Criminali in tempo di pace

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Io non conosco il linguaggio delle leggi ed ignoro la sfilata sempre più vistosa delle sigle che compongono i nostri labirinti normativi. Non sono un avvocato, né un economista, non sono un burocrate e soprattutto non sono un politico al tempo dei social.

Sono soltanto una persona qualunque, educata fin da piccola a “pensare” e a “incontrare l’altro” sulla riva di un paese di frontiera, alla periferia estrema di tutto ciò che a me appariva essere il centro.

Viene da lontano questo articolo, da molto lontano, viene dalla mia inadeguatezza e dalla paura di non saper trovare le parole giuste per imbastire uno straccio di riflessione sulla barbarie che ogni giorno si consuma davanti ai nostri occhi di persone civili, che assistono al dramma dell’Umanità in cammino dalla vetrina di uno schermo e con un “mi piace” pensano di aver risolto il loro problema di coscienza.

Io non ho parole adeguate per poter raccontare la vergogna della nostra Civiltà che ha scelto il Mediterraneo per seppellire i propri morti, perché quei morti, anche se di etnie diverse, appartengono tutti alla stessa razza, quella umana!

In questi giorni si sente ripetere di continuo “la fortuna sua (di Salvini s’intende e della sua controfigura intermittente) è che non ci è ancora scappato il morto! …” Siamo proprio sicuri che sia così? Quanti sono già morti? Quanti ne devono morire ancora?

Per svegliare le coscienze di chi non ha più coscienza, dovevano morire i 49 migranti della Sea Watch e della Sea Eye che, da poco prima di Natale, per 18 lunghi giorni, sono rimasti bloccati al largo di Malta?

Non è bastato lasciarli sospesi nel limbo della nostra indifferenza, in balìa di un mare freddo e tempestoso mai quanto la nostra disumanità. Il vergognoso rimpallo di responsabilità tra i singoli Stati e l’Unione europea ha svelato tutta la nostra radicale inadeguatezza a gestire le questioni fondamentali dell’esistenza che sono il diritto universale alla Vita e il rispetto dell’umana dignità. Abbiamo bisogno di morti freschi per collegare il cuore al cervello?

Nel plancton dei nostri mari insieme alle diatomee e ai sifonofori ci sono infinite tracce di esseri umani. Tutti sappiamo che la normativa europea sull’etichettatura contiene l’obbligo di riportare l’elenco di tutti gli ingredienti che compongono un alimento. Bene.

Abbiamo mai pensato a quanti brandelli di esseri umani ci sono nei pesci che imbandiscono le nostre tavole?

Sono riportati in qualche elenco i loro nomi?

Sono state narrate tutte le loro storie?

Ci sono tanti modi per essere cannibali e noi, semplicemente, abbiamo scelto il più evoluto!

Non è mio costume scendere nel macabro ma mi spingo fino a questo punto solo per dire che “morti fresche” ne abbiamo avute in abbondanza.

Non ci siamo fatto mancare niente, né da “destra” né da “sinistra”!

Blocchi navali, azioni cinematiche di disturbo, manovre di “harassment” recita un documento riservatissimo relativo ad un accordo bilaterale, siglato nel 1997, tra il nostro civilissimo Paese e uno Stato non appartenente all’Unione Europea, l’Albania!

Basta un naufragio per tutti, basta una tragedia per tutte le tragedie, una tragedia divenuta una pietra di paragone perché come ha spiegato Alessandro Leogrande nelle magistrali pagine del “Naufragio” quella della Kater I Rades, avvenuta nel canale d’Otranto il 28 Marzo del 1997, è una tragedia superlativa che però, a differenza di molte altre avvolte nel silenzio, la si può raccontare!

Con la sua onestà imbarazzante, con la sua sapienza infinita fatta di impegno e di cuore, dalla prima pagina di un saggio che tutte le persone che vogliono costruirsi un’anima dovrebbero leggere, Leogrande ci dice con una fermezza radicale e disarmante che “le tragedie non sono eventi naturali ma sono eventi umani. Grondano di responsabilità.”

Quante responsabilità abbiamo tutti noi, nessuno escluso, nelle tragedie che da anni affondano nei nostri mari, sotto i nostri sguardi attoniti… Quante responsabilità abbiamo noi verso quell’umanità in fuga che per non morire nelle proprie guerre, per non soccombere nella propria fame, annega nel gelo del nostro odio. Davanti a tutto questo, questi eroi che ci insegnano l’amore per la Vita, a noi che nelle più svariate menzogne esistenziali ne abbiamo smarrito il senso, questi eroi non sono certamente “caduti in tempo di guerra”, ma noi siamo sicuramente “criminali in tempo di pace”.

Si proprio noi che, con le nostre democrazie schizofreniche che troppo in fretta hanno dimenticato l’orrore concreto delle dittature, dalle curve impazzite di una qualunque tifoseria parlamentare, deleghiamo, con colpevole leggerezza, a chi ci governa il compito più importante, quello di scrivere o di non scrivere le regole e i valori del nostro stare insieme, in questa terra di pace che chiamiamo Europa!

L’emigrazione è una delle dinamiche fondamentali dell’esistenza. Ogni civiltà è il frutto di un grande esodo, di una miracolosa transumanza che porta ogni essere vivente a ricercare in ogni luogo del pianeta il proprio nutrimento.

Non esistono popoli stanziali perché la Vita non è una pozza d’acqua che ristagna ma è un fiume in continuo movimento. L’Europa o qualsiasi altra aggregazione di Stati non potrà avere lunga vita se non affronta questa questione fondamentale, guardando all’emigrazione non come ad un problema ma come ad un aspetto dell’esistenza in quanto tale. L’Europa avrà vita molto breve finchè non si doterà di un testo fondamentale contenente le regole e i valori condivisi dello stare insieme con l’Umanità.

Della Costituzione europea del 2004, resta traccia nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE, un documento che è giuridicamente vincolante per tutte le Istituzioni europee anche se non è incorporato ai Trattati e si presenta come testo separato.

Il fallimento, si spera soltanto provvisorio, di quella straordinaria esperienza di democrazia che culminò nel 2003 con la stesura della Carta Costituzionale Europea, ci svela, dandocene concretamente la misura, la paura di ciascun Stato di perdersi in un qualcosa di più grande senza più poter trovare la via del ritorno, ci dice della paura di smarrirsi in uno spazio oscuro e inesplorato, sotto il cui peso si rischia di soccombere.

A ben guardare però, i timori e le incertezze degli Stati sono i timori di ciascuno di noi che nel “nuovo”, se la nostra identità non è chiara, forte e radicata, abbiamo paura di rimanerne imbrigliati e confusi.

Il terrore di perdere il controllo, la visibilità, il riconoscimento e il pensiero di non contare più, di non esserci, giocano un ruolo determinante nella costruzione delle relazioni, il cui peso aumenta a livello esponenziale se in quelle relazioni si annidano particolari dinamiche di potere. E così che per difendere quel potere, reale o presunto, si erigono muri, si bloccano i mari, si chiudono i porti, rimanendo sordi al grido dell’umanità che chiede soltanto il diritto alla Vita.

L’Europa, nella sua configurazione attuale, nelle sue debolezze e disarmonie, rispecchia il nostro essere nel mondo nella declinazione che noi abbiamo dato alla Storia, alla Politica, alla Società e soprattutto all’Economia.

Questa Europa è l’espressione del livello evolutivo cui è giunta, con il nostro contributo, la nostra “civiltà”.

Jurgen Habermas, sociologo, filosofo, politologo tedesco, tra i principali esponenti della Scuola di Francoforte, si occupa, da almeno un quarto di secolo, di questioni legate alla “costituzionalizzazione” e alla “democratizzazione” dell’Europa, preoccupandosi in modo particolare del fatto che l’Europa non può imporsi alla coscienza dei propri cittadini solo nella forma di una moneta.

Habermas sostiene da tempo e con forza la necessità di un atto politico di fondazione, costruito su valori condivisi, al fine di inaugurare un processo costituente che permetta di costruire una società civile europea attiva e democratica.

Mi piace pensare che dare a questa creatura una Costituzione intesa come atto “fondativo”, come radice, significhi darle una “genitorialità”, con la quale, così come nelle dinamiche esistenziali sarà necessario pure scontrarsi ma allo scopo di potersi individuare.

Sappiamo bene che alle fondamenta di uno Stato c’è un processo di abdicazione volontaria con il quale ciascuno rinuncia al diritto illimitato dello “stato di natura” per trasferirlo all’uomo o all’assemblea cui si è sottomesso.

Tuttavia quello che il nostro grado di evoluzione ci chiede di fare oggi è un’abdicazione di tipo diverso, che ci porti ad assumerci la nostra genitorialità e a contenere nello stesso tempo la nostra dimensione filiale.

Il punto evolutivo cui siamo giunti, nella sua espressione politica, storica, culturale ma, soprattutto, esistenziale chiede a ciascuno di noi di abdicare la propria parte di potere “adulto”, cioè del potere che riesce a “stare con”, incaricandola di governare la propria parte di potere infantile, quello che ha ancora bisogna di “stare su”.

È una forma di abdicazione diversa da quelle a cui siamo abituati perché ci porta non ad abbandonare del tutto il trono o il potere ma ad assumercelo pienamente e in modo saggio, chiamandoci ad essere genitori di noi stessi e di elevare le nostre parti infantili ad una dimensione adulta.

Per farla crescere, quest’Europa che è figlia e madre nello stesso tempo, la dobbiamo amare e accogliere in tutte le sue parti, soprattutto le più scomode, perché sono l’espressione dei nodi che non abbiamo ancora sciolto dentro di noi.

Questo bisogno di Costituzione ma soprattutto di “radicamento” è lo stesso che rivendica Simone Weil (filosofa, mistica e scrittrice francese del primo ‘900) dalle pagine de “La prima radice” e degli “Scritti Londinesi” in particolare, negli ultimi mesi della sua breve esistenza, nel 1943, dove propone un rivoluzionario ribaltamento di prospettiva che faticherà ancora a lungo prima di essere accolto e assimilato dal genere umano.

La Weil propone, infatti, più che una Carta dei Diritti una Carta dei Doveri fondamentali verso l’essere umano che lei ritiene il primo fondamento di una comunità civile che aspiri alla “Giustizia”. Nella sua Dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano spiega chiaramente che la realtà di questo mondo è la “necessità” e che la parte dell’uomo situata in questa realtà è quella abbandonata alla necessità e sottomessa alla miseria del bisogno.

“L’obbligo ha come oggetto i bisogni terrestri dell’anima e del corpo degli esseri umani (…) a ciascun obbligo corrisponde un bisogno (…) ogni bisogno costituisce l’oggetto di un obbligo. I bisogni di un essere umano sono sacri. Il loro soddisfacimento non può essere subordinato né alla ragion di Stato né ad alcuna considerazione di denaro, di razza, di colore (…) né a qualsiasi altra condizione.       (S.WeilUna Costituente per l’Europa – a cura di Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito – Castelvecchi Editore – Roma, 2013, pg.119).

Giustizia è, dunque, non lasciare che cada inascoltato il grido di dolore di chi esprime il proprio bisogno. Lo Stato che sa dare una risposta a quel grido e a quel bisogno non è soltanto uno Stato responsabile, ma è soprattutto uno Stato giusto.