I cani muti che abbaiano alla luna

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Avrei voluto scrivere, questa settimana, dopo aver assistito al siparietto televisivo tra l’ex ministro Padoan e l’attuale sottosegretario Castelli, su uno dei problemi più gravi della politica e della società italiana di questi ultimi anni, quello della selezione dei gruppi dirigenti di questo paese, non solo nella politica.

E cercare di capire perché, nonostante il “mantra del merito”, ossessivamente ripetuto fin dalle scuole elementari, oggi ci si ritrovi a dover fare i conti con una situazione, a questo riguardo, non poco preoccupante.

Ma, in corsa, ho deciso di cambiare, posponendo il tema della “selezione” a un prossimo articolo. In realtà, la motivazione del cambio di programma è stata la partecipazione, venerdì scorso, come relatore, insieme ad altre personalità molto più titolate e più note,  a un convegno organizzato dalla CGIL su un tema di stringente attualità: Principi di legalità, democrazia, lavoro.

Le motivazioni dell’iniziativa, al di là del merito oggettivo delle tematiche affrontate, sono state senza dubbio collegate alle minacce recentemente subite dalla segretaria generale della Confederazione sannita, la pugnace Rosita Galdiero.

Sicché mi pare giusto riprendere alcune idee, espresse all’assemblea dei partecipanti, durante il mio intervento, a vantaggio di qualche lettore ad esse interessato.

Ho avvisato i presenti che mi sarei inizialmente svestito della funzione per la quale ero stato invitato (quella di presidente provinciale dell’ANPI  di Benevento) preferendo utilizzare, per il mio intervento,   quella del mio lavoro quotidiano. Erano infatti molti gli studenti e le studentesse tra il pubblico.

In realtà, ci capita molto spesso di parlare, nelle nostre aule, di democrazia, di lavoro, di legalità.

Un concetto – quello di legalità –  strettamente connesso a quello di moralità.

Dalla dimensione delle scelte individuali si passa a quella, più alta e più complessa dell’etica comunitaria. Dell’etica del bene comune. E dei beni comuni.

La domanda è: Che devo fare per vivere una vita giusta e felice?

C’entrano legalità e moralità, con questa domanda. E sono tematiche alte, che non possono e non debbono essere svilite né dalla banalizzazione né dalla superficialità.

La filosofia, fin dalla sua nascita, ha sempre posto, tra le principali questioni del suo farsi, i destini della polis. Socrate, nell’Apologia, provoca i suoi concittadini ateniesi, che stanno decidendo di condannarlo a morte con una serie di accuse surrettizie, dicendo loro che non solo avrebbero dovuto assolverlo ma, oltre a ringraziarlo per essere stato la loro coscienza critica, avrebbero dovuto deliberare di erigergli una statua nel Pritaneo -una sorta di Pantheon dove venivano ricordati gli ateniesi  illustri- per avere svolto, con impegno costante e con onore, la funzione di chi interroga i suoi simili sui temi forti della vita comunitaria.

Alla maniera di un tafano, certo. Di un insetto fastidiosissimo, di sicuro non gradito. Ma è la funzione del filosofo, spesso, a non essere gradita.

La risposta di Socrate alla domanda è chiara: noi saremo giusti e liberi fin quando saremo schiavi delle leggi. Democrazia Lavoro Legalità: C’è una sola parola che le lega e le contempla, contenendole tutte e tre. E questa parola è Costituzione.

Ossia, per noi, la garanzia della giustezza e della universalità delle leggi.

Eppure capita che lo stesso Socrate si rifiuti di ubbidire a un ordine. Quando, nel 404 a C., i trenta tiranni ordinano, a lui e ad altri quattro cittadini, di arrestare un esponente democratico, un tale Leone di Salamina, per metterlo a morte, Socrate si oppone all’ordine «preferendo – così come ci racconta Platone nella VII lettera –  correre qualsiasi rischio piuttosto che farsi complice di empi misfatti».

Sicché quando talune leggi sfuggono a questa garanzia, sarà opportuno rifiutarsi di applicarle e anche di disobbedire ad esse.

Per passare dall’antica storia di Atene alla nostra attualità, sembra chiaro che con l’approvazione, in queste ore, del decreto sicurezza, la Costituzione venga, di fatto, stravolta e l’Italia entri, come si legge in una dichiarazione di Carla Nespolo, la presidente nazionale dell’ANPI, in una sorta di “apartheid” giuridico.

Sembra incredibile che un parlamento della Repubblica, nata dalla Resistenza al nazifascismo, abbia potuto approvare una legge simile. Sembra incredibile che sia stato sferrato un colpo tanto pesante al diritto di asilo, all’accoglienza, all’integrazione.

Una ruspa – che metafore indecenti si usano in questi giorni tristi –  che sbanca l’articolo 10, l’articolo che tutela la condizione giuridica dello straniero, conformandosi alle norme del diritto internazionale, generalmente riconosciute.

Una ruspa contro un modello che ha generato ricchezza e convivenza civile a quelle comunità che hanno avuto la responsabilità politica e il coraggio etico di sperimentarlo. Tra l’altro finendo con il non risolvere per niente il problema del controllo dell’immigrazione clandestina.

In questi giorni ho terminato di leggere un libro, bello e ponderoso, di Antonio Scurati, “M, il figlio del secolo”, che ricostruisce, con la seduzione della scrittura coinvolgente del romanziere, la genesi del fascismo fino al delitto Matteotti.

E’ un libro di cui mi permetto di consigliare la lettura. Esso ha generato in me inquietudine e angoscia. La storia non si ripete mai. Ma potrebbero ripresentarsi le condizioni in cui talune, ben note pulsioni  comincino a riprendere vita, a ricostituirsi in forme nuove e a riaggregarsi in strutture e organizzazioni che riportano con prepotenza alla memoria e alla coscienza la celeberrima, terribile  diagnosi  di Piero Gobetti sul fascismo come la più fedele autobiografia della nazione.

Sarà possibile uscirne?   Sì, se uomini e donne saranno in grado di ritrovarsi sui valori condivisi della democrazia, del lavoro della legalità, dei valori della Costituzione e – insieme –   ripartire sulla strada della conoscenza. Il nuovo fascismo lo si sconfigge così, con la conoscenza, con i saperi, con lo studio, con la ricerca e con le buone pratiche politiche,  individuali e collettive.

C’è un passo di Isaia che credo faccia al nostro caso. Dice: “I guardiani d’Israele son tutti ciechi, senza intelligenza; sono tutti dei cani muti, incapaci d’abbaiare; sognano, stanno sdraiati, amano sonnecchiare. Sono cani ingordi, che non sanno cosa sia l’essere satolli; sono dei pastori che non capiscono nulla; son tutti vòlti alla loro propria via, ognuno mira al proprio interesse, dal primo all’ultimo.” (Is. 56, 10-11)

“E a che servirà mai (conclude il profeta) un cane muto se non protegge la casa?”

Per molto tempo siamo stati cani muti. In fondo, come ricorda Nanni Moretti, Salvini, essendo il principale esponente dell’estrema destra, non fa altro che il suo lavoro. E’ la sinistra a non fare più il suo. Sicché appare necessario ricominciare ad abbaiare. Ma non alla luna. Magari ricominciando ad azzannare anche qualche polpaccio.

E’ l’ora di organizzare una resistenza civile e culturale larga, diffusa, unitaria.

La nostra parola d’ordine dovrebbe essere: L’umanità al potere! Ma non domani. L’umanità al potere, adesso.