La violenza contro le donne non porta voti, solo conseguenze.

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Un tema costantemente assente dai programmi dei partiti politici è un piano di intervento che proponga una strategia di lotta concreta contro la violenza sulle donne.

Eppure la questione non è di poco conto, tanto nel merito quanto nei numeri.

Non manca neppure l’occhio vigile dell’attenzione pubblica poiché sui quotidiani, all’incirca ogni due giorni e mezzo, compaiono articoli in cui, con particolari strazianti, vengono denunciati episodi di grave violenza, generalmente di natura sessuale.

Parimenti si fa sempre più grossa la voce del movimento “nonunadimeno” a sostegno delle vittime.

Secondo il dossier del Viminale, presentato come di consueto nel mese di agosto 2018, mentre gli omicidi consumati in Italia hanno subito un rilevante decremento (il 9,5% in meno rispetto all’anno passato), tra agosto 2017 e luglio 2018 le vittime delle 134 uccisioni consumate  in ambito familiare/affettivo nel 68,7%, sono risultate essere donne.

Vittime del proprio partner sono state l’ 89,6%.

Quasi 9 donne su dieci sono state ammazzate dal marito o dal compagno convivente.

Se poi è calata del 26,3% la percentuale di chi ha presentato denuncia per stalking, è invece aumentato del 20,7% l’utilizzo dello strumento dell’ammonimento del questore (dai 940 del 2017 ai 1.135 casi del 2018, con un +17,9% di quelli per violenza domestica) e sono cresciuti del 33,1% gli allontanamenti (dai 160 del 2017 ai 213 del 2018).

Di fronte quindi ad un fenomeno violento numericamente in calo, il trend dei reati contro le donne e della richiesta degli strumenti a loro tutela, è in piena controtendenza.

Il problema quindi c’è: il dato è evidente.

Perché mai, quindi, il tema non viene mai utilizzato come arma forte di ricerca del consenso, come leva di propaganda politica, come mezzo per raccogliere voti, proprio tra le potenziali vittime e tra quegli uomini, e sono tanti, che non si riconoscono in un maschio violento e sopraffattore?

Qualora anche solo osservassimo che, tra i 25 ed i 70 anni, su circa 55 milioni di italiani e di italiane, la percentuale femminile è sostanzialmente pari o di poco superiore a quella maschile, in linea teorica, una buona percentuale di votanti potrebbe essere sensibile al tema.

Come è possibile, quindi, spiegare questa generale latitanza?

Nella peggiore delle ipotesi, in barba agli studi e alle statistiche che vengono liquidate con la medesima superficialità che si riserva alle isterie, il messaggio imperante al governo individua le cause del fenomeno pressoché univocamente nella sola immigrazione.

La minaccia all’integrità sessuale e fisica per le donne, secondo una interpretazione mistificata e strumentale, sarebbe un pericolo di sola origine straniera, che ha a che fare principalmente con la protezione dei confini e non certo con la sorveglianza delle mura domestiche.

La violenza sulle donne sarebbe il frutto del desiderio predatorio dello straniero rozzo e bramoso, non certo di un onesto e morigerato marito italiano.

Imbarazzanti, in tal senso, le prese di posizione del nostro Ministro dell’Interno.

Nella migliore delle ipotesi, d’altro canto, in questa triste gara al ribasso, regna un silenzio imbarazzante quando non un appello scontato alla norma sul femminicidio.

Questo comporta la ripetizione di slogan che fanno del 25 novembre di ogni anno una desolante commemorazione di vittime che la nostra collettività non è stata in grado di tutelare.

Rimane quindi da chiedersi, di fronte a questi numeri e alla crescente attenzione pubblica, perché mai la violenza sulle donne non sia un trasversale e urgente tema politico.

La verità è che combattere la violenza sulle donne, quando queste sono già morte, anche spesso stigmatizzandone pubblicamente i comportamenti (nella narrazione mediatica anche proposti come compiacenti o concausali delle violenze subite), non è altro che assistere impotenti ad un Titanic che si allarma per la punta che vede, ma affonda lentamente per lo scontro con l’immensa base su cui poggia.

E, drammaticamente, questo atteggiamento, ogni anno, non cambia rotta.

Ma c’è un perché.

Mappare un nuovo tragitto è arduo e richiede un ripensamento radicale del percorso, una nuova visione della strada da percorrere.

Combattere la violenza sulle donne, relegandola alla sola voce dei movimenti  femministi, o ad alcune sue singole forti personalità, a volte anche divise tra loro, è un modo comodo di non curarsi del problema.

Un partito, sul piano squisitamente politico, in questo modo si sente esonerato dal farne un indirizzo programmatico.

Combattere la violenza sulle donne, infatti, non è una battaglia solo contro la più plateale delle violenze, quella sessuale, ma è una grande e rivoluzionaria battaglia sociale, a partire dalla quale occorre rimettere in discussione, per ogni singolo corpo di donna, plurime forme di quotidiana, e oramai ritenuta naturale, violenza istituzionale, sociale e culturale.

Combattere la violenza sulle donne impone una visione pubblica dell’organizzazione dei consociati radicalmente differente da quella attuale.

E’ una battaglia contro l’ordinaria divisione dei ruoli familiari in cui sono assunti  come naturali e immodificabili l’accudimento e l’assistenza di infanti ed anziani in capo alle donne; è una lotta  contro l’uso sottodimensionato (all’incirca due su dieci ne usufruiscono) del congedo parentale per i padri, che, ove lavoratori autonomi, non ne hanno nemmeno diritto. Anche se, quando ne debbono godere, hanno ben quattro giorni (quanta grazia per i padri del 2018!) di congedo obbligatorio.

Ma se si considera che, generalmente, è l’uomo il percettore di un reddito più alto, per condurre una lotta di parità sostanziale che renda libera la scelta del genere economicamente più sfavorito, occorre anche affrontare di petto il gender gap, rivedendo le politiche salariale, moltiplicando le presenze femminili nei ruoli apicali, dai CDA delle aziende alle stesse istituzioni.

Pensare ad una manager, ad una scienziata, ad una avvocata di successo al fianco di un uomo impiegato, operaio, e financo, perché no, casalingo, dedito alla cura della casa per volontà, scelta e passione, significa altresì rimodulare radicalmente l’offerta educativa, offrendo modelle  e modelli  non solo sulle passerelle ma presenti significativamente nel mondo reale.

E questo passa per l’educazione al rispetto delle differenze in un mondo che, a parità di opzioni, non escluda e non confini il genere femminile a possibilità già definite.

Sostanzialmente, dunque, mettere nel proprio programma politico, una vera e sostanziale lotta contro la violenza non solo sulle ma soprattutto “alle” donne significa minare alle fondamenta un intero sistema sociale, mutare negli obiettivi un complesso sistema culturale, radicare nuove istituzioni di senso inverso rispetto a quelle attuali.

Ma quando si rimettono in discussione le leggi sacre dell’universo antropocentrico, siamo tutti (e spesso tutte), fortemente Tolemaici, poco inclini al consenso, più intimamente disposti ad una rassicurante resistenza.

Se infatti strappa un plauso trasversale un fasciatoio in un locale privato nel bagno degli uomini, è però sentito di gran lunga meno accettabile  che le prime cure ad un neonato possano essere delegate pressoché integralmente ad un padre.

Ancor oggi è quasi impossibile scardinare l’idea che, nelle sicure mura domestiche, non esistano ruoli sostanzialmente femminili e ruoli sostanzialmente maschili, a tutt’oggi  è difficilmente immaginabile che una donna che si occupi dello stucco del soffitto sia erotizzante, così come poco virile è immaginato un maschio che passi l’aspirapolvere sui tappeti.

Un uomo che aiuta la propria compagna ottiene consenso non perché le faccende domestiche lo riguardano in quanto abitante della casa, ma perché pensato sensibile e accondiscendente a compiti che, nell’ordine delle cose, competerebbero alla donna.

Compiere la decostruzione è destabilizzante ed portatore di un’intrinseca superiorità morale, conseguentemente non porta voti.

Di certo però non compiere questa decostruzione, ha solo un’alternativa.

Se persiste l’idea che nella nostra società esistano  ruoli direttamente discendenti dal genere, etero imposti secondo un artificiale criterio di supposta naturalezza, la violenza  rimarrà l’humus in cui l’efferato crimine plateale trarrà quotidianamente linfa.

I figli di Europa perpetreranno simbolicamente la violenza delle origini del mito.

Ove le donne potranno giocare incarichi unicamente subalterni, comunque ottenuti a costo di sacrifici personali e contenimento limitane  delle proprie aspettative ed aspirazioni, la violenza farà sempre parte della loro vita.

Costoro avranno di fronte scelte già definite e imposte dai modelli maschili: potranno essere  madri o lavoratrici soddisfatte, ma se sceglieranno di essere  madri lavoratrici saranno tormentate dai sensi di colpa per aver compresso uno dei due ruoli, trafitte in entrambi i casi da una medesima  ansia prestazionale.

Potranno essere sante o puttane, ma ad una puttana non si concederà mai lo status di donna a cui portare rispetto, men che meno la venerazione di una santa.

Potranno essere donne vere o maschi mancati, ma qualora offrissero il proprio cuore a metà,  saranno condannate alla solitudine.

Mettere in crisi quest’ordine costituito certamente non porta voti, ma conseguenze sì.

Il vuoto pneumatico che coinvolge in maniera trasversale le nostre forze politiche, vedrà sempre, in mancanza di questa eradicazione del modello assegnato, ogni due/ tre giorni almeno un corpo di donna, moglie, madre, violato, straziato, ucciso.

Sarà sempre il corpo di una donna plasmato dalla nascita all’obbedienza, al senso di inadeguatezza, votato ad un futuro di cura e di accudimento, ad una scelta obbligata tra mondo riproduttivo e mondo lavorativo, sacrificato, infine, anche sull’ultimo altare del potere maschile: il dominio del piacere.

C’è ancora tanto da fare, dopo aver intaccato alle basi questo sistema binario in cui l’appartenenza ad un sesso piuttosto che all’altro confina il futuro, con la costruzione meravigliosa delle bimbe ribelli, occorrerà pensare alla costruzione di un principe, di qualsiasi colore voglia essere, che non ci debba più proteggere.

Ma questa è una storia ancora tutta da scrivere.