Nessuno lascia la propria casa se non per sopravvivere

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“Se fosse tuo figlio, riempiresti il mare di navi di qualsiasi bandiera. Vorresti che tutte insieme a milioni facessero da ponte per farlo passare”.

Ci sono urla di dolore nel mondo e nessuno se ne accorge. C’è chi urla perché ha paura di morire in mezzo al mare, come le 49 persone che si trovano adesso ingiustamente di fronte al porto di Augusta in balia delle onde alte e del maltempo, affidandosi alle mani di Dio perché non ci sono uomini del potere in grado di farli scendere in un porto sicuro. Ci sono uomini, donne e bambini in uno dei tanti lager libici che pregano lo stesso Dio nella speranza di sopravvivere alle torture e alle violenze inaudite. C’è chi urla perché ha paura dell’invasione che di fatto non esiste, è solo un’invenzione creata per oscurare i fallimenti e le incapacità di una politica lontana anni luce dai problemi reali del suo popolo.

Sono urla di dolore che il mondo dei potenti non comprende in quanto causa stessa di questo dolore.

Le politiche degli Stati occidentali hanno fallito. Perché se un popolo ha paura di chi è bisognoso, di chi ha una pelle di colore diverso, di una invasione inesistente, vuol dire che la politica tutta, quella europea e quella internazionale, non è stata in grado di creare i presupposti per un futuro migliore.

In una società dove il popolo è divenuto popolazione da governare facendo leva sulle vulnerabilità delle persone, la politica crea la paura. Così come la guerra, l’insicurezza e la povertà.

Paura di cosa? Dei migranti che arrivano in Italia?

Io mi sentirei più sicura se nelle scuole del mio paese non cadessero i tetti. Mi sentirei più sicura se il mio paese si impegnasse di più nella lotta alla mafia. Mi sentirei più sicura se lo Stato riempisse di scuole e ludoteche le periferie occupate dalla criminalità organizzata. Mi sentirei più sicura se non morissero italiani a causa della cattiva sanità. Mi sentirei più sicura se i treni fossero all’avanguardia. Mi sentirei più sicura se non crollassero le strade e le opere pubbliche, come fossero carta pesta. Mi sentirei più sicura se lo Stato vietasse le costruzioni abusive. Mi sentirei più sicura se lo Stato ricostruisse in pochi mesi i territori devastati dai terremoti. Mi sentirei più sicura se ognuno avesse il diritto di manifestare il proprio dissenso senza essere preso a manganellate. Mi sentirei più sicura se potessi andare in un concerto senza che ci scappasse il morto. Mi sentirei più sicura se nel mio paese ci fossero meno morti sul lavoro. Mi sentirei più sicura se alle donne vittime di violenza e ai bambini abusati venisse garantita maggiore tutela.

Adesso non mi sento sicura. Non perché arrivano i migranti in Italia ma per tutte queste cose che ho elencato e per tante altre che in questo momento mi sfuggono.

La sicurezza non si crea mettendo le persone contro altre persone. La sicurezza di crea integrando gli stranieri con il popolo italiano affinché insieme lavorano per un Paese migliore.
La parola insicurezza negli ultimi anni è stata inflazionata e privata del suo vero significato. La sicurezza non ha nulla a che vedere con la povera gente che arriva disperata dalla Libia. Ed è arrivato il momento di riappropriarci di questa parola e del suo significato.

Che poi, siamo sicuri che quelli che arrivano da noi rimangano tutti in Italia? La mia esperienza, seppur piccola ma significativa, mi fa pensare che gli slogan che ci propinano quotidianamente sui social e sui media, tanto da martellarci il cervello di balle infinite, non rappresentano la realtà. Negli ultimi anni, statistiche alla mano comprese quelle fornite dal Ministero degli Interni, sono arrivati in Sicilia molti eritrei e somali. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di Richiedenti Asilo politico. Sono quelle generazioni di giovani uomini e donne che, costretti a lasciare il loro Paese di origine, tentano di raggiunge Paesi come la Germania, la Norvegia, la Svizzera e la Svezia, dove si trovano i loro familiari ben integrati da anni. Ci sono, come documentato, organizzazioni in Italia che provvedono al viaggio di queste persone fino a permettergli di arrivare in questi Paesi per la maggior parte europei. Se facciamo, e lo abbiamo fatto, un test sulla presenza di eritrei e somali nelle strutture di accoglienza italiane si rileva che pochissime di queste persone sono rimaste nel nostro Paese. In tanti, compresi i migranti provenienti dall’Africa Subsahariana, hanno tentato di fuggire in Paesi europei diversi dal nostro, compresa la Francia.

Mentre gli eritrei sono Richiedenti Asilo politico, qualcuno sussurra quando provo a raccontare una verità che non viene narrata dall’informazione italiana, i senegalesi non lo sono. Vero, i senegalesi non sono Richiedenti ma nessuno dice che il Senegal è un Paese che vive prevalentemente di pesca e che le navi europee, americane, inglesi, russe e cinesi hanno invaso l’oceano che circonda questo meraviglioso Paese. Hanno distrutto le imbarcazioni della povera gente che vive nei villaggi del Senegal e hanno piantato lì le loro navi sfruttando il ricco pescato che garantiva la sopravvivenza a milioni di persone africane. Non mi sembra che a tutto ciò il Senegal abbia chiuso i porti al mondo occidentale, eppure in Italia c’è chi vuole chiudere i porti, anche se la legge lo vieta.

Ecco, per me sicurezza vuol dire anche mettere queste persone di vivere nel loro paese o di metterle nelle condizioni di venire nel mondo occidentale regolarmente con l’aereo. Perché la parola clandestino, che poi non esiste, è un’altra invenzione. Clandestini gli africani li abbiamo fatti diventare noi, vietando loro l’ingresso nei nostri Paesi con un aereo di linea. I Bangla e i Pakistani arrivano in Libia perché qualcuno gli fa i passaporti falsi, traendo enormi profitti. Li mandano in Turchia (paese che l’Unione Europea ha finanziato), dall’aeroporto turco vengono trasportati a loro insaputa a Tripoli. E da lì inizia l’inferno anche per loro. Se sono fortunati riescono a salire su un gommone e se la fortuna li assiste ancora, riescono ad arrivare in Italia. Diversamente finiscono, come tanti altri invisibili, nelle fosse comuni riempite di orrore da tanti corpi di cadaveri. Sono persone che in Libia non ce l’hanno fatta. Queste fosse, mi ricordano qualcosa a proposito della giornata della memoria. La memoria, appunto, dovrebbe ricordarci cosa di brutto è accaduto in passato e come, non ripetendo gli stessi errori, potremmo costruire un mondo migliore.

Perché noi possiamo andare in tutto il mondo e loro no? Ve lo siete mai chiesto? Chiedetevelo. Siamo noi che favoriamo il traffico di esseri umani perché non vogliamo che queste persone prendano un aereo per raggiungere i nostri paesi.

Ritornando all’Africa, nessuno parla della privatizzazione dell’acqua e dell’energia elettrica dell’Africa subsahariana voluta dai vertici delle società che portano le bandiere dei nostri Paesi. Attività predatorie, delle nostre multinazionali, studiate, preventivate, pianificate e organizzate per trarre profitti con concessioni ventennali che privatizzano un servizio di pubblica utilità che in Africa è essenziale per la sopravvivenza degli abitanti. Queste attività vengono vendute ai Paesi africani e all’opinione pubblica occidentale come “virtuosi casi di partenariato”, ma in realtà sono delle truffe a discapito degli africani che di mancanza di acqua e di acqua pulita muoiono. Ne so qualcosa io che in Burkina Faso ho contribuito, con un piccolo gesto significativo grazie all’impegno sostanziale dell’amico Stefano Sabatino, alla costruzione di un pozzo di acqua nel villaggio di Koibo, a 150 Km dalla capitale. Guardare gli occhi lucidi e i sorrisi a trecento denti di tanti bambini e di tante donne allo scorrere di acqua pulita e potabile dal pozzo che abbiamo inaugurato è stata un’emozione unica e indimenticabile. “L’acqua è vita ma è anche l’unione di una comunità che senza il vostro aiuto sarebbe stata costretta a lasciare il villaggio per trovare un posto dove continuare a sopravvivere”, ci ha detto commosso il capo del villaggio che ci ha accolti con grande umiltà.
Aiutateli a casa loro” vuol dire esattamente questo. E noi, a differenza di tanti leoni da tastiera, lo abbiamo fatto con enorme sacrificio ma con tanto orgoglio.

Di pozzi d’acqua l’Europa, ne può costruire milioni in Africa, anziché dare fondi perduti a chi detiene il potere. Mentre andavo a Kaibo, superando le numerose frontiere in cui i militari ci costringevano a scendere dal bus per controlli vari nel bel mezzo di terre desertiche, vedevo cartelli enormi con scritto “Structure financée par l’Union Européenne” (struttura finanziata dall’Unione Europea). Mi giravo intorno e vedevo solo terra rossa e sterpaglie che mi circondavano. Nessuna struttura e nell’aria tanti soldi che non hanno mai aiutato lo sviluppo di questo continente. Eppure ogni pozzo d’acqua ha un costo che va da 4.000 ai 6.000 euro e dona speranza e futuro a centinaia di persone e a migliaia di bambini. Ma l’Europa gli affari li fa così, come in Sicilia o in Calabria o in Campania, con le opere fantasma finanziate e rifinanziate senza alcuna realizzazione. Nel mezzogiorno così si finanzia la mafia, in Africa i feroci dittatori che quando vengono destituiti fuggono con tutti i soldi lasciando i paesi al collasso. E’ successo in Gambia, in Burkina Faso, in Costa D’Avorio, in Mali e in tanti altri paesi da dove provengono quei migranti che chiamiamo “economici”.

Abbiamo esportato in Africa il modello fallimentare del Mezzogiorno d’Italia che lo ha reso privo di infrastrutture e di sviluppo. Intanto, le persone in Africa continuano a morire a causa di mancanza di acqua e a causa di malattie causate dall’acqua sporca e inquinata.

Questa è la nostra politica, quella che sfrutta i Paesi poveri e nel frattempo impoverisce il proprio paese. Lo rende più vulnerabile e manipolabile mettendo contro tutti i poveri del mondo. La politica che crea paura con la presenza dello straniero, con il terrorismo, con la guerra invisibile che crea morte e devastazione.

Ma chi ha creato il terrorismo, la guerra, lo spopolamento dell’Africa? Ce lo siamo mai chiesti? O in nome dei nazionalismi, che oggi appaiono più pericolosi che mai, dobbiamo far finta di non sapere? E’ stata la politica occidentale a creare quello che oggi ci si riversa contro con tutti i suoi effetti. Sono stati proprio loro, anche coloro che si presentano come puri e nuovi ma che una volta “saliti” al potere si rivelano esattamente come tutti gli altri, forse anche peggio. Perché tutti si piegano quando sentono l’odore del potere. Li rende forti, potenti e a volte anche onnipotenti. Se in Italia un anno fa gli F35 erano la vergogna di quel Governo che pensava alle armi anziché ai cittadini, oggi quelli che gridavano un tempo allo scandalo per l’acquisto di quei mezzi di guerra ne comprano il doppio. Uno schiaffo alla coerenza e alla lealtà verso il popolo che rappresentano, perché secondo la loro logica nessuno deve sapere ma sotto sotto si preferisce finanziare la guerra anziché pensare agli italiani.  Per non parlare di chi ha riempito i social ed il mondo intero con lo slogan “prima gli italiani” per poi venire a conoscenza che quegli stessi italiani sono stati truffati dal suo stesso partito che ha sottratto 49 milioni di euro allo Stato (fondi pubblici). Soldi che, dopo una severa condanna, saranno restituiti in 80 anni. Uno schiaffo all’intelligenza degli italiani che sanno bene che ci sono persone che per avere rubato un pezzo di pane sono finte in galera. Che poi di quello stesso partito, che per anni ha umiliato i meridionali, ci sono personaggi politici condannati per traffico di armi illegali in Eritrea e nessuno ne parla.

Si ricordano nell’ipocrisia i giorni della memoria e poi si dimenticano proprio quei fatti che ci riconducono ad un passato vergognoso.

E mentre in Italia ed in tutto il mondo occidentale la politica non è in grado di risollevare le sorti dei propri Paesi e di creare un futuro solido e certo per le generazioni che verranno, nel resto del mondo si organizzano silenziosamente guerre d’oltreoceano. Ma la colpa è sempre degli altri, dei più poveri e dei più deboli.

La guerra continua a dilagare in Siria, in Afganistan, nello Yemen, con le bombe e le armi che partono direttamente dai nostri Paesi. E in Libia, totalmente dilaniata dalle politiche sbagliate dei grandi potenti e saccenti personaggi del mondo occidentale, si consuma un orrore tremendo che mai riusciremo a spiegare ai nostri figli. Persone rinchiuse nei lager senza cibo, senza acqua, senza servizi igienici. Ammassati gli uni sugli altri, privi di vestiti, di cure mediche, di umanità. Svuotati dal senso bellissimo della vita e della libertà. Torturati, violentati, sfruttati, frustrati. Bambini che ho conosciuto mi hanno raccontato di tanti orrori, inspiegabili per certi versi.
Ci rendiamo conto, come questi bambini vengono brutalmente privati della loro infanzia? Bambini che guardano le loro madri urlare mentre subiscono stupri di gruppo? Bambini abusati in quei campi che noi stessi italiani diciamo di voler costruire in quei territori dove l’umanità è totalmente morta. Ci rendiamo conto che rimandare queste persone in Libia, dove un porto sicuro non esiste, è un’ulteriore violazione dei diritti, oltre che la continuazione di una violenza fisica e psicologica intollerabile? E se ci fossero i nostri figli al loro posto?

La gente, quella distante dalle nostre case, muore come se non avesse lo stesso nostro diritto alla vita. Non hanno deciso loro di nascere in Paesi dove le bombe, le fucilate, le trucidate, le violenze e le torture sono pratiche comuni. Sembra quasi vedere un film, eppure la guerra che i grandi potenti del mondo hanno costruito inizia proprio da casa nostra.  E non si tratta di un film, purtroppo. La guerra è quanto più vicino noi possiamo immaginare.

Monsignor Desmond Tutu, Arcivescovo Sudafricano che ha combattuto contro l’apartheid, nel 2013 non le mandò a dire all’America: “davvero gli Stati Uniti e i suoi cittadini vogliono dire a noi che viviamo nel resto del mondo che le nostre vite non hanno lo stesso valore delle loro? Volete dire che noi non siamo umani quanto lo siete voi?” Era l’America che bombardava, con la complicità di tutti i Paesi occidentali. E lo fa ancora oggi nell’infinta guerra che ha totalmente distrutto lo Yemen e altri Paesi del mondo. Lo fa sostenendo l’Arabia Saudita, quel Paese a cui l’Italia vende le armi. Perché, sapete cosa c’è? Che la guerra non è solo violenza, armi e bombe, ma è un meccanismo contorto, un sistema che si organizza e si prepara anche quando nel civilissimo occidente si è in tempo di pace. Si comprano i cacciabombardieri, come quelli che sta comprando il Governo gialloverde all’insaputa dei cittadini italiani. Poi si testano, come quelli che ha testato Macron nella guerra in Siria. E si sganciano, provocando milioni di morti nell’indifferenza totale di tutti. E mentre dall’altra parte del mondo, quello che a noi sembra rurale e poco degno della nostra attenzione, si muore, da questa parte si preparano enormi carrelli con le armi e le bombe da vendere e distribuire a quei criminali che uccidono sistematicamente come se la vita non fosse un valore sacro.

Ma cosa c’entra l’Italia, si chiederà qualcuno. Ditelo ai sardi, che ne sanno qualcosa in più. In Sardegna, precisamente dalla base di Decimomannu, partono enormi carichi di armi. Un aeroporto che è diventato la sede delle più grandi esercitazioni militari della Nato e quella in cui si esportano le armi vendute in Arabia Saudita e in altre parti del mondo. Forse le stesse armi che si rivoltano contro di noi negli attentati. Ci avete mai pensato, invece di pensare ai migranti come male assoluto? Io si, eccome!

Ricordate le foto e i video pubblicati dai cittadini sardi quando hanno visto caricare migliaia di bombe dalla Rwm Italia sulla pista dell’aeroporto di Cagliari? Vi suggerisco di andarle a vedere, se non le hanno tolte. Perché la guerra è anche affare. Sono grosse le entrate per uno Stato che vende le armi. E non c’è nessun Governo che ha messo fine a questo sistema che ci rende complici e alleati di chi la guerra in Africa l’ha provocata facendo saltare in area uomini, donne e bambini. Esseri umani come noi che meritano di vivere esattamente come noi.

In Siria, ad esempio, la coalizione aveva dichiarato che Stati Uniti e alleati non avrebbero utilizzato munizioni all’uranio impoverito. Nel 2015 il Pentagono ha confessato ufficialmente l’impiego di quelle munizioni con la giustificazione di voler combattere l’Isis. Alla fine sono stati uccisi milioni di civili e l’Isis lo hanno sconfitto i curdi guidati dalle donne.

Il paradosso della guerra in Siria sapete qual è? Che Cina, Stati Uniti, Russia ed Europa dell’est, mentre si combatte contro l’Isis forniscono armi e munizioni proprio ai miliziani del Califfato. Ergo, sono loro che armano l’Isis e poi lo combattono. A confermarlo un rapporto del Conflict Armament Research che ricostruisce la provenienza di oltre 40.000 tra detonatori, munizioni e armi chimiche utilizzate in Siria per realizzare quelli che vengono chiamati Ied (Improvised Explosive Device), che solo dal nome mette paura. In pratica, noi vendiamo armi e non sappiamo chi le utilizza, come le utilizza e ancor peggio, dove vanno a finire. Infatti, diversi gruppi di insorti del fronte combattente contro l’Isis sono finiti con l’unirsi proprio ai miliziani del Califfato portando con loro tutte le armi fornite dalle più grande potenze mondiali.

Non credete che l’Italia è immune da tutto ciò. Tra i prodotti trovati dai ricercatori del CAR c’è un carico di 12 tonnellate e mezzo di fertilizzante chimico uscito da un’azienda di Bologna, la Biolchim. Un carico destinato alla Giordania ma poi finito a Bagdad in Iraq, dove c’è un’altra guerra, e destinato proprio alla realizzazione dei cosiddetti Ied, quelle armi brutte che odorano di morte. Si pensa anche che il nostro fertilizzante sia stato usato per armi che sono servite per la guerra in Yemen, dove milioni di bambini hanno perso la vita. Mi è venuto subito in mente l’unico yemenita che ho conosciuto.

Si tratta di un ragazzo arrivato in Sicilia nel 2016. Aveva un occhio di vetro, quello suo lo aveva perso durante un bombardamento. Nel corpo aveva le cicatrici di una guerra che non era la sua. Avevo seri problemi a guardarlo in faccia perché non sapevo se quella bomba che lo ha reso invalido e prigioniero a vita di immagini e vissuti orribili, era frutto di responsabilità provenienti dal mio paese. Sono italiana e nonostante sono contraria alla guerra mi sento in parte responsabile. Perché purtroppo non riesco a far sentire la mia voce, la mia feroce opposizione a questi sistemi contorti che generano morte e sofferenze e all’ipocrisia di una politica che fa la guerra ai migranti. Eppure in una democrazia il popolo dovrebbe essere consultato per decidere su come i nostri soldi devono essere spesi. I miei soldi, pagati profumatamente con le sole tasse del mio lavoro, non voglio che finiscono per creare orrori e morte. Preferisco salvare persone in pericolo e questo continuerò a farlo anche se i Governi non me lo chiedono.

Ho conosciuto anche un siriano che veniva da Damasco e che raccontava le orribili immagini dei bambini morti a causa dei gas tossici. E ricordo perfettamente quando Londra ha rifiutato di accogliere tremila orfani siriani respinti a Calais. Era lo stesso anno che legava tre storie, tre paesi diversi e tutto l’occidente responsabile di quanto stava accadendo. Perché la storia, il passato, il presente e anche il futuro, di ogni paese è sempre stato legato ad altri paesi e a responsabilità che vanno al di là di quello che ci vogliono far credere.

Nessuno lascia la propria casa a meno che casa sua non siano le mandibole di uno squalo verso il confine. Ci corri solo quando vedi tutta la città correre, i tuoi vicini che corrono più veloci di te, il fiato insanguinato nelle loro gole. Il tuo compagno di classe che ti ha baciato fino a farti girare la testa dietro la fabbrica di lattine ora tiene nella mano una pistola più grande del suo corpo. Lasci casa tua quando è proprio lei a non permetterti di starci. Lasci casa tua quando è proprio lei a cacciare il fuoco sotto ai piedi e tu hai il sangue che ti bolle nella pancia. Non avresti mai pensato di farlo fin quando la lama non ti marchia di minacce incandescenti e nonostante tutto continui a portare l’inno nazionale sotto il respiro”.

A questi bambini, di cui non si conoscono i nomi ma solo il loro tragico destino, ci penso sempre. E mi chiedo, se fosse mio figlio? E vi chiedo, se fosse vostro figlio? Siamo fortunati, per certi versi, ad essere nati da questa parte del mondo dove le guerre si preparano ma il cielo è libero dai bombardamenti e dai gas che uccidono i bambini innocenti. Ma c’è un mondo dove la guerra è all’ordine del giorno e dove milioni di persone sono costrette a lasciare la loro terra. Il siriano che ho conosciuto, quello di Damasco, prima di arrivare in Italia aveva cambiato quattro volte città e casa. Si definiva un vagabondo, perché non sapeva in quale casa andare e soprattutto se fosse stata sicura per i suoi figli. Quante volte voi avete cambiato casa per scampare alla morte? Io mai e sono fortunata, lo ammetto. Forse sono anche una privilegiata di questo mondo.

Ne ho conosciuti tanti altri che, come il ragazzo siriano, fuggivano da qualcosa di terribile che non necessariamente è la guerra civile. Ci sono altre guerre in Africa che non consideriamo tali ma che sono più pericolose e crudeli. C’è la guerra di Boko Haram in Nigeria, Camerun, Togo, Benin, Niger, quella del peggiore tra i gruppi terroristici islamici.

Lo stesso gruppo che ha rapito, mutilato, ucciso, torturato e violentato molte delle 275 studentesse nigeriane rapite nel 2014. Quello che brucia i villaggi e le persone vive. Quello che taglia le gole agli uomini dopo averli torturati. Ci sono i jihadisti a Bamako, la capitale del Mali e ad Abjan, la capitale della Costa D’Avorio, che reclutano bambini e giovani per addestrarli al terrorismo e le famiglie, soprattutto le mamme che sono “piezz e core” in tutto il mondo, provano a farli fuggire nella speranza che arrivino nelle nostre terre sani e salvi. Ho conosciuto Omar, un bambino di otto anni arrivato in Sicilia da solo.

La mamma era stata brutalmente stuprata e uccisa in uno dei lager libici davanti agli occhi del figlio. Erano fuggiti dalla Costa D’Avorio perché i jihadisti volevano portare via Omar e la madre, disperata, ha deciso di lasciare la sua terra. Cosa avreste fatto voi se fosse stato vostro figlio? Io avrei fatto la stessa scelta della madre di Omar perché non avendo altre possibilità, l’unica è quella di cercare un modo o un mondo dove sopravvivere.

Ci sono anche le guerre religiose che si combattono in ogni paese africano che perseguita i cristiani. Ci sono le persecuzioni degli omosessuali in Nigeria, in Tanzania, a Zanzibar, nel Malawi, in Mauritania, in Sudan, in Somalia. Sono 33 i paesi africani che puniscono gli omosessuali con la morte. Ci sono le guerre in Sudan, in Somalia. Ci sono i terroristi ovunque. Ci sono anche quelli dell’Isis che si nascondono nell’Africa subsahariana. Quelli che compiono attentati con le nostre armi e gli africani, che l’unica arma che hanno è la forza per la sopravvivenza, sono costretti a morire sotto le macerie di un terrorismo che noi non siamo riusciti a debellare ma che abbiamo alimentato senza renderci conto che quegli stessi criminali bombardano i nostri paesi uccidendo anche i nostri concittadini.

E c’è un’altra guerra, quella invisibile, ma la più atroce di tutte. La guerra della fame. Si, in Africa nel 2019 si muore ancora a causa della fame. In Somalia più di cinque milioni di bambini sono morti per denutrizione. Perché non hanno nulla da mangiare.

Nessuno mette i propri figli su una barca a meno che l’acqua non sia più sicura della terra

Sappiate che queste persone a casa loro ci voglio tornare ma casa loro in questo momento sono “le mandibole di uno squalo, la canna di un fucile”, una bomba che fa saltare in aria pezzi di carne e pezzi di ossa. Nessuno lascia casa sua se non per la stessa sopravvivenza. Un giorno, se qualcosa cambierà, ritorneranno in quel bellissimo continente chiamato Africa e noi occidentali saremo più soli ed i nostri paesi più spopolati dei loro.

Ricordiamoci sempre che siamo tutti un popolo di migranti per necessità, una necessità che nessuno di noi ha creato ma che esiste. La memoria non è una ricorrenza ma uno stile di vita che ci permette di ricordarci chi siamo e da dove veniamo ma soprattutto la memoria serve per costruire tempi migliori.

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Quella di Valentina Spata è una storia di impegno sociale e politico, una storia comune che ha condiviso con tante persone, soprattutto giovani e donne. La Sicilia è la sua terra di origine. Qui ha le sue origini e ha portato avanti numerose battaglie sulla legalità e sul lavoro. Ha viaggiato molto. Per un periodo ha vissuto a Londra e a Parigi. Ha girato l'Italia come fosse una trottola, in particolar modo il Mezzogiorno. Da sempre ha unito alla passione politica, il volontariato e l'impegno al servizio della collettività. Si è laureata in Scienze Politiche e Scienze Sociali e Sociologiche. È specializzata, grazie alla Summer e Winter School di Bruxelles, in Diritto Internazionale, Governance Europea, Diritto dell'immigrazione, Diritto della Comunità Europea. Per molti anni ha ricoperto il ruolo di sindacalista presso il Sindacato Confsal con la delega alla Formazione Professionale. Nel 2012 è stata eletta Presidente Nazionale della Rete della Legalità del Mezzogiorno, associazione radicata in tutto il Mezzogiorno nata per contrastare le mafie. Il suo lavoro attuale è quello di operatore legale a servizio dei Richiedenti Asilo Politico.