Perché il radical chic

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Da un po’ di tempo, l’accusa che viene rivolta ai critici del sedicente “cambiamento”, a chi contesta la politica dell’improvvisazione, il qualunquismo, la sciatteria e il populismo becero e feroce è quella di essere un pidiota, una maglietta rossa, un rosicone, un buonista…un radical chic.

In questo modo, attraverso la creazione di una specie di neolingua, fatta di parole privative, delegittimanti, vuote e denigratorie al tempo stesso, si sta producendo un progressivo deterioramento della logica e del senso comune, fino a determinare una sorta di opacizzazione, se non stravolgimento, della realtà fattuale.

E, così, i volontari delle O.N.G. sono diventati avidi speculatori al soldo di chissà quali poteri occulti ed i migranti disperati e depredati del Terzo mondo, dei crocieristi con rolex, cuffiette e smalto rosso.

Questo codice linguistico bizzarro, barbaro e rozzo al tempo stesso, si rivela estremamente pungente ed efficace: agisce, infatti, come una sorta di neutralizzatore semantico, di potente strumento di delegittimazione che, senza entrare nel merito dei temi e delle questioni affrontate, opera come un argumentum ad hominem, un meccanismo di screditamento ad personam, che attacca l’interlocutore e non l’argomentazione.

La stessa locuzione radical chic, che pure sin dalle origini non conteneva certo un’accezione positiva, è stata del tutto stravolta. E così viene utilizzata con un significato tutto italiano, che nulla ha a che vedere con quanto descritto da Tom Wolfe, l’autore de “Il falò delle vanità” che la coniò nel lontano 1970.

Il giornalista americano con tale espressione voleva descrivere quanto accaduto ad un party organizzato da Felicia Cohn Montealegre, compagna del direttore d’orchestra Leonard Bernstein, nel loro attico a Manhattan, per raccogliere fondi a favore della storica organizzazione rivoluzionaria marxista-leninista afro-americana delle black panther. Con raffinata ferocia Wolfe, sul New York Magazine, stigmatizzava quei ricchi e raffinati borghesi che, dai lori orti sallustiani, dai fasti e dalle agiatezze del loro privilegio, si facevano ferventi, quanto improbabili ed ipocriti difensori delle classi più deboli, povere ed emarginate.

A ben vedere il giornalista americano non aveva inventato nulla di nuovo, perché l’espressione radical chic esisteva, con varianti autoctone, in molti altri paesi: in Spagna e Portogallo come “sinistra al caviale”, in Francia come “borghese-bohèmien”, in Inghilterra come “sinistra champagne”, in Germania come “Toskana-Fraktion”, per indicare le vacanze in Italia degli intellettuali altoborghesi.

Dal nostro punto di vista, però, la locuzione radical chic nel nostro Paese ha, progressivamente, subito una profonda mutazione semantica, assumendo una connotazione geneticamente differente, che poco o nulla ha a che vedere con la posizione socio-economica e, talvolta neanche culturale, del presunto radical chic.

Qui da noi, infatti, non importa quale sia il tuo conto in banca e la classe sociale di appartenenza e quali studi tu abbia fatto: se mostri senso critico, umanità, autonomia di pensiero rispetto a chi propone soluzioni semplicistiche, irrealizzabili e muscolari, prive di approfondimento ed elaborazione, allora sarai bollato come radical chic.

Sei un insegnante, un ingegnere, un imprenditore, un avvocato, un artigiano, un industriale, un operaio, un cuoco, un magistrato, un commerciante, un panettiere? Disponi di una abitazione in fitto, di una casa di proprietà, magari hai anche quella al mare e, addirittura, l’anno scorso ti sei potuto permettere l’auto nuova? O invece sei un lavoratore interinale che vive con i genitori e che non arriva a fine mese? Insomma, credi di avere il diritto di criticare, d’indignarti per le ingiustizie, per il razzismo, per la stupidità ed antiscientificità di alcune aberranti asserzioni?Ebbene, sei anche tu un radical chic!

In definitiva, già da qualche tempo, avevamo come la sensazione che un certo mondo qualunquista, populista, fascistoide, rozzo, nichilista, anarcoide e fancazzista, ci stesse rubando le parole, che sono importanti perché indispensabili per descrivere correttamente la realtà.

E, così, l’immunologo di fama mondiale è diventato un professorone spocchioso con la puzza sotto il naso, il giornalista minacciato dalla Mafia, un privilegiato che gira con la scorta, la presidente di una fondamentale istituzione repubblicana può essere offesa e sbeffeggiata con epiteti volgari, sessisti, falsi e infamanti. Allo stesso modo viene bollato come radical chic tutto ciò che ha a che fare con il progressismo, la solidarietà, la laicità, la cultura, la compassione, il buon senso, l’umanità.

Abbiamo, pertanto, deciso di fare qualcosa per difendere le parole, prima che le persone e i fatti!

Vogliamo contrastare quella che ci sembra una subdola strategia di banalizzazione e demonizzazione, che ha come obiettivi non tanto le classi economiche alto borghesi, quanto piuttosto quel pezzo di società critico, laico e libero, composto da tutti i cultori del libero pensiero, dello stato di diritto, delle libertà costituzionali, della laicità, quale che sia il loro conto in banca, il titolo di studio e i libri letti.

Perché pensiamo che sia quanto mai urgente riappropriarsi delle parole, dei nomi, dei concetti e, così facendo, del senso delle cose che ci circondano. Per fare tutto questo abbiamo pensato di cominciare, con quella che è una provocazione ovviamente, riappropriandoci delle offese che ci vengono rivolte, come appunto quella di essere “radical chic”, per disinnescarle destrutturandole, prima di tutto, con l’ironia.

E così nasce “ilradicalchic”, un periodico libero e indipendente, svincolato da partiti e potentati economici e politici, che non beneficia del finanziamento pubblico e che ha come propria unica guida la Costituzione repubblicana antifascista.

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Sono nato nel 1970 in un paesone della Provincia di Napoli della Terra dei Fuochi e per 10 anni ho fatto l’avvocato penalista prima ed il giudice onorario poi. Dal 2008 sono ricercatore di sociologia del diritto, della devianza e mutamento sociale presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, dove insegno “Comunicazione interculturale”. Il mio ambito di ricerca riguarda la dimensione del conflitto, soprattutto in una prospettiva culturale e l’analisi dei processi migratori e d’integrazione. Sono giornalista pubblicista e nel 2007 ho fondato la Rivista Italiana di Conflittologia (www.conflittologia.it), mentre nel 2011 ho costituito il Consorzio Universitario per l’Africa ed il Mediterraneo (www.cuam.eu) con l’intento di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata nell’area afro-mediterranea. Sono sempre compulsivamente portato a dire quello che penso, anche se mi sforzo strenuamente per cercare di contenermi. Questo aspetto del mio carattere non credo abbia giovato alla mia vita; ma sono sicuro ne abbia beneficiato il mio fegato. E va bene così. Mi piace il jogging, il krav maga, il vino e il mare del Salento dove mi rifugio, appena possibile, nella mia casa di San Foca. Vivo nel Sannio con Giovanna, Annachiara, Alfonso e Chaplin, il nostro Golden Retriver, che adoro come tutti gli altri animali che evito di mangiare.