Perdere il lavoro, smarrire il senso

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Di analisi sulle riforme che hanno trasformato – anche stravolto, precarizzandolo – il mercato del lavoro nonché la struttura delle garanzie a tutela dei lavoratori e delle lavoratrici, è piena la letteratura scientifica di tipo sociologico.

A partire dalle riflessioni di Jeremy Rifkin sulla “fine del lavoro”, molti autori hanno ritenuto di dover analizzare il passaggio dal taylor-fordismo alla globalizzazione o alla società dei servizi, nonché gli effetti di questa drammatica trasformazione sulle persone (in particolare si ricordi “L’Uomo flessibile” di Richard Sennett).

In questo quadro, l’ultimo libro di Pietro Piro, “Perdere il lavoro, smarrire il senso”, aggiunge un tassello importante alla riflessione generale.

Grazie alla sensibilità che lo contraddistingue, Piro ci conduce nell’universo di chi il lavoro l’ha perso e, insieme a questo, ritiene di aver perso anche la dignità. Perché, non dimentichiamolo, è mediante il lavoro che si esercita la cittadinanza poiché esso rappresenta un fondamentale strumento di inclusione sociale: in una Repubblica fondata sul lavoro, la partecipazione alla vita sociale ed economica passa necessariamente attraverso la conquista di un reddito e di una collocazione professionale o lavorativa.

Il lavoro è, d’altronde,  “il più sociale dei bisogni”, è a fondamento dell’identità personale ed aiuta a trovare “un posto nel mondo” (il lavoro come appartenenza). Chi lo perde sente di essere rimasto indietro, si sente inutile e –  appunto – smarrisce il senso. Penso, a questo proposito, al concetto di désaffiliation, così come elaborato da Robert Castels, ossia quel particolare tipo di dissoluzione del legame sociale che è il risultato di un processo nel quale la precarietà, la fragilità e la vulnerabilità sociale conducono verso l’indigenza, l’isolamento ed, infine, l’esclusione dell’individuo dalla società.

Intorno a questa questione ruotano le storie che Piro ha raccolto nel corso della sua esperienza di supporto educativo svolto presso il Servizio Sociale del Comune di San Lazzaro di Savena.

Il suo è, dunque, lo sguardo dell’operatore sociale, non distaccato ma partecipe ed empatico che si volge verso un “universo di soggettività sofferente che attraverso la narrazione della propria biografia cerca aiuto per poter sopravvivere in un mondo percepito come ostile e minaccioso”. Ecco che la sua “mission”, che poi è quella propria dell’educatore, è stata quella di dare ascolto e comprendere, supportare ed orientare.

Contro la retorica secondo la quale “il lavoro non c’è o non c’è per tutti” egli ricorda, da “ingenuo” coraggioso, come, al contrario, ci sia un gran bisogno di lavoro, soprattutto di quello che si può svolgere a beneficio della collettività e a difesa dell’ambiente (economia circolare, sostenibilità, riuso e cooperazione).

Purtroppo, l’attuale sistema economico – il finanzcapitalismo come lo ha efficacemente definito Luciano Gallino – brucia denaro ed energie, utilizza e sfrutta risorse per poi espellerle quando non servono più, come se si trattasse di eccedenze umane o cascami di produzione (le vite sprecate come le definisce Piro).

Così, la perdita del lavoro crea una spirale negativa i cui effetti perversi si manifestano in tutte le dimensioni individuali: questo genera un pericoloso senso di colpa che può gettare nello sconforto, provocare una grave depressione fino a spingere l’individuo, nel più drammatico dei casi, alla scelta estrema.

Perché “lavorare stanca, ma non lavorare uccide”.

L’autore però non si limita all’analisi dell’esistente, non si sottrae alla responsabilità e al “dovere morale” di individuare ed indicare possibili alternative: la soluzione proposta infatti non è reddito per tutti, come una politica miope vorrebbe far crederci, ma lavoro per tutti! In questa prospettiva viene inquadrata e letta anche l’ipotesi avanzata dal sociologo napoletano Domenico De Masi “lavorare gratis, lavorare tutti”, alla quale Piro dedica una parte delle sua elaborazione.

Pur essendo consapevole che in un contesto di elevata disoccupazione il lavoro gratuito può acuire povertà e disuguaglianza sociale, egli ritiene che l’opzione di De Masi non sia una semplice provocazione ma una sfida, un contributo alla riflessione, uno “strumento di convivialità responsabile”.

Opportunamente integrata con l’introduzione di un salario minimo o un un reddito di cittadinanza, la “rivolta del gratuito” può farci venir fuori dalla disperazione, dall’“orrore umano ed economico” e spingerci verso la costruzione di una società più giusta e più felice. D’altronde, già l’ipotesi della decrescita ci ha fatto scrutare orizzonti diversi e possibili strade alternative a quello che Serge Latousche chiama l’ “inferno della crescita” ossia l’economia capitalistica della produzione e del consumo basata solo sulla valutazione del Pil.

Al contrario, un’alleanza tra disoccupati e lavoratori sfruttati, attraverso un processo di acquisizione di una consapevolezza collettiva, può condurre a forme nuove di cooperazione e di lotta.

In questo senso, dovremmo anche cercare di produrre fraternità, che non è un ossimoro come fanno notare Maurizio Giamvaldo e Giuseppe Mattina. Oggi, c’è, infatti, un nesso sempre più stretto tra imprenditorialità, lavoro ed innovazione sociale: la progettualità sociale può essere uno straordinario ed utile strumento per pensare, realizzare e diffondere esperienze di successo che creino ricchezza ma che siano anche sostenibili ed aiutino le persone ad uscire dalla marginalità.

Completano il libro una serie di saggi di Sociologia Critica: in particolare si segnala quello dedicato alla lezione di Don Lorenzo Milani, oggi più attuale che mai, e quello che riguarda una originale rilettura del pensiero di Ivan Illich. Un libro che, dopo averlo letto, dovrebbe continuare ad accompagnarci visto che tanti e di grande qualità sono gli spunti di riflessione che ci offre.