La mia Africa. Bienvenue à Burkina Faso.

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Sono partita da un paese, l’Italia, dove le frontiere si chiudono e le mura invisibili si innalzano.

La mia Africa, il desiderio di scoprire qualcosa di nuovo ed esaudire il sogno di una vita.

Come dice un proverbio africano “chi vuole sul serio una cosa trova una strada, gli altri una scusa”. Ed io non ho voglia di trovare scusa, se ne trovano già tante nella vita. Ho deciso quindi di trovare una strada.

Abituata a vivere in una società dove è dato tutto per scontato e dove i privilegi sono abitudini, l’Africa mi ha riportato alle origini facendomi imparare ad apprezzare ciò che la vita mi offre mentre ormai tutti siamo concentrati su ciò che manca vivendo nell’insoddisfazione.

Ho deciso di andare in Burkina Faso, nel paese più povero del continente dove la porta di casa resta aperta tutto il giorno. Dove tutti sono i benvenuti e l’accoglienza è la regola, non l’eccezione.

Ho sognato l’Africa sin da bambina e finalmente stavo per realizzare il mio sogno nel cassetto che da sempre custodivo gelosamente nella mia vita.

Dal finestrino dell’aereo vedevo poche luci e pian piano, mentre il pilota che era una donna, si accingeva ad atterrare, acquisivo più consapevolezza. Stavo toccando l’Africa e ancora non ci credevo.

Un atterraggio brusco e forte come l’impatto con quel continente che pensavo di conoscere ma che invece mi ha rilevato numerose sorprese.

“Bien arrivés, ҫa va? Ҫa va, Ҫa va!” Parole di benvenuto accompagnate da un sorriso contagioso che ti fanno sentire subito a casa.

All’aeroporto ci attendevano Stefano, Andrea e Lory, tre cooperanti napoletani che stavano in Burkina Faso dall’8 dicembre, nonché membri dell’Associazione Braccia Aperte che da quindici anni lavora in questo paese povero. Stefano, il Presidente dell’associazione, mi aveva più volte tranquillizzata per telefono. La paura di andare in un posto poco sicuro si faceva sentire ma non appena ho toccato la terra africana, quella degli Uomini Integri, ho subito avuto quella sensazione di benessere e di libertà che non avrei potuto neanche immaginare.

Non li conoscevo ma nel cuor mio sapevo che avrei condiviso con loro l’esperienza più bella della mia vita. Li avevo immaginati esattamente come erano: Lory con quel sorriso dolcissimo, Andrea con lo sguardo timido ma gli occhi penetranti, Stefano l’uomo integro bianco diventato burkinabè. Mi sentivo al sicuro ed ero pronta ad affrontare l’ennesima sfida della mia vita.

Sono arrivata a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso che nel dialetto mòoré (la lingua del posto) significa “siate i benvenuti nella nostra casa”. L’aeroporto è piccolo ma accogliente. Ad accogliermi non solo tanta gente ma un’infinità di zanzare che gironzolavano indisturbate. Sono le ventidue ora locale, un’ora in meno rispetto all’Italia.

Completamente rimesso a nuovo nel 2014, l’aeroporto interpreta esattamente l’immagine dell’Africa. Un caldo asfissiante, la vivacità della gente con i propri abiti coloratissimi, un ritmo della vita frenetico. L’aeroporto è gestito dall’esercito militare. Ragazzini poco più maggiorenni con l’espressione seria ed autoritaria. Sguardo perso nel vuoto e fucile tra le mani. Ma se provi a scherzare un poco con loro, riesci a strappargli un sorriso. In fondo, sono pur sempre ragazzini, devoti al lavoro ma pieni di vitalità.

Non appena sono arrivata, ho dovuto compilare un modulo con i miei dati anagrafici ed e ho esibito il visto ed il libretto di vaccinazione per la febbre gialla che in Burkina Faso è obbligatorio. Nel frattempo un ometto alto, dal volto rigoroso, mi ha chiamata per fare le impronte digitali attraverso un sistema che mi ha ricordato quello utilizzato all’Hotspot di Pozzallo, dove lavoro. Stessa procedura con la differenza che io ero stata autorizzata ad entrare nel paese africano. Perché noi occidentali possiamo andare dappertutto, anche in Africa. Loro invece, gli africani, non hanno scelta: devono entrare nel nostro continente in modo irregolare dopo aver affrontato il lungo viaggio della speranza che spesso si tramuta in un tunnel infernale.

D’altronde, nel mondo non tutti siamo uguali nonostante ognuno di noi è portatore di quei diritti sanciti dalla Carta dei Diritti dell’uomo.

Sono una immigrata in Africa, seppur regolare, che si appresta a conoscere una realtà che non è minimamente immaginabile.

Appena uscita dall’aeroporto, una folata di vento caldo soffiò sul mio viso. Mi guardo intorno e mi rendo conto di essere in Africa. “Sono in Africa, cavolo. Sto realizzando il mio sogno”. Il cuore mi batte forte, sono già innamorata di questo paese senza averlo ancora visitato.

La prima persona africana che ho conosciuto si chiama Jacob, un uomo originario del Togo che vive in Burkina e che nel quartiere di Gounghin, uno dei quartieri più poveri di Ouagadougou, ha realizzato un sogno attraverso la fonazione Bras Ouvert: togliere i bambini dalla strada e formarli per avere un futuro migliore. A loro ha dato una speranza ma soprattutto la possibilità di un riscatto di vita. Un uomo che non si è mai arreso, nonostante le difficoltà, e che ha trasformato la povertà in una possibilità. Alto, con occhi grandi e pieni di coraggio. Mi stringe la mano e mi da il benvenuto. Ci accompagna ai taxi. Due macchine di tipo mercedes vecchio tipo che barcollano con il carico dei nostri bagagli. In Africa ci si arrangia come si può: le nostre undici valige, che portano anche materiale umanitario, sono legate al portabagagli che non si chiude. Noi, siamo in cinque, io, Irene, Vincenzo, Paolo e Michele, accovacciati sul sedile posteriore delle auto che tremano durante il movimento. Dovevi stare attento anche ad aprire lo sportello della macchina perché senza volerlo te lo trovavi giusto in una mano. Per dire, mi sentivo in un film comico nel bel mezzo della notte africana.

Usciti dall’aeroporto, percorrendo la strada per casa, vedo tanti edifici abbandonati e mai realizzati con i cartelli giganti che indicavano finanziamenti invisibili dell’Unione Europea. In quell’istante, con il sorriso sulle labbra, mi sono sentita a casa. Da siciliana sono un’esperta di cattedrali nel deserto, opere incompiute che nella mia terra facciamo fatica anche a contare. Stessa cosa in Africa dove le cattedrali nel deserto sono più invisibili perchè ricoperte dalla terra rossa, la stessa che a volte mi trovo sul mio balcone di casa quando le tempeste che si abbattono in Sicilia provengono proprio da questo continente.

Arrivati a casa, un piccolo edificio immerso in un grande cortile gestito proprio da Jacob, ho conosciuto Dimitri, un giovane ragazzo che aveva dovuto lasciare la sua famiglia per trovare fortuna nella capitale. Di lui mi avevano già parlato Lory e Andrea facendomi presente che pur di studiare leggeva stando in piedi e al buio e facendo enormi sacrifici. Per questo motivo, per lui, avevo portato dall’Italia un computer su richiesta dei miei amici cooperanti. Quando gli abbiamo detto che avevamo un regalo per lui, Dimitri rimane sorpreso. Guarda il computer e i suoi occhi brillano di luce intensa. “Un cadeau pour toi, Dimitri”. Con la sua timidezza e profonda educazione lo prende con delicatezza, incredulo del fatto che qualcuno si era preoccupato per lui. L’emozione in quell’istante riscalda l’aria che ci circonda e riempie di gioia il cuore. Non riesco a spiegare la felicità di questo ragazzo e neanche la nostra. Per noi occidentali un computer è cosa banale. Per lui era come se gli avessimo regalato un’auto alimentata di parole nuove, di lingue differenti, di cultura. Un sogno nel sogno che si realizzava all’improvviso. Ed il cuore scalpitava di intense emozioni.

Stanca dal lungo viaggio, con scalo a Istanbul, vado a dormire nella stanza accogliente e calorosa che Lory aveva preparato per noi. Un grande letto a baldacchino con la zanzariera che mi impediva di guardare le stelle ma mi proteggeva dalle numerose zanzare che svolazzavano in ogni dove. I miei occhi si chiudono all’istante, anzi dopo un’avventura con un insetto a me ignoto.

Il mio sogno si stava avverando. Sono in Africa, dove nell’aria si respira forte la presenza di Thomas Sankara, il Presidente rivoluzionario che cambiò il volto del Burkina Faso e lottò contro i poteri forti che poi lo assassinarono. E ancora avevo tanto da scoprire e mille emozioni da vivere.

All’alba del giorno dopo, il canto del gallo mi fece sbalzare via dal letto interrompendo bruscamente il mio profondo e stanco sonno. In casa abbiamo il gallo, le galline e i pulcini che la mattina iniziano presto a svolazzare lungo il cortile sabbioso. In sotto fondo si sentiva la preghiera cantata della moschea vicina.

Dopo una brevissima doccia con l’acqua fredda, incontro Stefano che mi porta subito a prendere un nescafè al bar vicino casa. Mi sono immersa nel paesaggio africano che ancora dovevo conoscere. Le strade, completamente ricoperte di terra rossa, erano polverose e chiassose di prima mattina, piene zeppe di motorini fino all’inverosimile. Un vento freddo e polveroso, l’Harmatann, che soffia a nord est e a ovest dal Sahara al Golfo di Guinea, solleva la polvere e mi tinge di rosso. In questa zona dell’Africa questo vento viene considerato responsabile dell’irritabilità di uomini e animali. Effettivamente un poco irritabile c’è. Ti sommerge di sabbia ovunque, dalla testa ai piedi. Ma pian piano ci si abitua anche a questo. Alla sabbia, al freddo della mattina, al caldo afoso del resto della giornata, alle docce gelide, alla mancanza di tutti i confort.

Dopo aver ritrovato gli altri, ci incamminiamo verso la fondazione Bras Ouvert. Dobbiamo iniziare a lavorare per compiere, nel più breve tempo possibile, la nostra Missione.

La vita inizia presto in Africa. In un Paese dove la vita segue il ritmo del sole non può essere altrimenti.

Dalla strada si vedono alcune baracche di legno e lamiera, minuscoli esercizi commerciali. Poi piccole strutture ideate come abitazioni costruite con mattoni di terra cotta. Sembrava tutto desolante ma dietro questa apparente desolazione si nascondeva tutta la vivacità e la laboriosità di un popolo, quello africano, che non sta mai fermo. La gente è tranquilla, ci guarda ma non veniamo disturbati. I miei occhi si riempiono di colori ed i miei sensi di odori forti e contrastanti. Il paesaggio è piatto e durante il cammino scorrono le immagini di un quartiere palesemente povero dove la povertà non è altro che un requisito di vita, condizione caratterizzante per chi vive lì. Come se fosse normale. Ed io cammino per la via e non vedendo dove metto i piedi, mi trascino avanti con la mente per cercare di capire.

Ad un certo punto si sentono le voci dei bambini che gridano forte “Nassarà, nassarà”, nella loro lingua significa “bianco”. Ma io mi sento così bene nella mia diversità, circondata da tanto amore e affetto, che non mi rendo conto che una bianca come me si trovava in mezzo a tanti neri. Ragazzini e donne che ci sorridono ed io, che sorrido poco, spalanco gli occhi e inizio a ridere. Sono felice e non lo so ancora di cosa è capace la felicità. I bambini iniziano a correre verso di noi e fu subito festa. Sembrano farfalle in volo. Ci saltano addosso, ci abbracciano, ci baciano. Gridano di felicità alla vista dei nassarà, inconsapevoli del fatto che dall’altra parte del mondo c’è una guerra contro l’accoglienza.

I bambini con la loro naturalissima spontaneità rendono ogni momento speciale e i giovani sono portatori del futuro di questo paese, un futuro difficile da scrivere ma possibile grazie alla loro integrità e alla loro determinazione. Se solo l’occidente riuscisse a guardarli negli occhi per capire che l’Africa è la loro terra e a loro deve essere lasciata governare per liberarla da tutte le oppressioni inferte.

Entriamo nella fondazione. Struttura semplice e povera. Un’altalena con un sedile di legno e un’altra con la gomma di una ruota di macchina appesa ad un albero. Uno scivolo arrugginito e pericolante. Ma quelle piccoli pesti, che sembravano delle scimmiette atletiche, si arrampicano ovunque e con il sorriso volano in alto. Con poco, così poco, riescono a sentirsi liberi e felici.

Apriamo le valige con il materiale umanitario e scende il silenzio. Tutti seduti intorno ai regali che noi nassarà avevamo portato. Il regalo più bello e gradito sono i lecca lecca colorati che riempiono le bocche di circa una cinquantina di bambini. Ma anche le medicine. Un bambino si avvicina, china la testa e chiede se c’è una medicina adatta a risolvere il suo problema. Ha la testa appiccicosa, piena di una sostanza di cui non si comprende la sua origine. Non abbiamo qualcosa per lui ma Stefano gli promette di portarlo in ospedale. Sono contenti di aver ricevuto le medicine necessarie per la loro salute e quella delle loro mamme. Ci sono anche i completini di calcio e i palloni. Un regalo per i più grandi che sognano un futuro da calciatori, perché in Africa il calcio è lo sport che arricchisce e valorizza. I ragazzi giocano ovunque, a piedi scalzi sulla strada polverosa. Sembrano degli aquiloni che volano con la loro grinta ad una velocità supersonica. Mangiano solo riso ma il loro corpo è forte e robusto, nonostante sia privo di vitamine, proteine e sostanze nutrienti. D’altronde, se si pensa agli schiavi di un tempo si comprende bene perché la loro corporatura è più forte della nostra ed il contatto con la natura li rende anche più immuni poiché sviluppano anticorpi incredibili. Sono così gli africani.

Dopo aver distribuito i vestitini per i bambini abbiamo catalogato e sistemato i farmaci donati alla fondazione e a Jacob per curare chi ne ha bisogno. E sono tanti. In Africa se non hai i soldi non puoi curarti, quindi muori. Non c’entrano nulla le malattie, che sicuramente vengono a causa della mancanza di acqua e di condizioni igieniche idonee. La malaria, ad esempio, tipica malattia di questo paese si cura in pochi giorni ma la maggior parte dei burkinabè non ha i soldi per comprare le medicine che costano circa venti euro e che per loro sono una enormità. Le farmacie sono gestite dai francesi che guadagnano ingenti somme di denaro dalle percentuali che impongono sui farmaci.

Ritornando alla fondazione, mi viene subito in mente di chiedere a Jacob se i bambini frequentavano la scuola. In Burkina Faso si parla il francese ed io fortunatamente me la cavo, indi per cui posso trovare facilmente le risposte alle mie domande. Jacob mi dice che pochissimi bambini possono permettersi di pagare le rette scolastiche. Eppure bastano cento euro a bambino per garantirgli la scuola per tutto l’anno accademico. L’istruzione è un diritto inviolabile che rende libero l’individuo ed un intero popolo. E non solo in occidente. Nel corano, ad esempio, è scritto che Dio vuole la conoscenza. Perché la conoscenza libera l’uomo dalle oppressioni e lo rende più forte ed indipendente.

Nel mondo ci sono 57 milioni di bambini che non frequentano la scuola primaria, e di questi 32 milioni sono femmine. Ed è molto triste guardare questi bambini che senza istruzione non possono avere futuro. Penso alla fortuna che ho avuto, quella di studiare fino a frequentare l’Università. Mentre loro, che amano i libri e la cultura, non hanno l’accesso all’istruzione. “Come possiamo aiutarli?”, chiesi a Jacob e a Stefano. Ci vogliono i soldi, circa cento euro a bambino per potergli garantire gli studi per un anno. Non ci pensai un solo secondo. Decido di pagare le rette scolastiche a due bambini. La scelta è difficile perché su cinquanta bambini solo due posso “adottare”. Scelgo in base al mio istinto. Enymata, una bimba di tre anni che ha problemi all’udito e Tobric, un ragazzino con i capelli rossi che mi fece subito pensare a Mohamed, un minore non accompagnato che conobbi a Pozzallo durante uno sbarco e che mi raccontò di essere stato discriminato a causa della sua diversità.

Subito dopo ho conosciuto Div, il figlio di Jacob, un ragazzino di una intelligenza non comune che in pochi secondi ha imparato i nomi delle principali città italiane, compresa quella in cui vivo io. Da quel momento ho deciso di occuparmi anche di lui e dei suoi studi.

Gli altri amici cooperanti, increduli come me, decidono di sostenere le spese scolastiche di altri bambini. Successivamente, grazie al nostro appello, siamo riusciti a garantire l’accesso all’istruzione ad altri quattro bambini. Perché in fondo il cuore dell’Italia è grande, basta saperlo scuotere risvegliandolo dal torpore cui ci ha abituato la nostra società. E così, dopo averli conosciuti uno per uno, questi bambini, iniziai a sentirmi migliore. A stare bene con me stessa e a sentirmi meno responsabile per le sfortune di questi popoli. Per la prima volta non mi sentivo una privilegiata ma un tramite attraverso il quale donare opportunità a chi lo merita. L’Africa ti insegna anche a riscoprire te stessa, a ritrovarti quando hai perduto la strada della vita. A ritrovare il significato vero dell’esistenza, quello dei valori essenziali lontani dai beni materiali.

Alla fondazione c’è vita. I bambini urlano, ridono e giocano. Hanno voglia di apprendere dai nassarà e ci spingono ad organizzare ogni giorno attività di ogni tipo. Dal corso di informatica al corso di primo soccorso, a quello per l’educazione stradale. In Burkina Faso ci sono ogni giorno decine e decine di incidenti mortali. Un giorno, durante uno dei nostri viaggi, mentre attraversavo la capitale in auto, ho visto una donna stesa a terra dopo un incidente con la moto. Sembrava morta, ma non ne sono certa. I burkinabè svolazzano nelle strade affollate della capitale con motorini fatiscenti e privi di qualsiasi sicurezza. Non ho mai visto qualcuno indossare il casco e rispettare le segnaletiche stradali. Far capire a questi bambini l’importanza del rispetto del codice della strada, che in Africa esiste, è di fondamentale importanza per noi. A tal proposito, grazie all’aiuto di un artista burkinabè, siamo riusciti ad organizzare una recita teatrale proprio sulla sicurezza stradale. Ad occuparsene è stato proprio Jacob che per questi bambini, con enorme sacrificio, spende tutta la sua vita.

Ma c’è ancora tanto da fare. Ad esempio allestire la fondazione con strumenti utili. Non ci sono tavoli e sedie per organizzare i corsi di formazione. I bambini si siedono sui tronchi degli alberi spezzati e non hanno la possibilità di poter scrivere e disegnare poiché mancano dei tavolini su cui appoggiarsi. Quando Lory organizza le attività ludiche, con fogli e colori portati dall’Italia e con i trucchi per bambini, deve appoggiarsi sul pavimento pieno di polvere rossa. Mi piacerebbe poter donare alla fondazione banchetti e sedie, di quelli che nelle scuole si mettono da parte quando arrivano quelli nuovi.

La fondazione è molto importante per questi bambini. E’ una grande casa dove stare insieme, perché le abitazioni sono talmente piccole che durante il giorno si fa fatica a starci tutti insieme. In questo luogo meraviglioso, così povero di materiali ma ricco di intelligenze, i bambini possono crescere sani e arricchiti da un bagaglio culturale necessario per la costruzione del loro futuro. Qui si sentono protetti e sicuri, come in una grande famiglia. E noi siamo stati parte di questa splendida famiglia.

Come diceva Malala, la bambina pakistana che ha vinto il premio Nobel per la pace, “un bambino, un insegnante, una penna e un libro, possono cambiare il mondo”. E noi siamo qui affinché, nel nostro piccolo, questo mondo possa essere cambiato permettendo alle nuove generazioni africane di restare nei loro Paesi di origine con la possibilità di avere gli stessi diritti dei bambini occidentali. Questa è l’arma più potente che noi civili possiamo e dobbiamo utilizzare per aiutare chi ha avuto la sfortuna di nascere dall’altra parte del mondo.

Quasi metà della popolazione africana è composta da bambini e giovani al di sotto dei diciotto anni, una fascia di età che oggi è maggioranza in un terzo dei cinquanta cinque paesi dell’Africa. Per questo motivo è necessario che la Comunità internazionale, se vuole davvero aiutare questi popoli, deve intervenire investendo su tre aree fondamentali: istruzione, assistenza sanitaria, protezione ed empowerment delle donne e delle ragazze. Questa è la priorità assoluta per fermare l’emigrazione di massa che spinge molti africani a lasciare, seppur a malincuore, le proprie terre alla ricerca di un futuro migliore e spesso anche della salvezza. Questo è il nostro obiettivo che proveremo a raggiungere anche una volta tornati in Italia.

Quante cose si possono assimilare in poco tempo in un posto così pieno di vita e di contraddizioni. Il mio viaggio non è ancora terminato e le esperienze di cui parlare e sono tante. E’ difficile, molto difficile, raccontare l’Africa ma io proverò a parlare della mia Africa, di quello che ho visto, che ho vissuto e di ciò che mi porto nel cuore. L’opinione pubblica conosce questo continente per la sua povertà, io invece ho trovato la ricchezza in ogni risorsa e di questo parlerò.