La Povertà in Italia: dati da terzo mondo.

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La Povertà in Italia: dati da terzo mondo.

La fotografia dell’Italia che di recente ci consegnato l’ISTAT (rapporto sulla povertà 2017) è allarmante perché ci racconta di un paese povero ed immobile. Drammatica se inserita nell’ambito di un quadro economico recessivo che, anche se tecnicamente conclusosi nel 2014, continua a produrre disagio e crisi sociale.

I dati diffusi ci dicono, infatti, che nel nostro paese ci sono 1 milione e 778 mila famiglia in condizioni di povertà assoluta (si tratta di circa 5 milioni di individui di cui 1 milione e 208mila sono minori): l’incidenza di povertà è, dunque, pari al 6,9% della popolazione con un incremento di due decimi di punto rispetto ai dati del 2016 ed è il dato più alto registrato dal 2005.

Inoltre, tale povertà aumenta nel Mezzogiorno sia per le famiglie (dall’ 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (dal 9,8% all’11,3%), soprattutto per il peggioramento registrato nei Comuni di area metropolitana e nei comuni più piccoli.

Cresce anche la povertà relativa che riguarda 3 milioni e 172 mila famiglie residenti e circa 9 milioni di individui. La situazione è davvero preoccupante dal momento che i dati di cui si parla sono calcolati sulla base di una soglia che l’ISTAT ha quantificato in 1.085 euro (il dato equivale alla spesa media mensile pro-capite): i nuclei familiari di due persone che ogni mese hanno una spesa pari o inferiore a questo valore, quindi, sono da considerarsi “relativamente poveri”.

Questo significa che i dati sulla povertà relativa parlano dei meno poveri tra i poveri, uomini e donne che lavorano, ma faticano a vivere e non hanno speranza di miglioramento.

Molti sono quindi “working poor”, quei lavoratori e quelle lavoratrici che, in questi anni, si sono notevolmente impoveriti e non solo in Italia.

Il dato qualitativo è anch’esso preoccupante. Sono povere le famiglie più numerose (4 o 5 componenti) o le famiglie in cui il capo-famiglia sia giovane e con un livello di istruzione minore: l’incidenza della povertà, infatti, aumenta tra i giovani (under 35) mentre diminuisce in riferimento alle persone in pensione (ultra 75).

Malissimo se la passano gli immigrati dato che quasi il 32% dei poveri assoluti è appunto straniero, a dispetto delle retoriche pubbliche e “nazional-populiste” che li immaginano in condizioni più favorevoli. Anche l’Eurostat conferma che l’Italia è il paese che conta più poveri, tra gli altri paesi europei.

I tassi sulla privazione sociale sono calcolati in base ad una serie di indicatori economici quali la possibilità di evitare arretrati (mutuo/fitto/bollette), riscaldare la propria casa, mangiare carne o pesce tre volte a settimana, sostituire i vestiti logori o permettersi una vacanza annuale.

Si acuisce, inoltre, il divario tra i molti poveri e i pochissimi ricchi così come avviene già da molto tempo a livello globale: gli ultimi dati del Mef sulle dichiarazioni Irpef 2017 rivelano che metà degli italiani posseggono un reddito inferiore ai 15 mila euro mentre coloro che dichiarano un reddito superiore alle 300mila sono solo lo 0,1%.

Un quadro sconfortante rispetto al quale i governi dovrebbero dare risposte che introducano misure strutturali e non solo congiunturali.

La povertà è, infatti, un fenomeno complesso che dipende da numerosi fattori: non è legato alla sola mancanza di reddito ma è anche strettamente connesso con il livello di istruzione, con l’accesso alle opportunità e, in definitiva, con la possibilità di partecipare pienamente alla vita economica e sociale del paese.

Le politiche nazionali per l’inclusione sociale, pertanto, si caratterizzano per una gamma di iniziative e compiti differenziati, sia per ambito di intervento sia per tipologia di strumenti. Nello specifico, alcune misure sono destinate a sostenere i redditi delle persone e delle famiglie, con particolare riguardo agli interventi d’inclusione attiva, finalizzati alla graduale conquista dell’autonomia.

Tra le misure di sostegno al reddito, il governo Gentiloni ha previsto, a partire dal 2018, il Reddito di inclusione (REI), destinato ai nuclei familiari in povertà assoluta, arrivata certo troppo tardi rispetto ad una situazione che già dal 2012 vedeva raddoppiata la povertà.

Si tratta di una misura condizionata alla prova dei mezzi (da valutare cioè in base al modello ISEE ossia l’indicatore della situazione economica), che prevede un beneficio economico diretto e altri servizi alla persona: è necessario però il rispetto di alcune condizioni come l’adesione del soggetto richiedente ad un progetto personalizzato di inclusione sociale e lavorativa predisposto dall’ente locale di riferimento.

Ma gli italiani evidentemente non si sono fidati e hanno considerato più appetitosa ed affidabile la proposta del Reddito di cittadinanza che rappresenta, con ogni probabilità, la promessa più impegnativa fatta dal Movimento 5 stelle durante le elezioni.

Gli italiani che sono al di sotto della soglia di 780 euro (cioè in povertà assoluta), avrebbero, infatti, diritto a percepire tale somma: sia chi non lavora, sia chi, pur lavorando o percependo una pensione, non raggiunga tale soglia (e otterrebbe quindi una sorta di integrazione al reddito).

Si tratterebbe di circa 9 milioni di italiani per un totale di almeno 15 miliardi di euro. Il problema, più volte sottolineato in campagna elettorale, è che però non ci sono le coperture finanziarie, tant’è che, a dispetto degli annunci e degli slogan, uno stop già sarebbe stato imposto da parte del Ministro dell’Economia Giovanni Tria coadiuvato dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti.

Problemi gravi rispetto ai quali le file ai Caf, all’indomani delle elezioni, da parte di quei cittadini che pensavano di poter ottenere subito tali benefici, suscitano un moto di tenerezza mista a rabbia. Su questo si giocherà il futuro del governo? E la credibilità di Di Maio e dei 5stelle? Chissà….

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Sara Fariello, 43 anni, sociologa del diritto presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli. Da diversi anni, soprattutto dopo essere diventata madre, mi occupo di maternità e questioni di genere nella convinzione che il nostro Paese sia un paese ancora fortemente maschilista, omofobo e sessista. Il mio ultimo libro, Madri assassine, è una riflessione cui sono molto legata perché sintetizza e condensa le mie esperienze personali e professionali e rappresenta una sorta di spartiacque tra un “prima” ed un “dopo”. Le relazioni intellettuali e politiche con le altre donne mi hanno, infatti, spinta verso il pensiero e la pratica femminista: la “casa delle donne” di Napoli è un laboratorio di idee e progetti che amo frequentare. Credo che “militanza” intellettuale e politica debbano camminare insieme; la critica sociale non può essere disgiunta dall’impegno civile. Da ricercatrice, da cittadina e da donna cerco di dare il mio piccolo contributo.