenya, un Paese instabile ed il luogo del rapimento

In Kenya, il Paese dove Silvia ha scelto di dare il proprio contributo e dove la Onlus per cui lavora opera da anni, sussistono tensioni a sfondo politico e sociale in diverse zone.

Il 1° settembre del 2017 la Corte Suprema del Kenya fu costretta ad annullare l’esito delle elezioni Presidenziali avvenute l’8 agosto dello stesso anno. Il 30 ottobre, a seguito di altre elezioni, è stata confermata la carica del Presidente Kenyatte.

Ma anche dopo le elezioni Presidenziali, le tensioni politiche hanno contribuito a diffondere terrore e orrore in tutto il territorio. Disordini e scontri feroci hanno reso insicure diverse città del Paese, soprattutto a seguito di atti di violenza inaudita perpetrati a danno di personalità religiose, di turisti e di civili.

Si tratta di vere e proprie “persecuzioni a sfondo politico e religioso” che, come previsto dalla Convenzione di Ginevra permettono a chi fugge dal loro Paese di origine di ottenere la Protezione Internazionale a seguito della domanda di Asilo Politico, anche se il Kenya non rientra tra i Paesi richiedenti Asilo.

A Nairobi, la capitale del Kenya, la criminalità diffusa mette in serio pericolo di vita l’intera popolazione. Nel 2012 ricordiamo un feroce attentato che ha mietuto centinaia di vittime. Nel 2013 un altro attentato terroristico al centro commerciale della città, ha spezzato la vita di altrettante persone innocenti. Il 16 marzo del 2014 un ulteriore attacco al Gikomba Market ha ucciso molte persone. E così via.

Anche nella Contea di Laikipidia e in quelle limitrofi, sono aumentate le irruzioni di terroristi sia nelle fattorie dei pastori, che nella riserva per la protezione delle specie. Il 5 marzo del 2017 un proprietario (occidentale) di una fattoria privata è stato assassinato. Il 23 aprile dello stesso anno, un’ambientalista occidentale è stato ferito da un colpo di arma da fuoco.

La tensione più alta è certamente a Mombasa, dove spesso si verificano assalti alle Chiese e alle Moschee. In particolare nella città vecchia di Mombasa Island e nel quartiere di Kisauni. All’inizio del maggio del 2014 a Mombasa hanno avuto luogo diversi attentati terroristici dove hanno perso la vita anche due turiste occidentali a poca distanza l’una dall’altra.

La regione frontaliera con l’Etiopia è teatro di feroci combattimenti tra gruppi etnici per motivi politici ed economici.

La zona più pericolosa è certamente quella al confine con la Somalia. A seguito dell’invasione delle truppe keniane in Somalia, hanno avuto luogo numerosi scontri armati. Il 2 agosto del 2017 hanno perso la vita numerosi civili durante un attacco ad un bus a Witu e qualche anno prima in un attentato all’Università di Garissa hanno perso la vita 140 giovani.

Anche nel campo profughi di Dadaab sono stati sferrati diversi attacchi dove anche operatori umanitari hanno perso la vita. Ricordo, nel 2011, il sequestro di due operatrici spagnole di Medici senza Frontiere.

Una situazione che va oltre l’allarme rosso, soprattutto dopo il messaggio su twitter da parte dei terroristi somali di Al Shabaab che hanno minacciato di colpire ancora: “nessuna precauzione sarà in grado di garantire la vostra sicurezza o di prevenire un bagno di sangue”.

La testimonianza di James, un giovane nigeriano che ha ricevuto aiuto proprio dalla Onlus per cui lavorava la giovane donna, riferisce che al momento del rapimento, “Silvia piangeva disperata e urlava aiutatemi”. Erano almeno quattro gli uomini armati che durante la fuga hanno iniziato a sparare contro la popolazione del villaggio ferendo alcuni ragazzi, tra cui tre bambini.

Dalle dichiarazioni di James, emerge che la maggior parte degli abitanti in quel momento si trovava nella “guest house”, ovvero una grande casa nella quale per anni sono stati ospitati molto volontari provenienti da tutto il mondo. Se fosse stato un attacco terroristico, secondo il testimone oculare, avrebbero di sicuro aperto il fuoco contro la guest house. Invece, l’obiettivo era mirato, quasi studiato e si chiamava Silvia Costanzo Romano.

Dopo aver trascinato via con forza Silvia, grazie all’aiuto di qualcuno in moto, i rapitori sono riusciti a dileguarsi e di loro si sono perse le tracce fino ad oggi.

Secondo quanto appreso dai media keniani ed internazionali, nei giorni successivi al rapimento di Silvia, sono state arrestate quattordici persone a seguito di una “caccia al commando” portata avanti, in modo assolutamente autonomo, dagli abitanti del villaggio. Si presume che gli uomini in questione abbiano avuto contatto diretto con i rapinatori e ne siano stati complici.

Chi ha rapito Silvia però ancora non si sa. Nel frattempo nel campo base di Garsen, vicino al confine somalo, arrivano camion che scaricano centinaia di poliziotti.

Diversi giorni fa, Noah Mwivanda, comandante della polizia costiera e capo delle operazioni di ricerca militare, lasciava intendere che probabilmente si trattava di un rapimento organizzato da Al Shabaab, il gruppo somalo terrorista di Al Qaeda.

A tal proposito, ad essere più esplicito è stato Gabriel Ibaya, Ufficiale dei corpi speciali Kenyani che ha confermato l’idea pensata dal suo capo con una dichiarazione pubblica.

In queste ore però, l’ipotesi terroristica è svanita nel nulla.

Si pensa che il commando che ha rapito Silvia sia costituito da banditi comuni, non per questo meno pericolosi dei terroristi. Dalle testimonianze raccolte sul luogo, i banditi in questione avrebbero chiesto un riscatto direttamente alla cooperante che, essendo sprovvista del suo cellulare e non avendo soldi a disposizione, non ha potuto pagare.

Per questo motivo la prima ipotesi era quella del “rapimento lampo”, ovvero di una organizzazione premeditata e rapida del rapimento che avrebbe dovuto costringere Silvia a pagare nell’immediato i soldi richiesti e quindi ad essere rilasciata dopo poche ore.

Così non è andata e i dubbi continuano a pervadere la mente di chi prova a capire cosa è accaduto realmente e cosa potrà accadere nelle prossime ore.

Il Comandante Regionale della polizia, Bernard Leparmarai, fa sapere che stanno lavorando per impedire ai rapitori della giovane donna di spingersi verso il confine somalo e di arrivare fino a Boni Forest. Sostiene altresì che i rapitori sono somali di etnia “Orma”. Dovrebbero essere clan di pochi uomini sostenuti da un numero altrettanto residuo di abitanti di alcuni villaggi che, dai racconti che emergono, starebbero aiutando i rapitori a reperire alimenti e acqua.

Una svolta nel rapimento di Silvia potrebbe arrivare dalla collaborazione della moglie di Said Adan Abdi, ritenuto Capo del Commando dei rapitori.

A riferirlo è stato proprio Leparmarai ai giornalisti del Daily Nation. La donna Elima, è stata intercettata da una telefonata con il marito ed è stata immediatamente fermata, insieme al cognato, nel villaggio di Tarasaa a Garsen, nella contea di Tana River.

L’unica certezza che si ha al momento è che Silvia Costanzo Romano è viva ma sono trascorsi quasi venti giorni e ancora non è stata liberata.

Mentre le ricerche vanno avanti e gli annunci di una sua possibile liberazione si accavallano tra i leader della polizia locale e regionale, l’unica certezza che abbiamo è che Silvia Costanzo Romano sia ancora viva.

E’ stata vista con i suoi rapitori nel villaggio di Bombi, ad oltre 100 chilometri dal luogo dove viveva, nel distretto di Kelifi. A riferirlo è la Tv locale Kenyana NTV.

Nella foresta a nord di Malindi sono state invece trovate le sue trecce, tagliate presumibilmente con un coltello. Secondo molte fonti, la ragazza è stata costretta ad indossare un niqab, ovvero il velo integrale per non essere riconosciuta. Il viso e le mani sono stati ricoperti di fango.

Gli abitanti del villaggio di Bombi, coinvolti nelle ricerche, hanno spiegato che trovandosi i rapitori in una zona a prevalenza musulmana caratterizzata dalla presenza di tribù di origini somale, tra cui in larga maggioranza di etnia “Orma” (etnia a cui appartengono i sequestratori) è inevitabile che la donna sia stata in un certo senso nascosta.

Intanto, le operazioni di ricerca continuano. A Tana Delta, la sede operativa dei militari keniani supportati da agenti dell’intelligence italiana, stringono il cerchio attorno ai rapitori. Chissà, se tra qualche ora l’Italia e ancor di più la famiglia possano riabbracciare Silvia.

Spesso siamo egoisti verso gli altri, pensiamo che aiutare qualcuno significa ricevere qualcosa in cambio. Forse siamo tutti un po’ poveri di valori e di principi che questa società, legata alla globalizzazione e al liberismo, ci ha tolto.

In realtà non si è deboli se si regala aiuto, anzi si è forti perché si ha la capacità di dare agli altri sapendo di non ricevere nulla in cambio. Siamo essere umani e tutti abbiamo bisogno di qualcuno, anche quando pensiamo di stare bene.

Gli insulti a Silvia sono indice di egoismo che in questo Paese dilaga.

La guerra tra poveri non ridarà benessere ai poveri italiani ma renderà più poveri gli italiani e più sofferenti gli stranieri. Perché in questo mondo, che fu creato per tutti, ognuno ha il proprio diritto di rivendicare quella dignità necessaria alla stessa sopravvivenza. Dovremmo mandare via l’egoismo che c’è in noi e dovremmo aiutare le persone, indistintamente dal loro colore della pelle e dalla loro provenienza, per poi magari scoprire che aiutare il prossimo ci fa stare bene. Non importa chi aiutiamo, con quale mezzo lo aiutiamo, l’importante è riuscire ad ammorbidire il cuore e donare un po’ del nostro tempo a chi ne ha bisogno.

Ecco, Silvia stava facendo esattamente questo: aiutare i bambini del Kenya ad avere un motivo per sorridere e per essere felici nonostante tutto. Era un insegnante e la sua esperienza ha arricchito tantissimo quei bambini che, a differenza nostra, non sono mai andati a scuola.

L’istruzione e la libertà, come ci ricorda Malala (premio Nobel per la Pace nel 2014), costituiscono la base per lo sviluppo culturale di ogni paese.

Le guerre si sconfiggono con i libri e con le penne, non di certo con le armi.

Malala – giovane pakistana che a quindici anni è stata vittima di un attentato perché colpevole per i talebani di aver gridato al mondo il suo desiderio di studiare – è oggi simbolo universale delle donne che combattono per il diritto alla cultura e al sapere.

Silvia, nel suo piccolo come tanti altri volontari, ha semplicemente saputo cogliere quel messaggio della giovane pakistana pensando che la popolazione africana va aiutata esattamente attraverso strumenti di emancipazione, partendo dall’insegnamento ai bambini e alle donne, unica soluzione a mio avviso capace di rovesciare lo stato di disordine e di povertà che costringe alla fuga milioni di persone.

Le armi servono alla distruzione. Le donne e i bambini sono l’unica speranza che ci resta per combattere la povertà estrema che dilaga in quel continente ed il terrorismo che colpisce tutti, indistintamente, senza alcuna pietà.

Il valore umano di queste esperienze è enorme. Il volontariato, che si svolge attraverso varie attività, permette ad ognuno di noi di sfruttare al meglio le proprie capacità e di crescere professionalmente ma soprattutto ci rende persone migliori, meno insicure e con più voglia di prendere a morsi la vita. Questo posso confermarlo personalmente.

Le nuove generazioni dovrebbero imparare il valore della gratuità, della condivisione, della solidarietà.

Dovrebbero imparare a dire grazie, soprattutto per la vita facile che ci è stata concessa da chi prima di noi ha condotto battaglie per la libertà e per l’affermazione di quelli che sono i Diritti fondamentali dell’uomo. Diritti che tutti i bambini, le donne e gli uomini del mondo dovrebbero avere.

Oggi invece ci troviamo a vivere in un clima di indifferenza, di odio, di rancore verso chi è più povero di noi e verso chi aiuta le popolazioni africane. Ed è a questo clima che persone come Silvia si sono rivoltate contro, agendo con enorme coraggio e profusa dedizione in quei Paesi dove c’è vita ma questa stessa è compromessa da tanti motivi che facciamo fatica a riconoscere ma che ogni anno mietono milioni di morti innocenti nell’indifferenza totale di un mondo, quello occidentale, che fa prevalere il suo egoismo e chiude gli occhi.

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Quella di Valentina Spata è una storia di impegno sociale e politico, una storia comune che ha condiviso con tante persone, soprattutto giovani e donne. La Sicilia è la sua terra di origine. Qui ha le sue origini e ha portato avanti numerose battaglie sulla legalità e sul lavoro. Ha viaggiato molto. Per un periodo ha vissuto a Londra e a Parigi. Ha girato l'Italia come fosse una trottola, in particolar modo il Mezzogiorno. Da sempre ha unito alla passione politica, il volontariato e l'impegno al servizio della collettività. Si è laureata in Scienze Politiche e Scienze Sociali e Sociologiche. È specializzata, grazie alla Summer e Winter School di Bruxelles, in Diritto Internazionale, Governance Europea, Diritto dell'immigrazione, Diritto della Comunità Europea. Per molti anni ha ricoperto il ruolo di sindacalista presso il Sindacato Confsal con la delega alla Formazione Professionale. Nel 2012 è stata eletta Presidente Nazionale della Rete della Legalità del Mezzogiorno, associazione radicata in tutto il Mezzogiorno nata per contrastare le mafie. Il suo lavoro attuale è quello di operatore legale a servizio dei Richiedenti Asilo Politico.