The Donald, the ladies and the trump

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Al confine sud degli Stati Uniti si sta consumando l’ennesimo dramma della distanza dal nostro tempo.

Centinaia di disperati, in marcia da settimane, sfidano il Presidente degli States, fuggono dalla fame, dagli stupri, dalla miseria, portandosi dietro l’unica certezza che li spinge a questo esodo disperato: il non avere nulla a cui tornare.

8247 persone, questo uno dei dati che ha quantificato la “carovana” che si è messa in marcia lungo le strade dei paesi poveri dell’America latina, per provare a costruirsi un futuro.

In Italia ne abbiamo parlato poco, perché ciò che ha riempito le pagine dei giornali sono i nostri migranti. I rapporti diffusi dalle organizzazioni internazionali parlano del fenomeno migratorio, descrivendo l’aumento del numero di persone che, nei prossimi anni, fuggirà da guerre, limitazioni dei diritti umani, ma anche dall’inaridimento della terra, dall’inospitalità del clima, dalla fame.

Si parla di milioni di persone, individuando alcune zone che saranno oggetto della pressione più forte. Il mediterraneo ovviamente è uno di questi luoghi di transito e l’Italia è al centro di un flusso che non sembra in alcun modo destinato a fermarsi. Le politiche messe in campo dalla comunità internazionale in questi anni non hanno tenuto conto dell’unico elemento che può scoraggiare l’immigrazione povera, ovvero la lotta alla povertà.

Nel dibattito tra rigoristi e buonisti, tra fautori della legge e dell’ordine e radical chic, io prendo posizione e mi schiero nel campo dei buonisti.

Già, di quella gente che tifa per i disperati, sporchi e affamati.

Lo so, sono una brutta “perZona”, una “genta” che ama fare il buono, ma non ospita nemmeno un migliaio di migranti a casa propria.

Abbiamo sentito e letto di tutto, persino questa roba qui. “Accoglieteli a casa vostra” è la new age del “aiutiamoli a casa loro”, che ovviamente fa il paio con “se l’è cercata”, per la nuova cooperante rapita a casa loro, in Kenia, o giù di lì.

Eh si, perché in fondo, che si tratti del Messico, dell’Africa nera, o di qualche sperduto posticino in Asia minore, parliamo pur sempre degli altri, e gli altri non siamo mica noi, ma restano pur sempre gli altri. Il prossimo è sempre meno prossimo nei vangeli apocrifi del fascismo 3.0.

Abbiamo bisogno di costruire i muri, di sparare lacrimogeni, di garantire che la nascita sia tutto, o quasi. E’ il gioco della briscola, che per ironia della sorte gli anglofoni possono definire “trump”, proprio come Donald, il muscolare capo degli Stati Uniti più democratici del mondo.

In questo gioco vince chi spara all’altro, al diverso, al malato, allo storpio, al disabile, allo straniero. E’ il “cattivismo” bellezza, ed è anche ora che questo neologismo venga preso seriamente in considerazione dall’accademia della crusca.

“Cattivismo”, ovvero la tendenza a mostrarsi cattivi, per interesse, passando sulla pelle della gente. In fondo, sono solo persone. Possiamo anche arrivare alla regressione del dibattito, uscire da questo fastidioso buonismo, consegnarci con amore e fiducia al cattivismo, e dire che nell’eterna lotta tra essere e avere abbiamo scelto l’essere e che chi non può avere, perché non può essere, beh… che si fotta, e tanti saluti. “Mangino baguette”, si sente urlare dall’Eliseo, mentre i gilet gialli mettono Parigi a ferro e fuoco. Loro sono francesi, proprio francesi di Francia, quindi serve che i buonisti facciano di tutto per giustificarli.

Libertà, uguaglianza, fratellanza, ma le lady che si ammassano al confine messicano, quelle violentate a turno dai miliziani paramilitari di qualche cencioso e lontano posticino, hanno la faccia troppo scura, vestono poco alla moda, non hanno nemmeno messo addosso qualche goccia di Chanel n. 5, per poter contare sulla nostra solidarietà.

Ma si, ha ragione Donald: ributtiamole indietro. “Two stupr is megl che uan”, maledetti buonisti del piffero!