L’agonia del sindacato e la morte del lavoro

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Una vecchia canzone diceva: “ .. cosa resterà di quegli anni ’80?”

Dopo 32 anni di servizio in una multinazionale, 53 anni di età ed una lunga militanza in un sindacato confederale, mi pongo tutt’ora la stessa domanda, alla quale provo a dare una risposta attraverso una analisi di quella che è stata, che è e che sarà la mia vita lavorativa. Poco più che ventenne, arrivai a lavorare per caso in fabbrica: ricordo l’impatto con la tecnologia di allora e ancor di più l’impatto con lo stipendio.

Nel 1987 percepire uno stipendio pari a 1.500.000 delle vecchie lire, fece sobbalzare me, ma anche i miei amici e familiari, considerando che la paga media di un impiegato della PA era nettamente inferiore.

Naturalmente in fabbrica fui subito avvicinato dai vari componenti le RSA e cedetti subito alle lusinghe diventando attivista prima e, piano piano, RSA, poi RSU poi segretario provinciale etc.

La fabbrica (o per meglio dire il sistema produttivo italiano) ad inizio anni 90 era in fermento: si produceva, si raggiungevano gli obiettivi produttivi e di conseguenza si raggiungevano quelli economici.

C’erano anche i premi per obiettivi che andavano ben oltre gli aumenti contrattuali previsti dal CCNL e, addirittura, c’erano gli aumenti previsti dalla contrattazione di secondo livello, ormai scomparsa, che aggiungeva ulteriori quote economiche alle già congrue paghe.

Con il passare del tempo e con la demonizzazione delle organizzazioni sindacali fatte dai governi che si sono succeduti dagli anni 90 in poi, è sempre più diminuito il peso specifico delle OO.SS. e, di conseguenza, la quantità e la qualità delle contrattazioni che hanno caratterizzato le attività politiche sindacali che bene (e a volte male) hanno operato in quel periodo.

Benché ancora annoverati tra i paesi più industrializzati al mondo, siamo, nostro malgrado, costretti a confrontarci con un mercato globale che ci ha colti completamente impreparati al radicale cambiamento, travolgendoci in nome di una globalizzazione che ha mietuto e mieterà sempre più vittime.

L’avvento della tecnologia, auspicato per aumentare la produzione ad un costo forse inferiore favorendo così una maggiore competitività, ha aumentato il divario tra il suo apporto e la capacità degli addetti alle relazioni sindacali di capire dove potesse portare la sua applicazione, rispetto ad una classe operaia forse non pronta a rispondere alle esigenze del mercato del lavoro.

Il sindacato italiano tutto, nessuna sigla esclusa, è arrivato con eccessivo ritardo a capire il problema e, di conseguenza, le organizzazioni sindacali si sono trovate a dover rincorrere una condizione sempre più difficile da realizzare e, cioè, riuscire a far conciliare le richieste di maggiori servizi da dare agli iscritti e cercare di rallentare l’ormai avviato fenomeno di erosione delle tutele, oltre che far fronte alle continue mutazioni che il mondo del lavoro stesso richiede anche a causa dei continui cambiamenti economici, produttivi e politici in atto.

Una volta si facevano battaglie per migliorare la qualità di vita all’interno delle fabbriche: ci si batteva per avere un vestiario idoneo piuttosto che una mensa, si richiedevano sistemi di protezione antinfortunistici e magari si pensava a migliorare la qualità dell’ambiente interno alla fabbrica (servizi igienici all’altezza, distributori automatici di bevande … piccole conquiste che però erano segnali tangibili di un miglioramento generale evidente).

Ottenuto questo, l’attenzione sarebbe dovuta andare verso altre e nuove problematiche, ad esempio come ottenere una giusta formazione al fine di poter migliorare la qualità del lavoro stesso e magari pensare anche i poter fare dei passi avanti, in termini di progressione di carriera.

Bisogna riconoscere che la classe dirigente sindacale non è stata pronta a cogliere le sostanziali differenze che caratterizzano il lavoro di oggi rispetto a quello che è stato in passato. Troppo profondo il gap che si è creato tra le richieste delle imprese, le necessità dei lavoratori e la (in)capacità della classe dirigente sindacale di trovare un equilibrio: forse oltre che per manifesta incapacità, anche per mero egoismo o interesse a mantenere certi privilegi, ormai innegabilmente consolidati da decenni di attività.

Sempre più burocrati, politici e meno attivisti, una delle colpe dei vertici sindacali è stata quella di creare una distanza tra loro e la vera forza sindacale, la classe operaia: poca formazione, poca informazione e sempre meno coinvolgimento della base.

Abbiamo assistito per anni a rinnovi contrattuali sempre più poveri, a tutele che ci venivano rosicchiate di anno in anno ed a errori gravissimi che, a lungo andare, hanno determinato un forte allontanamento dal sindacato dei lavoratori storici ed una mancanza di attenzione ed interesse da parte dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro.

L’abolizione dell’articolo 18, le clausole previste dal Jobs act, la legge “Fornero” e l’innalzamento dell’età pensionabile hanno fatto il resto.

Non uno sciopero, né una forte presa di posizione per far fronte alla macelleria sociale perpetrata a danno dei lavoratori. Non a caso, negli ultimi due anni sono state circa 500.000 le defezioni dal sindacato, débâcle storica mai successa prima (io, anticipando i tempi, tra questi).

La forza lavoro di una fabbrica dei giorni nostri non la si può definire “la classe operaia” ma, piuttosto, è un insieme di “classi operaie”, perché composta da più raggruppamenti e cioè :

  • gli “anziani” (cioè io), ossia, persone che avendo superato i 52/53 anni ed ormai vecchi per il mondo del lavoro, a prescindere da istruzione o esperienza, fanno parte ­– contrattualmente parlando – di una classe di lavoratori privilegiati perché godono (?), ancora, di tutele sostanzialmente negate ai nuovi assunti e che hanno un costo troppo alto per le fabbriche: con l’equivalente del “nostro” costo le aziende oggi pagano almeno due, talvolta anche 3 nuovi lavoratori;
  • I “manager di new generation”, cioè coloro che appena usciti dall’università vengono catapultati o nella gestione o sulle linee produttive dove DEVONO operare per almeno 10/12 (pagate 8) ore al giorno, con un unico imperativo: RISPARMIARE. Su tutto, dalla manodopera ai materiali all’energia, ai tempi, a prescindere dalla qualità del lavoro svolto o della qualità del prodotto finito. L’unico imperativo categorico è “produrre” sempre di più (alle volte non si sa neanche per chi!). Si dice che saranno i manager del futuro, pronti a calpestare tutto e tutti pur di ritagliarsi la possibilità di avere domani un lavoro diciamo stabile, seppur a tutele crescenti;
  • I “contratti a termine” che, fino a prova contraria, vivono con la spada di Damocle sulla testa perché non potranno mai ipotecare il loro futuro (le domande che si pongono i “diversamente contrattualizzati” sono sempre le stesse: mi verrà rinnovato il contratto? … Si ?… No? … Mi sposo? … Prendo una casa in fitto?…Compro un’auto?…. Potrò mai accedere ad un mutuo? .. Potrò pagare le tasse per l’università dei miei figli?);
  • I lavoratori “interinali”: fantasmi. Per la società, veri e propri ectoplasmi: non sempre lavorano, senza prospettive, senza futuro, senza tutele. Vivono nella “terra di mezzo” o, come diceva un noto cantautore napoletano, “tra l’inferno e il cielo”.

Purtroppo, questo stato di fatto crea anche la competizione e le guerre fratricide tra le varie fazioni: chi è costretto a subire perché senza tutele e senza futuro, guarda in cagnesco e con invidia chi ancora qualche certezza e qualche tutela ce l’ha, indicandolo come un privilegiato e spesso fatto oggetto del più becero populismo.

Poi c’è ancora il sindacato, che nulla o poco ha fatto affinché non si giungesse a tal punto. Gli iscritti ormai sono numericamente crollati: si calcola che ormai i tesserati tra le varie sigle non superino il 40/50% tra i lavoratori storici, pochissimi i tesserati tra i contratti a termine; nessuno tra impiegati, nuovi assunti ed interinali (questi ultimi spesso “inviatati” a non iscriversi).

Per cui pochi iscritti, poco seguito, poco potere contrattuale, quindi poca se non alcuna incisività nella gestione delle problematiche con tutte le conseguenze del caso.

Organizzazioni ormai alla canna del gas, vecchie, dai movimenti elefantiaci e dai pensieri anacronistici, senza riferimenti, senza ormai più bandiere, né partiti politici alle spalle. Un sindacato quanto mai necessario, visti i tempi che viviamo, che però deve necessariamente svecchiarsi e modernizzarsi, che dovrebbe essere propositivo e proattivo, pronto prima a cogliere le difficoltà dei lavoratori e contemporaneamente capire le necessità dei datori di lavoro.

Un sindacato che dovrebbe essere agile e veloce, almeno quanto la tecnologia applicata ai sistemi produttivi, libero da condizionamenti, che non necessariamente deve sedersi ai tavoli dei CdA; un sindacato capace di aprirsi alle università e, con queste, collaborare per capire quali possono essere le direzioni da prendere domani, visti i continui cambiamenti socio economici costantemente in movimento.

Il sindacato oggi deve capire che l’Italia è sempre più frazionata e che le politiche da attuare non possono essere le stesse applicate a realtà completamente diverse tra loro, politiche tra l’altro maturate in tempi diversi atte a risolvere problematiche diverse.

Insomma, vecchi i rappresentanti (tra i giovani non ci sono iscritti), vecchia la formazione e probabilmente vecchi anche gli statuti!

C’è bisogno di innovazione, di maggiore apertura mentale, di investimenti e di studiare come migliorare, riqualificare e ristrutturare un carrozzone che è, ormai, obsoleto ma del quale una società civile, in questa fase, non può fare a meno, se non altro per poter ridare la giusta e dovuta dignità ai lavoratori.